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Nel 2021 spesi 220 miliardi dai Paesi Ue per la difesa, nei prossimi anni si spenderanno altri 200 miliardi

L’Unione Europea è in procinto di istituire una centrale unica d’acquisto per le attrezzature militari, attraverso appalti congiunti.
Questa in sintesi è la proposta contenuta nel documento che verrà presentato mercoledì dalla Commissione Europea.
Una procedura che consentirebbe di favorire un’economia di scala, scongiurando una concorrenza tra gli Stati membri nel grande business dell’industria delle armi.
Basti pensare che la sola Leonardo, già coinvolta a pieno titolo in programmi di difesa comuni importanti, come i servizi satellitari gestiti da Telespazio, i caccia Eurofighter o il settore della cyber-difesa (con la quota del 25% nella società tedesca Hensoldt), da quando è scoppiato il conflitto ucraino ha registrato una crescita del 46,6%, con una previsione di nuovi ordinativi per il 2022 pari a 15 miliardi di euro.
La bozza del documento è dunque inequivocabile rispetto alle doverose istanze dell’industria della difesa:
“L'Europa dovrà affrontare il più grande aumento della spesa militare dalla Seconda guerra mondiale”.
A questo si aggiunge il fatto che sarà necessario “affrontare urgentemente la necessità di ricostituire e ampliare le scorte militari per compensare l'assistenza militare in corso all'Ucraina”.
Nel 2020 i Paesi Ue hanno speso circa 200 miliardi di euro per la difesa, 220 nel 2021,e ora sarà destinata ad aumentare ulteriormente. Se tutti dovessero raggiungere l'obiettivo fissato dalla Nato del 2% del Pil, la spesa militare aumenterebbe di 60 miliardi di euro all’anno.
Come ha ricordato la Commissione Europea:
“Gli Stati membri hanno finora annunciato che nei prossimi anni ci saranno aumenti significativi dei loro bilanci per la difesa, circa 200 miliardi di euro aggiuntivi”.
Ad oggi solo l’11% della spesa militare avviene per mezzo di investimenti collaborativi, un fattore che comporta un costo aggiuntivo di decine di miliardi di euro ed è per questo l’Ue punta a salire almeno al 35%.
Proposta accompagnata dall’ipotesi di introdurre un nuovo fondo fuori bilancio, basato su contributi volontari, introducendo incentivi finanziari come l’esenzione dell’iva per appalti congiunti che coinvolgano almeno tre Paesi.
Sia mai che tali incentivi possano contemplare beni di prima necessità, anzichè munizioni, carri armati e lanciamissili.
A questo proposito l’analisi del documento si concentra sulle lacune delle attrezzature militari Ue “alla luce della minaccia russa”.
La Commissione propone di “istituire immediatamente una task force dedicata per coordinare le esigenze a brevissimo termine, come il rifornimento di munizioni”.
Tutto questo avviene mentre il nostro governo sta ultimando il terzo decreto interministeriale per spedire una nuova fornitura di armi all'Ucraina.
L’elenco delle forniture sarà secretato; si stimano come possibili candidati blindati Lince, droni da ricognizione, armi anti carro e mitragliatrici. Senza contare che il nostro paese manderà anche circa 800 militari in Bulgaria e Ungheria, come annunciato pochi giorni fa dal ministro della difesa Lorenzo Guerini.
Gli invii degli armamenti non richiederanno alcun passaggio parlamentare, come stabilito dal governo a Marzo con un voto a larga maggioranza.
Fino al 31 dicembre, a spregio dell’articolo 11 della costituzione, potremo mandare a Volodymyr Zelenski tutte le armi che desidera. Iniziative di pace e diplomazia saranno evidentemente rimandate all’anno prossimo, lasciando che almeno per il 2022, le industrie degli armamenti festeggino senza timore.

Foto: it.depositphotos.com

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