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Ecco le vere ragioni della sporca guerra russa-ucraina

Questa è una guerra che si è preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi”.
C’è voluto un leader spirituale come Papa Francesco, padre della cristianità, per far comprendere a chi non ha buon orecchio e sensibilità qual è la vera natura della tragica guerra in Ucraina; quali sono le cause; quali sono le mosse da attuare con estrema urgenza per salvaguardare il mondo per come lo conosciamo, con una guerra atomica che incombe dietro l’angolo, pronta a scoppiare in Europa. Volente o nolente nessun capo di Stato, premier, ministro, ambasciatore di qualsivoglia nazione sta seriamente lavorando per la pace o ha mai detto la verità dei fatti sull’attuale conflitto tra Russia e Ucraina. C’è chi coscienziosamente devia la narrativa e l’opinione pubblica con menzogne perché direttamente coinvolto, con precisi interessi, nel conflitto in atto. E c’è chi, invece, preferisce accodarsi a questi ultimi, genuflettendosi a specifiche volontà. Lo scenario, in tal modo, non può che risultare inquietante, non c’è via di fuga, non c’è alternativa alla politica guerrafondaia che sta conducendo a tutta velocità verso una “terza guerra mondiale”. Uno scenario che, se anni fa risultava addirittura motivo di derisione in chi, inquieto, lo evocava - e per questo motivo in tanti dovrebbero chiedere scusa a Giulietto Chiesa - oggi rischia, seriamente, di divenire realtà.

E’ per questo che le parole di Papa Francesco sono come germogli vigorosi che spaccano il cemento della compiacenza e della mentalità belligerante, piatta e suicida di superpotenze. “Tacciano le armi”, è il monito che Papa Francesco scandisce da oltre un mese chiedendo di “abolire le guerre prima che cancellino l’uomo dalla Storia”. Il pontefice si schiera per la pace - lui sì - da prima che le truppe russe invadessero l’Ucraina. E ha individuato alla fonte la genesi delle ostilità. Quella in corso - ha detto a oltre un miliardo di fedeli, e non solo - è una guerra avente due cause: l'"infantilismo" (citazione di Giorgio La Pira) di "qualche potente" (riferimento chiaro a Vladimir Putin) "tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti" e i grandi investimenti e commerci di armi. La questione del nazi-fascismo imperante in Ucraina, della politica espansiva della NATO verso Est e dell’autodifesa, legittima o meno, di Mosca, sono tutte questioni vere. Ma sono - se così possiamo definirle - di contorno. La madre dei conflitti è sempre quella legata ai grandi mercati e mercanti d’armi, alle multinazionali di armamenti. Una “Join venture” di lobby e potentati vari, figli e figlie di un sistema economico e militare dominato da un capitalismo selvaggio, da oligarchie economiche, politiche, finanziarie e militari. E’ il business della guerra la vera ragione della guerra stessa; in Ucraina, come nel resto del mondo. Questo business infame è riflesso principe del capitalismo sfrenato: per poter incassare guadagni ciclopici, i signori della guerra, alcuni dei quali facenti parte dell’élite di 2153 “paperoni” mondiali che detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone (dati OXFAM), hanno bisogno di un nemico da combattere o un amico da difendere. Hanno bisogno di una guerra sulla quale investire. E’ la logica base del mercato della domanda e dell’offerta. Per questo, periodicamente, esplodono conflitti e per questo il mercato delle armi non ha mai conosciuto crisi nella storia e probabilmente mai ne conoscerà.

Schizzano in borsa le aziende delle armi
In questo senso, secondo i dati disponibili nel database della Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel decennio dal 2010 al 2020, prendendo in esame i risultati delle Top 100 aziende selezionate nel ranking dell’istituto, l’industria delle armi ha fatturato circa cinquemila miliardi di dollari. Un quantitativo non indifferente e in netta crescita, anche anticipando quelle che sarebbero state le dinamiche internazionali risultanti dal conflitto Russo-Ucraino, con il rafforzamento degli armamenti discusso in diversi Paesi dell’Unione europea - tra questi anche l’Italia, con il tanto discusso incremento delle spese militari al 2% del PIL. Negli ultimi 10 anni, le nazioni maggiormente coinvolte nell’industria degli armamenti (tenendo sempre presente il campione delle Top 100 aziende nel ranking SIPRI), vedono in testa gli Stati Uniti, con circa tremila miliardi di dollari profusi in dieci anni - più della metà dell’intero campione di industria. Seguono, in un ipotetico podio, UK e la Cina. Si distanzia di poco la Russia. L’Italia è invece al sesto posto. A riguardo c’è anche da specificare, secondo quanto si legge nelle analisi dell’istituto, che le esportazioni italiane di armi hanno rappresentato il 3,1% del totale mondiale nell’arco temporale 2017-2021 e sono state del 16% in più rispetto al 2012-2016. Ora, invece, che da oltre 40 giorni tra Russia e Ucraina è in corso una guerra, i titoli in borsa dell’industria bellica e della sicurezza informatica stanno vivendo un vero e proprio rally, nonostante i principali indici azionari siano in ribasso. La spinta al rialzo delle quotazioni delle società attive nel settore difesa è trainata soprattutto dagli impegni economici e politici che Europa e Stati Uniti stanno prendendo in queste giornate così concitate. Negli Stati Uniti, Biden ha chiesto al Congresso 10 miliardi per l’emergenza in Ucraina, ma la metà andrebbero al Pentagono per rafforzare le difese del paese. In Germania, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha promesso di aumentare la spesa militare del Paese di 100 miliardi di euro quest'anno, con ulteriori incrementi successivi nei prossimi anni. Si tratta di una mossa storica, dato che la principale economia europea ha resistito a lungo prima di aumentare la propria spesa militare. Agli annunci sui nuovi investimenti pubblici in spese per la difesa si aggiungono le decisioni di varie nazioni di inviare armi e mezzi militari in Ucraina e nei confini ad Est della NATO. Berlino sta fornendo all'Ucraina 1.000 armi anticarro e 500 missili Stinger terra-aria. Anche Francia, Olanda, Belgio, Lituania, Polonia, Usa, Gran Bretagna e Turchia stanno inviando o invieranno materiale di difesa e offensivo, inclusi i droni militari che indubbiamente non faranno che infiammare e allungare ulteriormente il conflitto. E non è da escludere che in tutto ciò boss mafiosi e oligarchi in odor di mafia, in particolare quelli russi con i quali Vladimir Putin ha stretto patti, non stiano facendo o faranno affari con le milizie attualmente in campo: separatisti filo-russi, ceceni, e persino ucraini. Non sarebbe uno scandalo scoprire che grossi lotti di armi o munizioni provenienti dalla mafia russa vicina a Putin, ai suoi politici e oligarchi, vengano comprate o utilizzate da alcune di queste fazioni. Tornando però ai grandi mercati, come detto, quella in Ucraina è stata una vera e propria manna per le principali aziende nel mondo che producono armamenti. Per fare solo qualche esempio: le azioni delle aziende statunitensi “Raytheon”, che produce i missili Stinger e “Lockheed Martin”, la principale azienda di armamenti al mondo avente 400 sedi nel pianeta, che produce i missili anticarro Javelin oltre ad aver brevettato gli F-35, sono cresciute dall’inizio dell’invasione, rispettivamente del 16 e del 3 per cento, mentre l’indice S&P500 in generale è calato dell’1 per cento. Oltre a vendere armi ai belligeranti, le industrie del settore traggono vantaggi dall’annunciato aumento delle spese militari in altri paesi. Di fatti, lascia riflettere il dato che già ai primi giorni di gennaio di quest’anno si prevedeva che il settore degli armamenti sarebbe cresciuto del 7 per cento nel 2022.
Una guerra che fa gola a tanti, dunque, e che, almeno per il momento, sembra non si voglia concluderla. “Dobbiamo essere pronti ad un lungo confronto”, ha detto solo qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg annunciando una massiccia militarizzazione dei Paesi NATO confinanti con la Federazione Russa. "La guerra può durare mesi, anche anni", ha affermato.

Italia ipocrita e guerrafondaia
Il nostro Paese non si differenzia affatto dalle altre potenze occidentali in merito all’attuale guerra in Ucraina. L’Italia ha sposato, da subito, le direttive della NATO e degli Stati Uniti che intendono schiacciare Putin foraggiando la resistenza ucraina e applicando cieche sanzioni a Mosca, ormai divenute panacea di tutti i conflitti. Una politica che finora non sta ottenendo alcun risultato, e mai ne otterrà, come denuncia da settimane il professore esperto di terrorismo Alessandro Orsini, una delle menti più brillanti e preparate di cui gode il nostro Paese, puntualmente silenziate e delegittimate. Rispondendo “signorsì” ai diktat degli Stati Uniti, Mario Draghi ha, dopo aver deliberato sanzioni in armonia con l’Ue alla Russia, rispettato la direttiva NATO di aumentare in modo significativo la spesa militare di ogni paese aderente all’Alleanza Atlantica e a inizio del mese scorso si è presentato alla Camera e al Senato chiedendo a lorsignori deputati e senatori di approvare una manovra volta ad inviare armi a un Paese in guerra. Il decreto Ucraina presentato dal presidente del Consiglio ha incassato 244 voti favorevoli, 13 contrari e 3 astenuti. In pratica l’intero Senato ha deciso di far scendere il Paese in guerra, senza un consenso popolare (solo il 40% degli italiani concorda con l’invio di armi a Kiev), in totale violazione dell’art. 11 della Costituzione che avrebbe dovuto ricordare alla cloaca di poltronai del “governo dei migliori” che l’Italia è un Paese che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Si tratta di una “scelta senza precedenti”, come l’ha definita Draghi, ma anche senza logica alcuna in quanto il decreto prevede l’aumento della spesa militare italiana fino al 2 per cento del PIL dagli attuali 25 miliardi di euro annui a circa 40 miliardi entro 2 anni. Quindi si parla di armi da comprare e di eserciti da rinforzare non si sa per combattere chi dopo il 2024, quando è possibile che la guerra in Ucraina, per la quale abbiamo già inviato armi, anche se non sappiamo a chi sono arrivate, sarà già terminata. Non solo. Come se non bastasse, l’Italia ha in questi giorni deciso di partecipare al programma Ue per l’invio di ulteriori fondi (circa 500 milioni di euro) all’Ucraina di Volodymyr Zelensky che si aggiungeranno al miliardo già destinato tra febbraio e marzo per l’Epf (European peace facility), il fondo europeo per la “pace”. Al programma il nostro aderisce per il 12,5% del totale e ciò significa, stando ai dati dell’osservatorio Milex, che l’Italia sta già contribuendo al finanziamento dell’operazione di sostegno bellico all’Ucraina, con circa 125 milioni di euro. Spesa che, con l’ulteriore trance di 500 milioni, salirebbe a circa 187,5 milioni di euro. In questo modo sorridono sardonici anche i signori della guerra in Italia dai quali, insieme alle aziende internazionali, il governo attingerà lotti di armamenti da comprare, con soldi dei contribuenti, da destinare agli uomini di Zelensky. Leonardo Finmeccanica, prima azienda in Europa nell’industria bellica (dopo l’uscita con la Brexit del gigante inglese BAE Systems) e con una capitalizzazione di 4,6 miliardi di euro,  leader nella produzione di aerei e componenti aeronautici a livello internazionale, operante sia nel settore della difesa, sia in quello commerciale, dall’inizio del conflitto ha guadagno in borsa circa il 15%, spinta dalle decisioni del governo Draghi di inviare armi in Ucraina. L’Italia e le aziende belliche italiane potrebbero essere interpellate anche per quanto riguarda la compravendita di munizioni, di cui il nostro Paese è storico produttore, basti ricordare l’azienda “Fiocchi Munizioni”, la più grande a antica azienda di munizioni in Italia che però non risulta essere coinvolta negli affari per la guerra in Ucraina. Ad ogni modo, di tutto ciò - dello sforzo economico italiano per il conflitto in Ucraina, delle armi “MADE IN ITALY” usate per uccidere, del non rispetto della Costituzione, dell'abulia politica, della dannosa quanto pericolosa adesione alla NATO, della strategia fallimentare dell’Occidente che potrebbe portare a un serio conflitto nucleare - gli italiani sembrano fare spallucce, si girano dall’altra parte. Eppure, ci sarebbe tanto di cui indignarsi, a partire proprio dalle spese militari, milioni e milioni di euro che finiranno per foraggiare una guerra già di per se insanguinata con 1793 civili morti (dati ONU) e oltre 4 milioni di profughi, mentre un italiano su dieci è sulla soglia della povertà, la sanità è a pezzi, come il sistema scolastico e i giovani, quelli non costretti all’alternanza scuola-lavoro dove in diversi hanno perso la vita nei cantieri, preferiscono tentare la fortuna all’estero. La verità è che siamo un popolo bue, schiavo delle volontà atlantiste e delle logiche politiche e economiche, che paga imposte a uno Stato poco fedele ai dettami della Carta Costituzionale ed ai valori in essa racchiusi senza un benché minimo senso di indignazione, senza partecipazione politica. La stessa partecipazione di cui parlava Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti” dove descriveva l’indifferenza come “il peso morto” che opera “potentemente nella storia”.

Per concludere: è notizia di ieri che le spese militari nel mondo, come certifica il rapporto del Sipri, hanno superato per la prima volta nella storia la soglia stratosferica di 2 mila miliardi di dollari. Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, nel 2021 la spesa globale per la difesa è stata infatti di 2113 miliardi di dollari, con un incremento dello 0,7% in termini reali e del 6,1% in termini monetari sull’anno precedente. Una cifra ben più superiore dell’intero Prodotto interno lordo italiano.

Se solo tali somme ciclopiche per la compravendita di armi ed equipaggiamenti venissero diversamente investite, per esempio, su sanità, ambiente e istruzione riusciremmo, come continua a ripeterci Papa Francesco, a vincere le carestie, la fame nel mondo, l’analfabetizzazione e a salvare dal suo declino climatico l’intero pianeta. Ma ciò non accadrà perché l’umanità, la società globale di oggi, è egoista, avida. Solo qualche giorno fa oltre due miliardi di cristiani hanno celebrato la Santa Pasqua, giorno in cui Gesù Cristo, condannato alla crocefissione dal popolo che preferì salvare Barabba, risorgeva al mondo. “Ama il prossimo tuo come te stesso e non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te stesso”, ripeteva il Cristo ai suoi discepoli. Un insegnamento che l’uomo, dopo duemila anni, ha dimenticato.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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