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di Aaron Pettinari
Ultrasettantenne "è a rischio Covid-19"

Stavolta la scarcerazione, causa Coronavirus, è di quelle eccellenti. Ad ottenere la detenzione domiciliare è il boss Rocco Santo Filippone, ritenuto dagli inquirenti "l'ambasciatore per gli affari riservati" della cosca Piromalli, ed imputato nel processo 'Ndrangheta stragista dove, assieme al capomafia palermitano Giuseppe Graviano, è accusato di essere il mandante degli attentati contro i carabinieri (in cui morirono anche i brigadieri Fava e Garofalo), avvenuti tra il 1993 ed il 1994.
La Corte d'assise di Reggio Calabria, su richiesta degli avvocati Guido Contestabile e Angelo Sorace, ha emesso l'ordinanza che lo manda ai domiciliari, per motivi di salute. Il capomafia, però, non sarà trasferito a Meliccucco (dove inizialmente speravano Filippone ed i suoi legali), ma presso l'abitazione del figlio, a Rivoli, in provincia di Torino.
I giudici, nel provvedimento odierno, mettono in evidenza le gravi accuse pendenti contro il "monaco" (così è soprannominato): “Associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio tentato e consumato, aggravati dalla finalità di agevolare le attività delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa Nostra e 'ndrangheta che intendevano costringere lo Stato italiano, tra gli ulteriori scopi in corso di compiuta individuazione, a rendere meno rigorose sia la legislazione che più in generale le misure antimafia”. Per questo motivo si sottolinea che le esigenze cautelari "sono tutt'ora sussistenti". Tuttavia si è resa necessaria l'ordinanza, seppur limitandola temporalmente "fino al persistere dell'emergenza da Coronavirus", in quanto allo stato il boss calabrese non può essere trasferito “presso luogo di cura o di assistenza alla luce della emergenza sanitaria in corso e delle normative regionali fortemente limitative a nuovi ricoveri presso strutture pubbliche e cliniche private”. Il boss è ultresettantenne e con patologie e a quanto pare l'emergenza rende impossibile curarlo in carcere come è stato fatto fino a due settimane fa quando l'ennesima istanza di scarcerazione è stata respinta. Cos'è cambiato?
Facciamo un passo indietro. Da quando è iniziata l'emergenza il tema delle carceri è tornato con forza in auge a causa del sovraffollamento. Le scorse settimane il governo ha emesso un decreto, il "Cura Italia", con cui si prevedono gli arresti domiciliari per i detenuti che abbiano una condanna "non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena". Un provvedimento specifico che interviene per quelle posizioni già in "esecuzione di pena" e "in cui si esclude la concessione a coloro che abbiano commesso reati particolarmente gravi, come ad esempio quelli richiamati dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, maltrattamenti in famiglia o stalking, coloro che abbiano partecipato alle rivolte dei giorni scorsi e quei detenuti che siano privi di domicilio effettivo e idoneo, anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato".
Come è possibile, dunque, che ad uscire dalle patrie galere vi siano anche mafiosi e affini? Semplice. Le decisioni prese da Gip, Gup e Presidenti delle Corti, non fanno riferimento al provvedimento del governo. Certo, con lo stesso si indica una strada, ma le valutazioni si misurano su altre direttive.
A quanto pare vi sarebbero delle disposizioni nazionali interne che porterebbero all'edizione della misura in maniera diretta, specie se in presenza di detenuti ultrasettantenni o con particolari patologie.
Proprio nei giorni successivi in cui il Consiglio superiore della magistratura, de facto, si era spaccato sul parere da dare sul decreto "Cura Italia", (da una parte chi riteneva la misura troppo blanda, dall'altra chi, come i magistrati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, arrivavano a criticarlo apertamente definendolo come un "indulto mascherato" e un "pericoloso segnale di distensione"), il primo aprile, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, sottoscriveva un documento di 19 pagine, inviato a tutte le Procure generali d'Italia, "suggerendo l'opportunità di valutare le diverse opzioni che la legislazione vigente mette a disposizione per ridurre la popolazione penitenziaria".
Ne ha scritto, su La Repubblica, la giornalista Liana Milella, evidenziando come si facesse riferimento chiaro alla "detenzione domiciliare semplice" e considerare il carcere come "extrema ratio". Riportando un commento di Gian Luigi Gatta, docente di diritto penale all'Università di Milano e direttore di "Sistema penale", rivista online sulla giustizia, "l'idea di fondo del documento è che l'esigenza di tutelare la salute pubblica, prevenendo la diffusione del contagio nelle sovraffollate carceri italiane, è in questo momento una priorità, che suggerisce ai pubblici ministeri l'opportunità di valutare le diverse opzioni che la legislazione vigente mette a disposizione per ridurre la popolazione penitenziaria".
Possibile, però, che indicazioni simili portino ad un "liberi tutti" così indistinto, anche di fronte a gravi reati contestati? Possibile che in questa maniera si sia trovato il modo di bypassare anche l'indicazione che veniva dal Governo? Possibile che non si possa giungere ad una soluzione alternativa che garantisca sempre la salute del detenuto?
Certo è che la concessione dei domiciliari a Filippone segue i provvedimenti già adottati per il boss di Lamezia Terme Vincenzino Iannazzo, condannato in appello a 14 anni e mezzo e in attesa di sentenza definitiva; o quello per l'ergastolano di origini siciliane, Antonio Sudato, 67 anni, che si trovava rinchiuso nel carcere di Sulmona. Altri hanno già presentato istanza, come il boss di Pagliarelli Settimo Mineo, che fu incaricato di ricostruire la Cupola nella provincia di Palermo. Non è stato il primo ma, visto l'andazzo, non sarà neanche l'ultimo.

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