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La “casetta della pioggia” è quell’oggetto vintage in cui due personaggi, un omino e una donnina, escono alternativamente da due porticine: uno quando il tempo volge al bello, l’altro quando minaccia pioggia. Era certo meno precisa dei siti meteo, ma bastava un colpo d’occhio per capire che tempo che fa. Ebbene, il caso Assange funziona perfettamente da “casetta della pioggia”. Nel senso che segna in maniera inequivocabile tempo pessimo per la democrazia. E per il giornalismo. Julian Assange, con la sua organizzazione Wikileaks, ha reso pubblici oltre 700 mila documenti segreti ricevuti da fonti interne a organismi istituzionali degli Stati Uniti (whistleblower, cioè segnalatori di illeciti, come Chelsea Manning, che sarebbero da proteggere e che sono stati invece perseguitati). Ha rivelato al mondo sistemi globali di evasione fiscale e di riciclaggio di denaro sporco, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani realizzati in Afghanistan, in Iraq, a Guantanamo, ha messo online migliaia di files sulla politica di molti Paesi al mondo, tra cui l’Italia (vi si legge, per esempio, che Berlusconi era sospettato di essere socio di Putin e beneficiario di affari petroliferi realizzati da Gazprom e Eni). Per tutto ciò, Assange, cittadino australiano, è da anni braccato, bloccato, chiuso in carcere. E ora in attesa di essere estradato negli Usa. È la vendetta degli Stati Uniti, superpotenza che non riesce ad accettare di essere stata messa in scacco da un gruppo di ragazzini. Vendetta, non certo pena rieducativa: oggi nel supercarcere degli alleati britannici, domani (se l’estradizione sarà concessa) in una galera americana, dove rischia di scontare 175 anni di carcere per aver violato l’Espionage Act, una legge del 1917 mai applicata prima a un giornalista-editore che non ha provocato danni alla sicurezza dello Stato, ma ha rivelato invece il lato oscuro del potere, contribuendo alla trasparenza che è condizione irrinunciabile della democrazia.
Ci si potrebbe aspettare dunque un’onda d’indignazione planetaria, un movimento di protesta internazionale contro la richiesta d’estradizione e in sostegno di Assange. Invece le opinioni pubbliche mondiali (e quella italiana) sono timide e silenziose. La “casetta della pioggia” segna brutto tempo. Anche i progressisti italiani si mostrano sospettosi nei suoi confronti, tanto che il Pd ha votato contro la proposta di assegnare ad Assange la cittadinanza onoraria di Milano. Ci sono tarli che rodono la corretta percezione del fenomeno Wikileaks, luoghi comuni che interferiscono sulla sua valutazione. Assange? È una spia, non un giornalista. Ha subito un procedimento penale in Svezia per reati sessuali e comportamenti scorretti contro le donne. E – infine – è antiamericano: dunque putiniano. Non è così. Ha creato un gruppo che ha ricevuto files segreti o riservati, ma poi non si è limitato a renderli pubblici, diffondendoli in rete o su grandi quotidiani internazionali: prima li ha verificati, con un lavoro di controllo – specificità del giornalismo – che ha coinvolto un network mondiale di professionisti e di testate. Quanto all’inchiesta svedese, non solo si è conclusa senza un nulla di fatto, ma appare fin dall’inizio una macchinazione per bloccare Assange. L’ultima obiezione, quella cruciale, lo accumuna a chi oggi si permette di segnalare i limiti delle democrazie occidentali: tutti “putiniani”. Invece Assange è un difensore del sistema occidentale, proprio quando lo critica e ne svela le deviazioni criminali: perché dimostra che la democrazia, sistema sempre perfettibile, ha gli anticorpi per sconfiggere i suoi virus. Di Putin sappiamo che è un autarca che elimina con la violenza i suoi oppositori. Se gli Usa e l’occidente vogliono dimostrare di essere diversi, hanno un modo semplice: liberino Assange, in nome della trasparenza, della libertà di stampa e del Primo Emendamento della Costituzione americana.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano dell'8 Luglio 2022

Foto originale © David G Silvers

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