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Intervista esclusiva all’ex sindaco di Riace

Non mi fa paura l’entità della pena. Il sistema un po’… Mi fa paura il tentativo di delegittimazione morale: sarebbe come la morte per me”. A parlare è Domenico Lucano - per tutti “Mimmo” - ex sindaco di Riace condannato recentemente dal tribunale di Locri alla pena di anni 13 e 2 mesi di reclusione perché ritenuto colpevole di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio in quello che gran parte dell’opinione pubblica definisce come “un processo politico”.

Ed è per capire meglio la sua vicenda - e toccare con mano il modello politico da lui ideato -, che ci siamo recati a Riace in occasione di una due giorni di eventi ideati per stringersi attorno ad un uomo che racconta le sue esperienze attraverso gli entusiasmi (e non i sacrifici), come lo stesso “Mimmo” ha detto ai nostri microfoni in una intervista esclusiva.

A differenza della giornata di ieri - in cui nell’anfiteatro di Riace si sono susseguiti interventi artistici e un dialogo tra lo storico giornalista Gad Lerner e Domenico Lucano, oltre ad un intervento dell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris -, quella odierna è una giornata diversa, più riflessiva.

Stamane, infatti, l’appuntamento era al cimitero del paese per commemorare la vita di Becky Moses: una 26enne nigeriana che il 26 gennaio 2018 a Crotone - in uno dei CARA più grandi d’Italia - è stata arsa viva in un incendio che ha distrutto oltre duecento baracche. Una ragazza che ha vissuto a lungo nella miseria e nella prostituzione, sottomessa alla terribile mafia nigeriana. Una donna la cui vita è stata fortemente legata alla città di Riace presso la quale (in un CAS) ha trovato accoglienza, una volta scappata in Italia. Fu proprio il sindaco Domenico Lucano che diede a Becky Moses una carta d’identità, oggetto che ufficialmente dichiarava il suo diritto di esistere. Una rinascita per lei, durata fino a quando - in seguito alla chiusura CAS -, non ha dovuto lasciare Riace per andare a Crotone, dove morì.

Oltre all’ex sindaco di Riace, alla commemorazione era presente anche padre Alex Zanotelli e tanta società civile. Ed è proprio fuori dai cancelli del campo santo, in cui è presente la lapide di Becky Moses, che “MimmoLucano ha risposto alle nostre domande.

Non mi hanno pesato i sacrifici. La mia è stata un’esperienza fantastica - ha detto l’ex sindaco di Riace -. Come piccolo Comune siamo stati al centro dell’attenzione mondiale per un valore dato ad una comunità che si è ritrovata attorno a degli ideali che fanno parte della storia, della cultura del luogo, in un periodo in cui le soluzioni rispetto all’accoglienza e all’immigrazione sono state sempre quelle di costruire barriere, denigrazioni e rafforzare i confini”. “La risposta umana è stata al centro di una soluzione che il mondo ha visto come speranza per una nuova umanità - ha continuato -. E credo che questo non siano state solo parole, ma anche una prassi di vita sociale. Fare il sindaco o l’amministratore pubblico (almeno nelle nostre realtà del profondo Sud italiano, luoghi molto marginali, in cui ci sono state storie di migrazioni, di problematiche sociali, di condizionamenti delle mafie, di crisi demografiche) non si può ridurre ad un’elencazione o ad un interesse solo per la materialità o alle opere pubbliche, perché intanto il tessuto sociale muore”.

Per Lucano l’incontro con l’immigrazione “è stata anche un’occasione per sperimentare momenti di riscatto sociale e di costruzione di una piccola comunità globale”. Una comunità costruita “nei periodi in cui c’erano persone che provenivano da ogni parte del mondo per me è stata un’occasione di un coinvolgimento non solo delle strategie locali dello sviluppo ma anche un coinvolgimento su piano emozionale, conoscendo le persone e le loro storie. E ognuna di loro mi ha raccontato che sono arrivati perché obbligati dalle ingiustizie di un mondo che ha venduto loro guerra, armi, miseria e ha saccheggiato i territori obbligando centinaia di migliaia di esseri umani a scappare a intraprendere questi viaggi come unica soluzione per la loro vita”.

MimmoLucano non fa un passo indietro e rivendica ogni sua decisione intrapresa da sindaco. Non indietreggia neanche davanti alla pesante condanna emessa in primo grado dal tribunale di Locri. “È ovvio che io sono di parte, ma non voglio dare l’impressione che io cerchi alibi o giustificazioni con ciò che dico. Mi rendo conto che è il messaggio giunto da Riace ciò che conta. Una speranza per il mondo. Niente e nessuno può cancellare o delegittimare quel messaggio, sarebbe troppo negativo”. Per l’ex sindaco la vita “non si può ridurre ad un interesse personale, a convenienze individuali o a mero interesse materiale”: è molto di più. “La vita è un’ideale, la bellezza della libertà, di condividere la fratellanza. Questo è il messaggio importante. E non voglio che tutto ciò venga delegittimato e posto in un alveo dove spesso la politica è vista come un insieme di interessi in cui ognuno è egoista. Io non ho fatto questo”.

Parole forti, valori unici che con forza e determinazione “Mimmo” difende e rivendica. “Ribadisco che non ho timori dell’entità della pena. È vero c’è un tribunale che mi ha giudicato e mi giudicherà. Ma prima della pronuncia della condanna ha anche espresso delle parole importanti: ‘Nel nome del popolo italiano…’. Quindi anche il popolo e l’opinione pubblica sono fondamentali. Ed è quello il processo più grande per me, quello davanti a loro. Ovviamente ci deve essere un tribunale giudicante, ma i miei accusatori sono le stesse persone che hanno acclarato che non ho toccato un euro, non ho ucciso nessuno, non ho fatto cose per il mio interesse (anzi al contrario ho subito danni sul piano personale). E quindi cos’ho fatto? Ho fatto il peculato? Ma il peculato io l’ho fatto come modello Riace per realizzare in un deserto laboratori per costruire opportunità per i rifugiati di costruire borse lavoro. Non si poteva ridurre l’esperienza dell’accoglienza al dare cibo e alloggio. Sono persone come noi.

Ho fatto cose non previste nei manuali di rendicontazione ma non l’ho fatto per me. Ciò che ho fatto l’ho fatto tutto con i miei soldi. Non possono dire ‘questo sindaco ha toccato i soldi (del Comune, ndr)’, come solitamente si dice per la politica. Con me non possono permetterselo a meno che non costruiscano teoremi accusatori falsi”.

Al di là di ogni condanna, la speranza di “Mimmo” non si arresta. “Un giorno voglio la luce della giustizia e non ho paura per niente. Così ho fatto il sindaco: scegliendo di stare anche dalla parte delle persone che erano senza scarpe, senza niente, con la loro disperazione”.

E per continuare a fare luce sull’esempio di “MimmoLucano e sull’utopia del “modello Riace”, le attività pomeridiane continueranno nel “Villaggio Globale” della città. Un motto unico: “Riace non si arresta. Siamo tutti Mimmo Lucano”.

Foto © Our Voice

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