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Ergastolo. Questa è la sentenza confermata dalla Corte di Cassazione per Francesco Schiavone detto 'Sandokan', capo dei Casalesi, storici alleati di Cosa nostra palermitana, nonché detti anche "corleonesi" della Camorra.
Francesco è padre di Walter Schiavone (fratello di Nicola Schiavone)  che ha iniziato a collaborare con la giustizia, in particolare con la Dda di Napoli, a cui avrebbe reso già due interrogatori. La collaborazione con la giustizia del boss potrebbe essere segno della chiusura di un cerchio e che in Campania a comandare è un'altra famiglia probabilmente in combutta con la 'Ndrangheta e Matteo Messina Denaro.
Ricordiamo che ad ogni modo, il rampollo del boss, già prima di iniziare a collaborare, era entrato nel programma di protezione per via del pentimento del fratello Nicola, primogenito di Sandokan, cambiando avvocato (oggi è difeso da Domenico Esposito). Secondo la Dda di Napoli, dopo l'arresto di Nicola nel 2010, il clan sarebbe stato gestito proprio da Walter, che in alcuni processi precedenti alla collaborazione, aveva già ammesso di aver fatto parte del clan, sebbene negli anni 2013 e 2014.

Francesco Schiavone è da tempo in carcere al regime speciale del 41bis, per l'omicidio di Antonio Diana, vigile urbano di San Cipriano d'Aversa, assassinato nel novembre 1998. La Suprema Corte ha confermato il verdetto emesso nel 2019 dalla Corte di Appello di Napoli, mettendo la parola fine ad un procedimento in cui i protagonisti sono stati i collaboratori di giustizia, tra cui l'ex boss latitante Antonio Iovine, Carmine Schiavone, Giuseppe Quadrano. Sono state le loro dichiarazioni a permettere alla Dda di risolvere un caso dopo 30 anni e ricostruire i nomi e i ruoli di mandanti ed esecutori del delitto, nove in totale già quasi tutti condannati in abbreviato tranne che 'Sandokan'. Da indagini e processo è emerso che proprio Francesco Schiavone è stato il mandante. Il vigile urbano Antonio Diana fu ucciso nell'ambito della faida che a fine anni '80 contrappose i gruppi guidati da Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti a quello del fondatore del clan, Antonio Bardellino. In particolare l'omicidio di Diana fu una risposta all'omicidio di Michele Russo, vicino a Sandokan e ucciso dai killer di Bardellino; Francesco Schiavone credeva che il vigile urbano avesse fatto da specchiettista, persona cioè che rivela al gruppo di fuoco i movimenti della vittima.

Foto © Imagoeconomica

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