Una sentenza che scontenta tutti, la verità che si allontana a pochi giorni dai 30 anni dalla strage

E’ una sentenza che scontenta tutti quella pronunciata poco fa dal Tribunale di Caltanissetta nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio. Dopo quasi 10 ore di camera di consiglio la corte, presieduta da Francesco D'Arrigo, ha fatto cadere l’aggravante mafiosa nei confronti di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, i tre ex poliziotti del pool stragi comandato dal prefetto Arnaldo La Barbera, imputati di calunnia per aver indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a mettere a verbale bugie e ad accusare ingiustamente degli innocenti, che poi furono condannati all’ergastolo per la strage. Come risultato, i reati contestati a Bo e Mattei sono stati dichiarati prescritti, mentre Ribaudo è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Respinta, dunque, la tesi della procura di Caltanissetta, che parlava di “un depistaggio gigantesco” e “inaudito” che “ha coperto alleanze mafiose di alto livello” e aveva chiesto condanne a pene altissime.
In attesa delle motivazioni della sentenza, dove si comprenderanno le ragioni che hanno portato a questa conclusione, traducendo il dispositivo, i giudici hanno ritenuto che almeno Bo e Mattei fossero consapevoli delle false accuse di Scarantino, ma che non abbiano agito allo scopo di favorire la mafia. Il Tribunale, nel frattempo, ha trasmesso alla Procura gli atti delle dichiarazioni rese a processo da Scarantino “per le valutazioni di competenza in ordine all’eventuale esercizio dell’azione penale” nei suoi confronti per il reato di calunnia. Trasmessi con l’ipotesi di falsa testimonianza anche gli atti relativi alle deposizioni dei poliziotti Maurizio Zerilli, Angelo Tedesco, Vincenzo Maniscaldi e Giuseppe Di Gangi. Presenti in aula due dei tre figli del giudice Borsellino: Manfredi e Lucia, assente Fiammetta, la figlia minore.Tra gli imputati invece erano presenti solo Ribaudo e Mattei, mentre Bo ha deciso di non presentarsi. Questo è il sesto processo (se si include quello contro Matteo Messina Denaro come mandante delle stragi del ’92) che si celebra su fatti relativi alla strage di via d’Amelio. E’ al Borsellino Quater, terminato con le condanne definitive all’ergastolo dei boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, e quelle per calunnia dei falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta, che è stato descritto il depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio come “il più grande depistaggio della storia della Repubblica”. Ed è da alcune risultanze emerse dal primo grado del Borsellino Quater, congiuntamente a nuovi elementi emersi e raccolti esternamente, che il sostituto procuratore di Caltanissetta Stefano Luciani e l’aggiunto Gabriele Paci hanno chiesto e ottenuto un nuovo processo per chiarire la vicenda del depistaggio. Alla sbarra erano finiti i poliziotti della “Squadra Falcone e Borsellino”, coordinati dall’ex 007 e capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Il processo è cominciato a Caltanissetta il 5 novembre del 2018 ed è durato cento udienze. Oggi, circa quattro anni dopo, gli imputati sono stati assolti o comunque prescritti. Una sentenza amara, forse inevitabile, a pochi giorni dal 30esimo anniversario della strage di via d’Amelio sulla quale la verità piena continua ad essere lontana.

Le posizioni della procura
Nelle scorse settimane, durante la requisitoria, alla quale aveva preso parte in persona il nuovo capo della procura, Salvatore De Luca, erano state chieste condanne ai poliziotti imputati: 11 anni e 10 mesi per Bo, e nove anni e mezzo per Ribaudo e Mattei perché, a detta della procura, avrebbero costruito a tavolino una falsa verità sull’attentato costata la condanna a otto persone innocenti. I poliziotti, secondo i pm, hanno costretto, anche con la violenza, personaggi come Scarantino, piccolo spacciatore senza legami con la mafia, ad autoaccusarsi della strage e a incolpare persone estranee all’attentato. Per i tre imputati era stata chiesta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. “Hanno avuto molteplici condotte e tutte estremamente gravi che rendono tangibile il grado di compenetrazione nelle vicende, avete ulteriori elementi che provano la sussistenza di questo elemento, la condotta che caratterizza l’illecito. Non è una condotta illecita di passaggio ma che dal primo momento fino all’ultimo si ripete e si reitera”, ha detto il pm Stefano Luciani - che ha rappresentato la pubblica accusa insieme a Maurizio Bonaccorso - durante la requisitoria. Per l’accusa “è dimostrato in maniera assoluta il protagonismo del dottor Mario Bo sulle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e nella illecita gestione di Scarantino nella località protetta”. E ancora: “C’era una fiduciarietà del rapporto tra i tre imputati e Arnaldo La Barbera, che rende concreta l’ipotesi che abbiano avuto la reale rappresentazione degli scopi sottesi delle condotte poste in essere”. Secondo l’accusa è stato La Barbera il dominus del depistaggio: i tre poliziotti imputati erano suoi uomini di fiducia. Per la Procura “ci sono elementi che dimostrano convergenze che certamente ci sono state nella ideazione della strage di via D’Amelio tra i vertici e gli ambienti riferibili a Cosa nostra e ambienti esterni ad essa”, ha aggiunto sempre Luciani nel suo atto d’accusa. Durante la requisitoria il pm ha parlato anche dell’agenda rossa del giudice Borsellino, che non venne più ritrovata dopo la strage: “Se sparizione c’è stata, non fu di interesse di Cosa Nostra ma da collegare a interessi estranei”.

Foto © Imagoeconomica

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