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via damelio fiamme c fotogrammadi Aaron Pettinari
Il processo contro l'ex ispettore di polizia Fabrizio Mattei, ora in pensione, Mario Bo, ex funzionario e oggi dirigente della polizia a Gorizia (non presente in aula), e Michele Ribaudo, agente di polizia, che nel '92, dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio, fecero parte del cosiddetto gruppo investigativo "Falcone Borsellino" come stretti collaboratori di Arnaldo La Barbera (morto nel 2002 e considerato l'ispiratore del depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio, dove nel '92 furono assassinati il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta) si farà e prenderà il via il prossimo 5 novembre. I poliziotti sono accusati di calunnia aggravata dall'avere favorito cosa nostra.
A deciderlo è stato il Gup di Caltanissetta, Graziella Luparello, che ha così accolto la richiesta della Procura, compresa la richiesta di applicazione del comma 1 dell'art.416 bis che riconosce a chi ha agito dall'esterno l'aggravante di avere favorito la mafia, suggerendo una falsa ricostruzione della fase esecutiva della strage che portò poi alle condanne all'ergastolo a sette mafiosi, estranei all'attentato. Ora sei di loro, Gaetano Scotto (ancora indagato per l’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie Ida) Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Giuseppe Urso e Gaetano Murana hanno chiesto tramite i propri legali 50 milioni di euro di risarcimento al ministero dell’Interno e alla presidenza del consiglio dei ministri, in questo processo chiamati in causa come “responsabile civile”.
Sembra un paradosso ma non lo è. Diversi gli elementi di prova raccolti nell'inchiesta condotta dal sostituto Stefano Luciani (presente in aula assieme al Procuratore Capo Amedeo Bertone) e dall'aggiunto Gabriele Paci. Ad esempio ci sono gli appunti che il poliziotto Mattei passava al falso pentito Scarantino per suggerire le dichiarazioni da rendere. Secondo Mattei non erano altro che pro memoria; per la Procura, invece, veri e propri suggerimenti. Poi ci sono le dichiarazioni dell'ex moglie di Scarantino, Rosalia Basile e vicende come l'aggressione subita dopo la ritrattazione nell'intervista rilasciata a Studio Aperto. Ma questi sono solo alcuni degli elementi che dovranno essere nuovamente approfonditi così come era già stato fatto durante il processo Borsellino quater. E la speranza è che si possa capire come si è arrivati a quello che proprio i giudici della Corte d'assise hanno definito come il "depistaggio più grave della storia". Tanti gli interrogativi che restano aperti e che compaiono tra le pieghe delle motivazioni della sentenza, depositata lo scorso luglio.
Perché la Corte evidenzia come non tutte le dichiarazioni di Scarantino fossero non veritiere, concentrandosi su quegli elementi che "contengono elementi di verità". "Sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di 'collaborare' con la giustizia, in data 24 giugno 1994 - scrivono i giudici - lo Scarantino ha affermato che l’autovettura era stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, e ha menzionato l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Nel successivo interrogatorio del 29 giugno 1994 egli ha specificato che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione. Nelle sue successive deposizioni, lo Scarantino ha sostenuto che la Fiat 126 era stata spinta al fine di entrare nella carrozzeria (circostanza, questa, che presuppone logicamente la presenza di problemi meccanici tali da determinare la necessità di trainare il veicolo). Egli, inoltre, ha aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto". Ebbene tutte queste circostanze sono "del tutto corrispondenti al vero ed estranee al personale patrimonio conoscitivo dello Scarantino, il quale non è stato mai coinvolto nelle attività relative al furto, al trasporto, alla custodia e alla preparazione dell’autovettura utilizzata per la strage". Queste circostanze, che saranno anche raccontate da Gaspare Spatuzza (l'ex boss di Brancaccio che si è autoaccusato del furto dell'auto, ndr), come potevano essere note dai cosiddetti suggeritori? Secondo i giudici "è del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte".
I giudici in quella sentenza indicano anche alcuni “collegamenti” tra la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e il depistaggio di Stato nelle indagini sulla strage di via d’Amelio. Anche questi aspetti, forse, si potranno chiarire con questo processo. Tanti quesiti aperti, come quelli sull'eventuale ruolo avuto dai servizi segreti e sui mandanti esterni del delitto del 19 luglio 1992. Anche per questo, indubbiamente questo processo può rappresentare un passo importante.
"La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall'omertà. Noi seguiremo tutti i passaggi di questa vicenda perché la ricerca della verità non può fermarsi. Il silenzio degli imputati su quanto accaduto è sconvolgente e peggiore dell'omertà dei mafiosi" ha commentato Fiammetta Borsellino a fine udienza. Assieme al fratello ed alla sorella, allo zio Salvatore ed ai figli della sorella del magistrato, Adele, è parte civile in questo processo. Nel corso dell'udienza odierna il gip Luparello ha respinto la richiesta di costituzione di parte civile dei figli di Rita Borsellino e del comune di Palermo. Secondo il giudice l'istanza sarebbe tardiva perché il procedimento è in fase finale.

Foto © Fotogramma

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