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borsellino sal c giuseppe piazzaQuando, nel febbraio del 2015, Sergio Mattarella venne eletto a rappresentare la più alta delle nostre istituzioni, la Presidenza della Repubblica, ai giornalisti che, forse per le mie note posizioni riguardo al suo predecessore, mi chiedevano un parere su questa nomina, risposi che per potere dare un giudizio non mi sarei fidato più delle parole, se ne sentono troppe nel nostro paese, ma avrei aspettato i fatti.
I fatti li sto ancora aspettando. In quelle occasioni in cui sarebbe potuto intervenire, come il mancato accoglimento della richiesta di Nino Di Matteo di essere assegnato come Sostituto Procuratore alla Procura Nazionale Antimafia, respinta dal CSM con un assurdo undicesimo posto in graduatoria su tre posti disponibili, non ha ritenuto di intervenire.
E non ha ritenuto neanche di dovere seppure soltanto rispondere ad un appello di Letizia Battaglia, al quale aderii subito anche io, perché, nella sua veste di Presidente del CSM intervenisse in qualche maniera per rivedere una decisione assurda nei confronti di un magistrato la cui esperienza nel campo della mafia e delle commistioni tra mafia e politica non ha oggi eguali in Italia.

Purtroppo però oltre ai fatti sono mancate anche le parole. Non una parola di solidarietà, di sostegno nei confronti di un magistrato che non ha ricevuto soltanto delle minacce di morte ma che credo si trovi oggi nelle stesse condizioni in cui si trovò Paolo Borsellino nei 57 giorni che separarono il suo assassinio da quello del suo fraterno amico e collega Giovanni Falcone.
E questo silenzio risalta in maniera ancora più sinistra in mezzo al silenzio, un vero silenzio di morte, da parte di tutte le altre istituzioni.
Ho esitato a lungo prima di dare la mia adesione a questa manifestazione a sostegno di Di Matteo, non perché non la ritenga necessaria e doverosa ma perché ho paura che il sostegno dei milioni di persone che, sono sicuro, appoggiano Nino Di Matteo e guardano a lui con speranza e fiducia, dei milioni di persone che credono nella Giustizia, non si traduca poi in una effettiva mobilitazione che spinga tutti, tutti, a tradurre il loro impegno dalle parole all’azione.
Ho timore che una per quanto partecipata manifestazione ma inevitabilmente limitata nei numeri per chi non dispone dei mezzi e dei canali disponibili a partiti e sindacati, venga poi strumentalizzata da chi non perderà tempo ad evidenziarne i limiti spacciandoli per un limitato sostegno ed interesse dell’opinione pubblica.
E facile aderire a un gruppo su un social network, scrivere messaggi di adesione, ma tanti, troppi, ritengono di avere così esaurito il proprio impegno, di aver fatto la propria parte.
Io a Roma ci sarò, e leverò in alto, ancora una volta, la mia Agende Rossa, griderò con tutta la voce che mi resta la mia rabbia e la mia voglia di RESISTENZA, ma vorrei non doverlo fare, ancora una volta, anche per chi non ci sarà.

Foto © Giuseppe Piazza

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