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La commissione preposta non si riunisce da quando si è insediato il cardinale Czerny che ritiene la mafia questione estranea alla Santa Sede

21 giugno 2014. Durante l’omelia celebrata nella piana di Sibari, Papa Francesco fece ciò che nessun capo della Chiesa al mondo ebbe il coraggio di fare negli ultimi duecento anni: scomunicare la mafia. “I mafiosi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”, tuonò davanti a migliaia di fedeli. Parole che il mondo intero, non solo gli oltre 2,3 miliardi di cristiani, accolsero con grande speranza. Eppure, quasi dieci anni dopo quella severa condanna, di gran lunga più netta rispetto a quella espressa da Giovanni Paolo II nel ’93, è rimasta lettera morta. Ma non per volontà di Bergoglio.

Si apprende, infatti, che i lavori della Commissione vaticana, che da alcuni anni stava lavorando per rendere effettiva la scomunica ai boss mafiosi, sono fermi. “Le priorità sono altre”, sarebbe la motivazione fornita ai membri della Commissione, nata presso il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 2021, dai vertici dello stesso Dicastero.

In Vaticano, infatti, gli occhi sono rivolti a Kiev, dove da febbraio 2022 impervia la guerra contro l’invasione russa. Una guerra che, a detta dei vertici di questo Dicastero, ha più urgenza rispetto alla guerra alla mafia, una guerra difficile, annosa, quasi “liturgica” che può benissimo aspettare. Questo il senso che si potrebbe cogliere dalla posizione del Dicastero. Ma più che un’interpretazione, questa, sembra proprio essere la convinzione dal prefetto in carica, il cardinale Michael Czerny, che avrebbe valutato la questione "mafia" come una “questione solo italiana”. Affermazione che se fosse vera avrebbe dovuto coprire di vergogna il Dicastero tutto. Ma così non è stato. Diversamente è accaduto che, come detto poc’anzi, proprio sulla convinzione del prefetto Czerny, gesuita canadese, la commissione preposta per stilare un codice canonico sulla scomunica ai mafiosi, non si riunisca da quasi due anni.

Il Gruppo di lavoro sulla scomunica alle mafie è andato avanti per un anno dopo la sua nascita e poi è stato sospeso. Non è stato annullato, ma non siamo stati più riuniti”, ha lamentato su Il Fatto Quotidiano Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale. Pennisi è uno dei nove esperti chiamato dal Santo Padre per la creazione del gruppo di lavoro sulla scomunica alle mafie. Il gruppo viene istituito il 9 maggio 2021, giorno della beatificazione di Rosario Livatino. Insieme a Pennisi ci sono l’ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, l’ispettore generale dei cappellani carcerari, Raffaele Grimaldi, l’animatore della fondazione antiusura Interesse Uomo, don Marcello Cozzi, l’allora procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, il presidente del tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, il giurista canonico Ioan Alexandru Pop e il filosofo Vittorio Alberti.

L’obiettivo è di approfondire il tema della scomunica alle mafie, collaborare con i vescovi di tutto il mondo, promuovere e sostenere diverse iniziative. Alla Commissione poi il compito di trovare una definizione universale del peccato tramite il quale la scomunica possa essere effettiva. Una volta pronta, l’istruttoria  andava presentata al Papa.


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"La commissione è stata costituita proseguendo il lavoro che avevamo iniziato quattro anni fa su mafia e corruzione. Ci siamo resi conto che nella Dottrina sociale della Chiesa, nel Diritto canonico, nel Catechismo non si fa menzione della scomunica ai mafiosi. Quindi, per rafforzare la scomunica, i pronunciamenti e il magistero di Papa Francesco su questo tema abbiamo pensato che occorreva intervenire. Di qui la creazione del gruppo di lavoro", aveva spiegato nel 2021 il coordinatore del gruppo Vittorio Alberti.

Sotto la supervisione del cardinale ghanese Peter Turkson, scelto da Bergoglio tempo prima, nel 2016, a capo del Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale, i lavori vanno spediti. Viene redatta una bozza che includeva profili dottrinari e tecnici per tradurre il principio della scomunica ai mafiosi nel diritto canonico. Nella stessa bozza si parla anche della scomunica a livello internazionale, nonché delle eventuali sanzioni a carico dei sacerdoti collusi. Il 23 dicembre 2021 scade il mandato quinquennale di Turkson, al suo posto sale il prefetto Czerny. E con lui arriva la battuta d’arresto. Il quotidiano francese La Croix ha confermato che un documento finale c’è. E’ stato completato dopo una decina di riunioni tenutesi fra maggio e ottobre 2021, “ma non sarebbe mai stato consegnato a Francesco”. E da inizio 2022 i lavori si sono arrestati.

Non ci spieghiamo neanche noi membri del gruppo - ha affermato Pennisi a Il Fatto Quotidiano - questo stop, anche perché era già stata fissata un’udienza con il Papa, rinviata con la scusa del Covid. Poi è cambiato il prefetto. Il prefetto precedente, che è molto sensibile a questo tema, aveva fatto addirittura scrivere alle conferenze episcopali di tutto il mondo e molti avevano risposto che anche per loro è un problema il contrasto alle mafie e alla corruzione. Poi non abbiamo avuto più risposta, anche se a me è stato detto che probabilmente si riprenderà”. 

Per ricapitolare: un documento sulla scomunica ai mafiosi ci sarebbe ma manca l’ok del Pontefice perché uno dei collaboratori più stretti di quest’ultimo ritiene quello della mafia un problema “minore”. Un problema che non toccherebbe la Chiesa. “Cosa c’entra la Santa Sede?”, sarebbe arrivato a dire Czerny sempre a Monsignor Pennisi. Quest’ultimo ha cercato di indagare su questa posizione: “Loro ritengono in questo momento che le priorità siano i problemi della pace, della guerra e dell’immigrazione. È stato detto che su questo se ne può occupare la Conferenza episcopale italiana, ma se n’era già occupata. Se n’erano occupate anche le varie conferenze episcopali regionali”. La posizione di Czerny, quindi, non regge e rischia di essere sanzionata dal pontefice per disobbedienza. La sua, più che sottovalutazione del problema, sembrerebbe calcolata reticenza. E Papa Francesco, di queste condotte, ne ha incrociate diverse da quel 21 giugno 2014. Segno della viscosità dell’argomento mafia tra le mura Vaticane. Nel frattempo il pontefice non smette di denunciare e condannare i boss mafiosi. Una nuova scomunica è arrivata a marzo di quest’anno. “I mafiosi sono scomunicati”, aveva ribadito in un’intervista a Il Fatto Quotidiano. “Hanno le mani sporche di soldi insanguinati. Fanno affari con le armi e la droga. Uccidono i giovani e la società. Uccidono il futuro. Nella Chiesa non c’è posto per i mafiosi!”, aveva ammonito. Il giornalista e vaticanista Fabio Beretta, co-autore del libro “La scomunica della Cupola” (Di Carlo Edizioni, 2023) riferisce di una fonte che il discorso potrebbe essere ripreso dal Dicastero finita l’emergenza della guerra in Ucraina. Emergenza che, allo stato, non vede fine. Intanto le chiese di tutto il mondo chiedono aiuto alla Santa Sede su come comportarsi con il peccato di mafia. Da quando il Papa ha scomunicato i mafiosi, sono una trentina le Conferenze Episcopali, soprattutto in Sudamerica, che hanno chiesto indicazioni sul da farsi. Segno che la questione mafiosa è sofferta, eccome, in tutto il globo. Altroché problema italiano.

Foto originale © Imagoeconomica, rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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