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di Paolo Busoni - 16 gennaio 2012
Bene! Adesso anche il mainstream si sta un po’ occupando dei tagli alle spese per la guerra. Da noi giornali e (alcuni) telegiornali hanno iniziato a parlare della vicenda F-35 e perfino il ministro della Difesa, l’ammiraglio Di Paola in audizione al parlamento ha riconosciuto che le spese sono molto alte. Oltre oceano il presidente Obama (premio Nobel per la pace, sulla fiducia) annuncia un netto calo degli impegni per la difesa fino a scendere al di sotto del 3 per cento di Pil americano nei prossimi setto-otto anni. Bene! Il mondo non ha bisogno di bruciare altri soldi, che poi sono i soldi che si tagliano – senza nemmeno troppe reazioni da parte delle opinioni pubbliche – alla sopravvivenza delle diverse forme di stato sociale… Del resto i soldi li stiamo già bruciando nel sistema bancario. Ma fatte salve le reazioni inizialmente soddisfatte, un dubbio si insinua immediatamente: che la cura sia peggio del male?

Prendiamo il nostro caso italiano più noto, quello dell’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35. L’Italia rinunciando all’acquisto, che prevede una spesa a regime ben più alta dei 13-15 miliardi comunicati (visto che questa cifra si riferisce all’aereo “nudo”, cioè senza armi, supporto di terra e pilota, non è sbagliato pensare ad almeno il doppio) perderebbe solo un paio di miliardi. Già, ma davvero qualcuno può pensare che il complesso militare industriale si faccia sfilare dal piatto il pollo già bello rosolato? Si parla infatti di “requisito prioritario” nazionale, quello che – per la Marina – comporta la sostituzione o l’adeguamento della linea di cacciabombardieri Harrier e per l’Aeronautica quello che prevede la sostituzione dei bombardieri Tornado e Amx. L’F-35 era la panacea di tutti i requisiti, un aereo che per la Marina decolla e atterra dalla portaerei Cavour e per l’Aeronautica fa il bombardiere il ricognitore e perfino il “penetratore” nucleare. Già, tutti si sono già dimenticati di quelle dozzine di bombe atomiche americane B61 “assegnate” all’Italia, nella cosiddetta “peggiore delle ipotesi”.

E allora che si fa? Si buttano le portaerei Cavour (che è nuova nuova) e Garibaldi (della metà degli anni ’80)? Si rinuncia alla capacità di ricognizione e bombardamento tattico e strategico? Si rinuncia alla “bomba”? Come si fa? I militari si stracciano le vesti, dipingendo scenari apocalittici, ma in realtà tengono il gioco a chi non vuol certo perdere un affaruccio da decine di miliardi. Ed ecco la corsa ai programmi di “retrofitting”, di rigenerazione, magari a cercare qualche buon usato (guarda caso americano), oppure a buttare altri soldi nell’Eurofighter, un programma-bancomat che ha dato tante soddisfazioni agli gnomi del complesso militare-industriale.

L’ammiraglio Di Paola è una persona coerente, meglio di sicuro di chi lo ha preceduto nell’incarico, ma è stato il Direttore nazionale degli armamenti, la firma sui contratti più grossi degli ultimi anni è la sua. Riferendo al Parlamento ha detto che il nodo della spesa per la difesa in Italia è l’esubero di personale. Qualche giornalista ha riportato una battuta che girava in commissione: “Ci vorrebbe una guerra o un terremoto per smuoverli!” Un’altra guerra? Un altro terremoto? E’ vero, abbiamo le Forze armate nazionali composte quasi per metà di graduati e ufficiali, ma è sempre stato così. Tanto che questo dibattito sugli “esuberi” va avanti dagli anni ’90, cioè venti annate di concorsi in Accademia fa… Qui sembra di sentire un manager che vuole contratti alla “Pomigliano”. Oppure – peggio ancora – le voci eccitate degli imprenditori che festeggiavano, nella terribile notte del terremoto dell’Aquila.

La cura che ci propongono rischia di essere davvero peggio del male. E-il mensile lo aveva detto già a settembre: c’è il modo di tagliare – e anche di parecchio – le spese della difesa, che comunque (anche senza gli “extra” come l’F-35) superano già i venti miliardi l’anno. Tagliare significa tagliare e basta. Via subito le due portaerei (vendute o, meglio, demolite), via bombardieri e bombe atomiche. Via dall’Afghanistan e da tutte le missioni non Onu. Blocco delle carriere, adeguamento dell’età pensionabile, esodi incentivati (ma non con la mobilità verso altre amministrazioni) e blocco dei concorsi. Chiusura delle accademie, dei licei e delle scuole miliari per almeno tre anni. Scorporo dei Carabinieri, definitiva cessazione delle funzioni difesa della Guardia di Finanza e chiusura del Corpo militare della Croce Rossa. Blocco di tutti i finanziamenti “a pioggia” a cooperative, associazioni e simili. Chiusura dei reparti e demolizione delle armi più vecchie senza sostituzione. E per quanto riguarda l’industria, fine delle spese pazze di Finmeccanica, riconversione nei settori trasporti, elettronica e medicale. E soprattutto reintroduzione della Legge 185/90 sull’export di armi nella sua prima stesura, senza le truffaldine interpretazioni dei governi di destra e di sinistra degli ultimi anni. Qualcuno dirà che in questo modo aumenterà ulteriormente la disoccupazione. Può darsi. Ma nessuno si è posto il problema quando in tempi molto recenti le stesse holding si sono “liberate” dei cantieri o dei treni.

Poi, una volta tagliati – davvero – setto o otto miliardi di Euro dal settore vediamo come va a finire. Ma la minaccia non è esterna, è dentro l’apparato. Sinceramente credere che uno come Ahmadinejad possa chiudere lo Stretto di Hormuz senza essere immediatamente incenerito dai suoi o che i fantomatici supercaccia cinesi possano replicare le gesta di Gengis Khan è come credere al sovietico “sottomarino fantasma”… sono balle di un secolo fa. Adesso protestano in piazza ragazzi che sono nati dopo la caduta del muro, certi “baubau” da Guerra fredda fanno solo ridere.

Tratto da: eilmensile.it

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