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Analizziamo con il criminologo Vincenzo Musacchio l’operazione che oggi a Roma ha portato all’arresto di 77 esponenti che sarebbero coinvolti a vario titolo nelle attività di 'Ndrangheta

Qual è secondo lei il significato di questa operazione antimafia?
Evidenzia il fatto che c’è per la prima volta un tentativo di radicamento nella Capitale. Comprova che la ndrangheta è la mafia più pericolosa e meglio organizzata esistente nel mondo. È certamente transnazionale, mercatistica e usa violenza e corruzione riguardo alle situazioni contingenti, dove s’infiltra o si radica. È una mafia che ha compreso in anticipo su tutte l’importanza di fare affari lucrando ovunque sia possibile farlo. La sua caratteristica predominante è la mimetizzazione. La troviamo tra i colletti bianchi, tra gli imprenditori, gli avvocati, i professionisti, tra coloro che si occupano di economia e di finanza, nella pubblica amministrazione, nella politica. È il campo politico e massonico quello in cui crea l’humus per fare affari. È in grado di adattarsi ovunque.

Che cosa ne pensa della risposta dello Stato a questo tentativo di radicamento?
Rappresenta un ottimo segnale di reazione da parte dello Stato, ma per noi addetti ai lavori non è una novità. Sappiamo già da qualche tempo che nel Lazio la strategia ndranghetista si conferma in linea con quella che è la sua vocazione naturale: presenza nei mercati immobiliari, commerciale e finanziario, riciclaggio dei proventi illeciti. Forte e radicata la sua presenza a Roma, nel Sud pontino e in provincia di Viterbo. A Roma la ‘ndrangheta ha basi logistiche e strutture operative utili per la gestione del traffico e dello spaccio di stupefacenti in alleanza con gli albanesi (Elvis Demce) e con i Casamonica (gli Strangio). La recente operazione conferma le nostre analisi. Le cosche calabresi puntavano ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori da quello ittico, alla panificazione, dalla pasticceria al ritiro delle pelli e degli olii esausti, facendo poi sistematicamente ricorso a intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività. L’organizzazione di matrice ‘ndranghetista si proponeva, secondo le indagini sviluppate dal Centro Operativo della Dia di Roma, anche di commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuale e in materia di armi, affermando il controllo egemonico delle attività economiche sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe. La “succursale” romana si fondava su una diarchia: al vertice dell’organizzazione criminale c’erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, appartenenti a storiche famiglie della provincia di Reggio Calabria.

Come mai quest’organizzazione mafiosa primeggia sulle altre?
L’ho già anticipato in precedenza, la sua forza è nella capacità di mutare. È opportunistica e si adegua ai cambiamenti politici, economici e sociali. Da una mafia dei pascoli è passata al traffico internazionale di droga e al traffico di rifiuti. È addentrata nei settori dell’economia, dell’informatica, nei mercati dei bitcoin e persino nel settore delle intelligenze artificiali. Non solo è camaleontica ma è anche silente, in modo da non farsi notare e non destare sospetti.

Roma deve temere la presenza della 'Ndrangheta nel suo territorio?
Assolutamente sì! Non bisogna commettere l’errore gravissimo di sottovalutarla. Le cosche calabresi si sono già infiltrate nell’economia romana, hanno già le loro complicità nei settori chiave della pubblica amministrazione e delle professioni. Se non si recide nettamente il legame tra politica, economia e mafie, queste ultime diverranno sempre più forti. Oggi anche a Roma - non dobbiamo avere timore nel dirlo - è il politico o l'imprenditore che cerca lo ‘ndranghetista. È questo il nuovo scambio elettorale politico mafioso che deve preoccupare e non poco.

Esistono dei segnali che possono indicare la presenza della mafia in un territorio?
Esistono ma bisogna saperli individuare e saperli leggere. A Roma ad esempio è evidente un aumento dell'inquinamento dell’economia, accentuato ulteriormente dall’attuale crisi pandemica. Nella Capitale sono aumentati i delitti di usura che incidono sicuramente sulle piccole e medie imprese ma anche sui singoli cittadini. Rischio ancora più concreto in una metropoli come Roma disseminata dagli storici “cravattari” che sempre più di frequente sono emissari delle organizzazioni criminali tra cui in primis la ndrangheta o di proiezione che agiscono solitamente applicando tutti i canoni dell’agire mafioso. Un ulteriore spia da tenere in considerazione sono le operazioni bancarie sospette segnalate dall’UIF della Banca d’Italia. Se si legge con attenzione il dato di Roma e del Lazio emerge un fattore assolutamente non rassicurante: oltre un quarto di tutte le segnalazioni ricevute riguarda operazioni richieste o eseguite nella Capitale, sede di molte amministrazioni deputate all'intervento pubblico e alla gestione d’ingenti risorse economiche e finanziarie.

La pandemia dunque è un assist per la 'Ndrangheta?
Lo è per tutte le mafie. La mancanza di risorse economiche in piena crisi apre a un’area grigia di complicità e collusioni in cui può inserirsi facilmente la criminalità organizzata, con attività di riciclaggio e, in genere, investimenti che sono il frutto di attività illecite: acquisto d’immobili, investimenti in ristoranti, o altre attività economiche. La prova di quanto affermo è nella recente operazione appena conclusa a Roma. Se non si pone rimedio a tali questioni queste associazioni continueranno ad arricchirsi senza problemi.

Secondo lei a Roma si parla abbastanza di questi problemi da lei evidenziati?
Secondo me se ne parla troppo poco. Ho rilevato anche poco interesse da parte di studiosi e operatori del settore. Ritengo ovviamente che giochi un ruolo decisivo anche la paura e l’indifferenza. Insisto: il fatto che la ‘ndrangheta abbia interessi su Roma e sul Lazio non significa che dobbiamo anche noi sentirci condizionati da quest’ associazione mafiosa al punto di smettere di lottare. Meno slogan e più fatti concreti. Questo occorre ora alla Città eterna un tempo “caput mundi”.
Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Nella sua carriera è stato allievo di Giuliano Vassalli, amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, magistrato italiano conosciuto per aver guidato il Pool antimafia con Falcone e Borsellino nella seconda metà degli anni ’80.  

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