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caccia bruno webdi Cristina Caccia
Ieri mattina, il mio risveglio è stato particolare: un collega al telefono mi diceva: «Hanno preso uno dei killer di tuo padre». Dopo la telefonata, mi interrogavo da sola su ciò che provavo, ed era difficile dare una risposta. Non sapevo come mi sentivo, l’unica parola che veniva fuori era «impressione».
Fa impressione apprendere una notizia come questa, trentadue anni dopo l’omicidio di tuo padre sentire che - forse - hanno arrestato uno dei suoi assassini. Fa impressione poi che questa persona abbia vissuto nella tua stessa città per tutti questi anni.
L’emozione è tanta, partono le telefonate ai fratelli, Guido che vive in Germania, Paola che fa l’insegnante ed è ancora a scuola. Quando riusciamo a sentirci riconosco anche nelle loro voci quella nota di incertezza che forse c’è nella mia. E’ un passo avanti, ci diciamo facendoci coraggio, un gradino in più verso la conoscenza.

Questa, per noi, è la lettura razionale di quanto è accaduto. L’arresto di ieri è un passo avanti nella ricerca della verità che la mia famiglia persegue da anni, in ultimo chiedendo alla procura di Milano nuove indagini sul caso. In molti mi hanno chiesto se siamo soddisfatti. La risposta è sì, naturalmente. Ma la questione su cui porre l’accento è un’altra, il fatto cioè che questo è un punto di partenza e non di arrivo, una nuova pista da cui partire sperando che stavolta finalmente qualcuno parli, dopo il silenzio durato trent’anni del mandante riconosciuto dell’omicidio.
In famiglia abbiamo sempre pensato che ciò che era uscito non bastasse. Non bastasse un mandante unico, non bastasse una manciata di ragioni dietro a un omicidio eccellente come quello di un Procuratore della Repubblica di una città importante come Torino, l’unico di un magistrato qui al Nord in tanta storia di delitti di mafia italiani. Così questo arresto rappresenta una nuova speranza, una spinta ad andare avanti, e questo è l’importante. C’è ancora molto da sapere.
Con mia sorella, per due interviste televisive, abbiamo ripercorso il marciapiede dove nostro padre fu ucciso, ricordando quella terribile sera di giugno di tanti anni fa. Un marciapiede che, sebbene io abiti in questa zona anche adesso, non calpesto mai, se mi capita attraverso. Mi hanno anche chiesto della giustizia e del perdono. Il perdono va chiesto, ho risposto io, e non mi pare purtroppo che sia mai accaduto in trent’anni. E la giustizia - ieri, oggi e anche domani - è sempre una meta a cui tendere.

Tratto da: La Stampa del 23 dicembre 2015

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