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Esistono ancora alcuni cronisti che hanno deciso di non essere solo dei semplici passacarte da ufficio. Una razza in via di estinzione ma ancora capace di arrivare, grazie alla propria penna (digitale o fisica che sia), al cuore della gente: i giornalisti di strada. Uomini e donne indipendenti, estranei alla politica della grande informazione.
Il collega Francesco Cancellato, uno di loro, ha scritto un pezzo su Fanpage - che riportiamo in coda a questo editoriale - esprimendo appieno lo spirito che guida la penna del vero giornalista.
Ma perché colleghi come Cancellato, così come molti altri cronisti (inviati all’estero in zone di guerra o nelle zone più povere delle nostra Italia), a cui umilmente ci uniamo anche noi di ANTIMAFIADuemila, hanno fatto la scelta di informare la gente?
Perché il vero giornalista non è solo un informatore. E’ anche un cuore che batte, una mente che “pulsa”, un rivoluzionario. Non un rivoluzionario che si arma e uccide la gente, ma un uomo che con la propria penna vuole fare protesta e arrivare a cambiare il cuore delle persone, attraverso gli strumenti della letteratura, della storia e della filosofia. In sostanza è un cronista che, lasciando da parte “le correnti” del potere o le lusinghe carrieristiche, racconta i fatti solo secondo verità. E i fatti di questo mondo sono tragici, come la storia del bambino annegato nel Mar Egeo. Cancellato, raccontando questo dramma, ha detto la verità: è l’Occidente il principale responsabile dei mali del mondo. Siamo noi che strappiamo con la forza le materie prime dalle mani dei popoli: il coltan in Congo e il petrolio in Libia sono solo due esempi. Noi paghiamo i dittatori sanguinari per mantenere il caos che ci permette di continuare a rubare indisturbati e saremo sempre noi che dovremmo un giorno rendere conto di questo. Come disse il compianto Giulietto Chiesa: “Una crescita infinita in un sistema finito di risorse è impossibile. Affermarlo oggi sembra un’ovvietà. Non lo è”. Il “Sistema”, già fiaccato dalla crisi economica, ha incassato un durissimo colpo dal Covid e la ripresa, a dispetto di quello che dicono i “migliori”, non è neanche lontanamente vicina. Questo è il prezzo che stiamo iniziando a pagare per esserci adagiati sugli allori e per aver costruito il nostro benessere sulle miserie e le disgrazie degli altri. Che sia Dio o la Natura poco importa: dobbiamo cambiare prima che sia troppo tardi. Perché oggi stiamo raccontando la morte di un bimbo “da lontano”, domani queste stesse storie potrebbero essere le nostre.


Il neonato morto in mare la notte di Natale è la nostra coscienza che ci urla in faccia

A cura di Francesco Cancellato

Era diretto in Italia, il bambino annegato nel mar Egeo insieme ad altri ventisei migranti. Una storia che racconta tutta l’ipocrisia del cristianissimo occidente.
Era diretto in Italia, non a Betlemme.
Era su un gommone malmesso senza giubbotto di salvataggio, non al caldo di una capanna tra il bue e l’asinello.
Non è nato la notte di Natale, ma è morto annegato nelle acque gelide del Mar Egeo.
Era un bambino, un neonato. E se n’è andato assieme ad altre ventisei persone, tra cui forse anche i suoi genitori. Ok, ora che lo avete - che lo abbiamo - letto, possiamo tornare a festeggiare il Natale insieme ai nostri cari, al caldo delle nostre case, tra regali e cibo a volontà.
E possiamo pure tornare a lamentarci del Covid, della quarantena, della nostra normalità violata.
Possiamo far finta che non sia successo niente, e dimenticarci di quel bambino e della sua vita spezzata alla ricerca della sopravvivenza. Possiamo far finta, ma in quel bambino c’è lo spirito di tutti i Natali, passati presenti e futuri, e tutta la nostra ipocrisia, e tutta la nostra falsa coscienza.
Perché quel bambino veniva da terre che abbiamo abbandonato al loro destino.
Perché si sarebbe salvato se non avessimo delegato la sua salvezza a trafficanti senza scrupoli, o a dittatori spietati che paghiamo fiori di miliardi l’anno per fare i carcerieri dei disperati, in Turchia come in Libia. Perché parlare di corridoi umanitari, nel cristianissimo e civilissimo occidente sembra essere la peggior bestemmia.
Perché lo sappiamo benissimo, nel cristianissimo e civilissimo occidente, che la sola parola “accogliere” fa perdere le elezioni a qualunque politico la pronunci. Oggi quando andremo a messa coi nostri vestiti migliori, quando spezzeremo il nostro pane migliore e berremo il migliore tra i vini, quando ci scambieremo regali costosi, almeno ricordiamoci di quel bambino, anche solo per un secondo. E ricordiamoci che è lui che paga il prezzo del nostro benessere. Che è con lui che abbiamo deciso di non condividere quel che abbiamo.
Che questo sacrificio, anche solo per un secondo, ci possa rendere migliori, è il miglior augurio che possiamo farci.

Tratto da: fanpage.it

Foto © Nilüfer Demir/DHA

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