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Il procuratore capo di Catanzaro: "Sentenza importante. Dimostra pienamente il contenuto del capo di imputazione"

E' arrivata oggi pomeriggio al termine della camera di consiglio, durata circa cinque ore, la sentenza del gup Claudio Paris nell'ambito del troncone del maxi-processo “Rinascita-Scott” che si sta celebrando nell'aula bunker di Lamezia Terme. In tutto sono 91 imputati che hanno scelto il rito abbreviato e i giudici hanno emesso rispettivamente 70 condanne e 19 assoluzioni, alcune delle quali richieste dallo stesso procuratore Nicola Gratteri e dai sostituti Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Mancuso. Alla sbarra i presunti affiliati al clan Mancuso di Limbadi e Nicotera assieme ai sodali delle 'ndrine Lo Bianco, Barba, Pardea, Macrì, Camillò, Pugliese di Vibo Valentia, Cracolici di Maierato e Filogaso; e poi Bonavota di Sant'Onofrio, Mazzotta di Pizzo Calabro, Accorinti di Zungri, Barbieri di Cessaniti, Fiarè-Gasparro di San Gregorio d'Ippona.
"Questa di oggi è una sentenza importante, 91 imputati, 70 presunti innocenti condannati, due prescritti e 19 assolti”, ha detto Gratteri ai microfoni di catanzaroinforma.it facendo presente che "ora spetteremo certamente la lettura delle motivazioni della sentenza per capire se qualche assoluzione può essere rivista e se possiamo proporre appello. Comunque la sentenza di oggi, il dispositivo, dimostra pienamente il contenuto del capo di imputazione e certamente su 91 (imputati ndr) 19 assoluzioni ritengo che il lavoro della procura sia stato confermato alla grande. Soprattutto perché moltissime delle 19 assoluzioni sono posizioni marginali, sono posizioni di non rilievo, la struttura associativa ha retto completamente". Inoltre il procuratore di Catanzaro ha detto che "questa è una base importante. Questa sentenza sarà depositata e si chiederà che venga acquisita come documento nel processo che si sta celebrando sempre in quest'aula con rito ordinario. Andiamo avanti con il nostro lavoro con serenità, con tranquillità e con la fermezza che serve per un processo così importante". Gratteri, questa volta raggiunto dall'Adnkronos  ha sottolineato che “quello che era importante è proprio il riconoscimento del 416 bis, perché è normale che qualche posizione marginale possa cadere, ma nel momento in cui su 91 imputati non c'è nessun assolto per 416 bis, è di buon auspicio per il futuro". Un risultato che deriva da un lavoro, ha concluso Nicola Gratteri, "che parte da lontano, dal giorno in cui mi sono insediato, quando ho organizzato una riunione per capire quali indagini erano aperte e ho cercato, per ogni territorio, di mettere a regime e in sinergia i vari fascicoli. Abbiamo messo un po' d'ordine e poi trovato un po' di polizia giudiziaria, ho cominciato i viaggi per Roma, ai vari comandi, polizia, carabinieri e Finanza, ed è arrivata gente motivata, quella che c'era l'abbiamo motivata ancora di più, un po' di detenuti hanno cominciato a chiamarmi perché volevano collaborare, e siamo arrivati ad oggi".





Tra gli imputati in Rinascita Scott anche uomini delle istituzioni
Il processo è scaturito dall’inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro che nel dicembre 2019 ha portato all’arresto di oltre 300 persone tra cui membri della ‘Ndrangheta, uomini politici e servitori infedeli dello Stato. Con l’operazione “Rinascita-Scott” gli inquirenti sono riusciti a smantellare la cosca Mancuso facendo luce sulle convergenze di interessi tra i boss e personaggi del mondo politico. Tra gli imputati che hanno scelto il rito ordinario e che sono stati rinviati a giudizio ci sono infatti l’ex sindaco di Pizzo Calabro Gianluca Callipo, l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino e l’ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, arrestato prima nell’inchiesta della Dda di Catanzaro e recentemente anche nell’operazione “Mala pigna” coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Stando a quanto è emerso dall’indagine, Pittelli sarebbe “l’affarista massone dei boss della ‘Ndrangheta calabrese” che con lui è riuscita a relazionarsi “con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università e con le istituzioni tutte”. Per i pm, infatti, Pittelli era il “passepartout” del boss Luigi Mancuso, “la cerniera tra i due mondi” in una “sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere”.

Condanne e assoluzioni
Il principale soggetto del processo è la cosca Mancuso e suoi principali boss e luogotenenti della ‘Ndrangheta i quali sono detentori, secondo quanto riportato degli inquirenti, di un grande potere di controllo sulla provincia di Vibo Valentia. Tra i personaggi di spicco troviamo il braccio destro di "mammasantissima" Luigi Mancuso (detto 'lo zio') Pasquale Gallone, condannato a 20 anni di carcere. Stessa pena è stata inflitta a Domenico Macrì detto “Mommo”, Gregorio Niglia detto “Lollo” e Francesco Antonio Pardea. Sono stati condannati anche il vibonese Domenico Camillò (15 anni di reclusione), il boss di San Gregorio d’Ippona Gregorio Gasparro (16 anni), Sergio Gentile (14 anni), Domenico Pardea (16 anni). Le accuse per tutti vanno dall’associazione mafiosa alle estorsioni passando per l’intestazione fittizia di beni, l’usura, il riciclaggio e numerosi altri reati aggravati dal favoreggiamento alla ‘Ndrangheta. Il gup ha condannato anche Gregorio Giofré (13 anni e 4 mesi di carcere), l’ex latitante Domenico Cracolici (10 anni e 8 mesi) e il boss di Reggio Calabria Orazio De Stefano (8 anni e 8 mesi). Quest’ultimo è il fratello del boss defunto “don Paolino” De Stefano e, stando all’impianto accusatorio, si sarebbe rivolto a un suo uomo per far riscuotere un debito che interessa alla cosca Mancuso.
Alla sbarra c'erano anche l’ex testimone di giustizia Giuseppe Scriva (12 anni), l’impiegata del Tribunale di Vibo Valentia Carmela Cariello (4 anni e 6 mesi) e i collaboratori di giustizia Bartolomeo Arena (4 anni e 8 mesi), Gaetano Cannatà (3 anni e 8 mesi), Michele Camillò (4 anni) ed Emanuele Mancuso (1 anno e 2 mesi), figlio del boss Pantaleone Mancuso detto “l’ingegnere”. Mentre tra i 19 assolti ci sono l’imprenditore e avvocato Vincenzo Alberto Maria Rende e il notaio Sapienza Comerci per i quali la Procura aveva chiesto la condanna.

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