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Il collaboratore: "La massoneria trova sempre un modo per fartela pagare"

L’ultima udienza del maxiprocesso Rinascita Scott - in corso nell'aula bunker di Lamezia Terme contro le cosche vibonesi e i loro sodali - si è conclusa con l'esame del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena il quale ha dovuto riconoscere, attraverso la visone di alcune fotografie, i volti di presunti appartenenti al gruppo criminale di cui il pentito faceva parte. La prima effige è stata quella di Davide Inzillo, "cognato di Domenico 'Mommo' Macrì - ha detto il pentito rispondendo al pm Andrea Buzzelli - È stato formalmente rimpiazzato ed è sempre stato a disposizione del cognato, ma non so come Macrì lo utilizzasse perché, essendo il marito della sorella, lo teneva molto riservato".
Proseguendo, la seconda foto è stata quella di un soggetto rilevante nel processo: Salvatore Morelli detto l’Americano (oggi latitante, ndr). Ha iniziato giovanissimo - ha continuato Arena - è stato legato ai Piscopisani con i quali ha compiuto il tentato omicidio dei fratelli Bellissimo, forse era minorenne allora. Era molto vicino a Michele Fiorillo detto Zarrillo, a Rosario Battaglia e a Rosario Fiorillo. Il nonno è stato il contabile della famiglia Pardea quando era egemone a Vibo e capo società era Rosario Pardea detto ‘u Ranisi. Rimpiazzato dai Lo Bianco Barba, si è avvicinato ad Andrea Mantella, diventandone l’uomo più fidato dopo Scrugli. Poi è entrato nel nostro gruppo in posizione di vertice".
Morelli, secondo Arena, avrebbe compiuto numerosi pestaggi a scopo estorsivo e sarebbe stato il mandante degli attentati incendiari consumati nei cantieri del Teatro e dell’Istituto professionale di Vibo Valentia. Inoltre il pentito ha raccontato anche dell'ingresso di Morelli nel rinato gruppo dei Ranisi nel 2016 "grazie all’amicizia che aveva con Francesco Antonio Pardea, assumendo appunto un ruolo di vertice". Le attività criminali dell’Americano si erano estese anche oltre la città di Vibo Valentia, operando in partnership criminale anche con figure di spicco della malavita di Briatico e Ricadi.
"È uno molto furbo, forse il più furbo di tutti – ha continuato Arena – Lui sapeva che io davo poco nell’occhio e per questo mi propose una serie di danneggiamenti e intimidazioni. Per esempio mandavamo lettere minatorie con un proiettile 6.35 invitando gli interessati a mettersi a posto". Ma Morelli sosteneva che era un metodo inefficace, per questo "mandava qualcuno a fermare le persone in strada e a puntargli la pistola. Io ero contrario a questo metodo, però si faceva. Si prendeva una moto, si raggiungeva la vittima e si faceva così. Lo facevano Michele Manco, Pugliese Carchedi e Carmelo Chiarella. Puntavano la pistola alla tempia e gli dicevano di mettersi a posto con gli amici".
Morelli aveva anche pensato di compiere "azioni dimostrative verso avvocati e imprenditori. Per esempio voleva sparare mentre camminava con la macchina, pur senza colpirli, all’avvocato Marco Talarico e all’imprenditore Francesco Luciano. Talarico perché dicevano che non aveva rispettato dei patti dei quali disconosco la natura, probabilmente per questioni economiche. Luciano non avrebbe rispettato un accordo per un contributo economico. Io con questi metodi – ha sottolineato Arena – non ero affatto d’accordo".
Arrivato questo punto Bartolomeo Arena ha raccontato dell’episodio estorsivo subito dal titolare del Tribeca, noto locale di Vibo Valentia, Filippo La Scala: "Domenico Camillò, mio cugino, si lamentava che non veniva trattato bene. Io mi proposi di presentarglielo, perché lo conoscevo bene dagli anni ’90. Gli chiesi di avere un occhio di riguardo e di dargli un contributo come sponsor per le feste che lo stesso Camillò organizzava. In seguito Salvatore Morelli fomentava i ragazzi, perché diceva che il Tribeca faceva un sacco di soldi e doveva darci un contributo economico. Io non ero d’accordo perché aveva aperto da poco e doveva crescere. Col tempo però iniziarono ad infastidirlo. Domenico Camillò in particolare faceva risse e trattava con brutte parole il titolare. Mi dissero la cosa e io ci rimasi male. Le mie parole furono riportate al padre di Domenico e io fui espressamente accusato apertamente di percepire somme di denaro da La Scala ma non era vero niente. Da una fesseria si era creato un Tribunale di omertà".
Arena, quindi, ha detto che "questo ragazzo, La Scala, era ben voluto, e si era cresciuto con diversi soggetti legati alla massoneria. E io me lo volevo tenere buono. Perché esistono poteri che sono più forti della ‘Ndrangheta e parlo, per esempio, proprio della massoneria, che trova il metodo di fartela pagare. Era principalmente questa la verità. Noi ci chiarimmo ma dopo poco ci fu un incendio a questo locale".
Continuando nella sua testimonianza, Arena, ha raccontato che aveva in seguito appreso da Michele Camillò che il responsabile dell'incendio era stato Domenico Camillò "incoraggiato da Morelli" ciò nonostante "dissi a Domenico Camillò classe ’41 che questo ragazzo, La Scala, interessava anche ad amici suoi, glielo dissi affinché calmasse il nipote. Toccando quel locale si toccavano altri poteri e gli feci anche dei nomi. Gli dissi che interessava alla famiglia Petrolo ed ad un noto esponente politico (Arena in aula non fa il nome del politico, né il pm Buzzelli incalza sul punto, ndr). Erano solo cose, queste, che ci portavano le forze dell’ordine a casa, e infatti…".
Altri reati ordinati da Morelli e raccontati in aula da Arena, riguardano il lancio di una molotov al porto turistico di Tropea, che fortunatamente non aveva incendiato le barche,
il tentativo di estorsione ad un rivenditore di moto in passato legato a Francesco Scrugli e Francesco Macrì e infine l’attentato all’Eurospin in seguito al trasferimento della moglie di Morelli la quale lavorava insieme ad altri sodali del gruppo criminale.
Tra le altre scorribande criminali ordinante da Morelli e raccontate da Arena, il lancio di una molotov al porto turistico di Tropea, che però non incendiò alcuna barca, l’incendio di un furgone tra Vibo Marina e Bivona, il tentativo di estorsione ad un rivenditore di moto in passato legato a Francesco Scrugli e Francesco Macrì, l’attentato all’Eurospin in seguito al trasferimento della moglie di Morelli che lavorava insieme ad altri sodali del gruppo criminale.

Dinamiche all’interno delle cosche vibonesi
Il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena durante la sua deposizione ha raccontato le dinamiche all’interno delle cosche vibonesi. Scorrendo le fotografie il pentito ha riconosciuto quella di Salvatore Furlano dicendo che "era con noi fin dall’inizio" aggiungendo che nel 2012, mentre stava lavorando come commesso nel negozio di Giannini, si era presento Giannini Sergio Gentile - che Arena annovera come appartenente alla cosca dei "Lo Bianco-Barba di Vibo". Quest'ultimo aveva fatto degli acquisti ma Furlano non gli aveva concesso lo sconto che Gentile si aspettava e successivamente a Furlano è stata incendiata l’automobile. Il gruppo di Bartolomeo Arena in seguito decide che l’unica soluzione per riparare all’affronto è che Furlano spari a una gamba di Gentile. Ma Furlano rifiuta: ha paura che poi quello "se la canta" e denunci tutto alle forze dell’ordine. Ma in realtà Sergio Gentile era stato "rimpiazzato nel carcere di Laureana di Borrello e aveva portato in copiata Carmelo Lo Bianco e Domenico Camillò", zio di Bartolomeo Arena. Quindi se Gentile era affiliato non avrebbe mai potuto spifferare gli affari della cosca. Arena, approfittando della situazione, in quel periodo ha raccontato di aver proposto a Furlano uno scambio di favori: lui avrebbe provveduto a gambizzare Gentile se in cambio Furlano avrebbe sparato a Salvatore Lo Piccolo che era uscito di prigione ed era accusato di avere ucciso la madre della compagna di Arena. A quel punto si mettono d’accordo Bartolomeo Arena, Giuseppe Franzè, Antonio Franze, Domenico Camillò e Antonio Macrì, per gambizzare Gentile. L’idea era quella di “sventagliargli l’automobile con un po’ di colpi bassi", in modo tale da non ucciderlo. Ma il gruppo di fuoco non è riuscito a concludere nulla perché Gentile in seguito viene arrestato. Tuttavia restava in sospeso l’agguato a Lo Piccolo.
Per Arena, l'esecuzione di quell'azione da parte di Fulano non è mai stata chiara per due motivi principali: nessuno ne aveva parlato, nonostante l'aggressione secondo il racconto di Furlano era avvenuta in un luogo molto frequentato; Furlano e Lo Piccolo si conoscevano da tempo e avevano condiviso lo stesso carcere, quindi potevano essersi messi d'accordo. Infine, seppure con risultati di minore intensità intimidatoria, Arena era riuscito ad aggredire Lo Piccolo con un altro metodo: "Nel 2012 gli ho incendiato l’auto, una Punto blu".

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