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di AMDuemila
Erano stati arrestati la scorsa estate durante l’operazione “Bibbia Verde” della squadra antitratta di Torino

Una trentina di affiliati ai Maphite (famigerato clan della mafia nigeriana), arrestati a luglio scorso dalla Sat e dalla Polizia di Stato di Bologna e di Torino, andranno presto alla sbarra. La prima udienza è stata rinviata per via delle misure straordinarie dovute all’emergenza virus, ma l'impianto accusatorio, come scrive La Stampa, resta integro e tornerà quanto prima in aula in quanto molti degli imputati sono detenuti, il che va in deroga alle disposizioni sulla sospensione dell'attività processuale previste dal decreto “Cura Italia”.
Le indagini, iniziate nel 2017 e condotte dal procuratore aggiunto della Dda di Torino Anna Maria Loreto e dal sostituto Enrico Arnaldi di Balme, hanno permesso di far luce sullo smercio di centinaia di chili di droga all'anno a Torino, sul giro della prostituzione e sui rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali. Nel corso dell’operazione “Bibbia Verde” (dal manoscritto sequestrato in cui c'erano le istruzioni, il programma, i codici e le regole date agli affiliati) non erano stati arrestati solo semplici “soldati”. In manette, infatti, erano finiti personaggi che ricoprivano un ruolo di primissimo piano all’interno dell’organizzazione criminale: il “Don” (il capo del sodalizio) e il suo vice il “Professore”, l’annunciatore nazionale (“Main fire”), il deputy coordinator che mette in relazione gli adepti di diverse regioni e il Chief (1 e 2), cioè i ministri della difesa che si occupano di armi e attività violente. Gli inquirenti hanno osservato come alcune delle caratteristiche della Mafia nigeriana, in particolare il clan “Maphite”, ricordano alcune delle potenti ‘ndrine calabresi: dalla struttura verticistica, all’estrema fedeltà al “secret cult” (pena la morte), fino al principio di mutua assistenza. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, dalle indagini è emerso come nell’eventualità in cui un “corriere viene arrestato i sodali sono tenuti a mantenere i suoi familiari fino a quando non viene scarcerato”. Codici, questi, che rafforzano il vincolo dell’associato all’associazione, allontanando il rischio che questi possa collaborare con la giustizia. La mafia nigeriana "non è raffinata ed è un fenomeno interno alla comunità nigeriana - aveva sottolineato dopo il blitz il procuratore reggente di Torino, Paolo Borgna - ma non va sottovalutato. Ed è da reprimere adesso, sino a quando è ancora sviluppato in maniera rude".

Foto © Imagoeconomica

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