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gdf web29Tra i beni castelli e cooperative fino alla barca di Mussolini
di Emiliano Federico Caruso
Applicando una normativa prevista dal Codice antimafia la guardia di Finanza di Fiumicino, al termine di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ha sequestrato beni per 28 milioni di euro divisi tra 32 terreni, 75 immobili, negozi a Roma, auto di lusso, uffici, quote societarie, conti correnti e persino due barche, una delle quali appartenuta in passato nientemeno che a Benito Mussolini.

Ma l’indagine delle Fiamme gialle è solo l’ultimo tassello di una storia ben più complessa, iniziata negli anni del fascismo e finita tra le vicende del Mondo di mezzo, di Mafia Capitale. Una storia che parte dall’Italia del 1935, quando mancano pochi anni alla Seconda guerra mondiale ma il fascimo è già diffuso un po’ in tutto il paese, anche se non ha ancora il potere e la diffusione che acquisirà negli anni successivi.

È anche l’anno dell’accordo franco-italiano tra Benito Mussolini, già ministro degli esteri e capo del governo del Regno d’Italia, e Pierre Laval, anch’egli ministro degli esteri, ma nel suo caso della Terza repubblica francese. In questo clima di entusiasmo fascista troviamo un gerarca di un certo spessore, dal nome anche importante, Alessandro Parisi Nobile, che decide di acquistare una barca di quelle grandi, quella Konigin II già appartenuta al barone Von Dazur Hannover nel 1912, con l’intenzione di donarla al Duce in persona.

La nave cambia nome, diventa la Fiamma Nera, attraversa quasi tutti gli anni della Seconda guerra mondiale fino a quando, dopo l’annuncio dell’armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943, viene affondata di proposito per evitare che finisca in mani tedesche. Passano altri anni, il regime fascista e quello nazista sono ormai caduti, e la nave viene recuperata e restaurata grazie all’interessamento del conte Sereni e rinominata, con una certa dose di autocitazione, Serenella. Viene poi acquistata dal principe Cremisi e chiamata la Stella di Guaruja, nome con il quale la nave attraversa tutti gli anni ’70 per poi raggiungere i porti di Fiumicino grazie al suo nuovo proprietario, l’ingegner Fonzi.
Dopo essere stata utilizzata dal Circolo della vela di Roma come nave scuola e persino come osservatorio per lo studio dei delfini, viene ristrutturata nel 2002 per essere di nuovo venduta a una società, e a questo punto la vicenda della nave si intreccia con quella ben più complessa di Mafia Capitale.

C’è un nome in questa storia, quello di Salvatore Squillante, un imprenditore di Salerno che ha già alcuni precedenti penali per truffa, evasione fiscale e reati contro il patrimonio. Un curriculum criminale di un certo spessore che permette a Squillante di intrecciare rapporti di affari, per così dire, con Tiziano Zuccolo e con un certo Salvatore Buzzi, il Rosso del Mondo di mezzo, il ras delle cooperative.
Secondo l’accusa Salvatore Squillante grazie a quelle truffe e reati vari avrebbe collezionato un patrimonio immobiliare di un certo peso. Lo stesso affitta una parte dei suoi immobili al consorzio Eriches 29 e alla Domus Caritatis, cooperative di proprietà, rispettivamente, proprio di Buzzi e Zuccolo, che grazie a evasioni fiscali e fallimenti pilotati si sarebbe costruito anche lui un certo patrimonio. I locali affittati vengono utilizzati dai due per tenervi le riunioni di quelle cooperative che reggeranno poi Mafia Capitale per anni. Ma in questo scenario di auto di lusso, ville, società e conti correnti, Tiziano Zuccolo, la cui pericolosità sociale è ormai riconosciuta dagli inquirenti, commette il più classico errore degli imprenditori criminali.

 L’evidente sproporzione tra il suo stile di vita e i redditi dichiarati convince infatti le Fiamme gialle e la Dda a investigare più a fondo in quel mondo fatto di beni immobili, terreni, cooperative, alcuni vani di un castello, parte del Palazzo Noccioli di Fiumicino e perfino una decina di società, Proprio a una di queste apparteneva anche la famosa nave del Duce, la cui proprietà, inizialmente intestata al figlio di Squillante, era stata trasferita a un pluripregiudicato che fungeva da prestanome.

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