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di AMDuemila
Alle indagini partecipò il maresciallo Di Gennaro ucciso il 13 aprile scorso a Cagnano

Anche il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro, ucciso il 13 aprile scorso da un pregiudicato, Giuseppe Papantuono, a Cagnano Varano, aveva partecipato alle indagini che hanno portato a due arresti nel foggiano per l’omicidio di Giuseppe Silvestri, vicino al clan Li Bergolis, detto l’Apicanese, commesso con 12 colpi di fucile il 21 marzo 2017 a Monte Sant'Angelo. Dopo due anni dal delitto, i Carabinieri del Comando Provinciale di Foggia hanno arrestato il presunto sicario, il 48anne Matteo Lombardi, vicino al clan rivale dei Romito-Ricucci-Lombardi, e il 39enne Antonio Zino (ai domiciliari), accusato di favoreggiamento per aver fornito un falso alibi a Lombardi, organizzando un finto viaggio nel Milanese proprio la notte dell'agguato. Secondo le indagini Silvestri era alla guida del suo Fiat Doblò quando venne raggiunto da una raffica di colpi d'arma da fuoco. Il movente dell'omicidio sarebbe riconducibile alla lotta per il controllo del territorio tra il clan Libergolis e quello dei Lombardi-Ricucci-Romito. In quel vuoto di potere e con la "credibilità dei Li Bergolis ridotta a zero" si sarebbe "infilato" Lombardi, uccidendo Silvestri, oggi incastrato dal dna trovato sui bossoli.
L'omicidio di Giuseppe Silvestri è il primo della sequenza dei tre "delitti del 21 marzo" avvenuti con cadenza annuale nel primo giorno di primavera nella zona garganica, sempre nell'ambito dello scontro armato tra i due clan rivali. Il 21 marzo 2018 c’è stato il tentato omicidio di Marco Raduano, quest'anno, nella stessa data, l'omicidio di Francesco Pio Gentile. Per il sostituto della Dda di Bari Giuseppe Gatti, una sorta di "legge del 21 marzo che dimostra che la mafia è una organizzazione contro natura. Nel giorno in cui esplode la vita, la mafia afferma una cultura di morte".

La rapina al gioielliere
"L'omicidio, oltre a costituire un ulteriore anello della catena omicidiaria dell'atavico conflitto mafioso in atto sull'area garganica, - si legge nel provvedimento d'arresto - assume, in chiave mafiosa, il significato di una giustizia alternativa e di una esemplare risposta punitiva" ad "un'azione delittuosa così eclatante ai danni di un imprenditore che si era mostrato sempre disponibile nei confronti di chi gli avrebbe potuto garantire sicurezza e protezione". Infatti, dall’indagine emerge il nome di un gioielliere Giuseppe Dei Nobili, il cui nome è venuto a galla anche da una precedente indagine sulla latitanza del Giuseppe Pacilli, avrebbe pagato per anni il pizzo al clan Li Bergolis.
Il 18 febbraio di quello stesso anno, Giuseppe Dei Nobili, il titolare della gioielleria, subì una rapina per 200 mila euro. La sera stessa il commerciante e sua moglie andarono da Silvestri, al quale - secondo gli inquirenti - pagavano il pizzo, per chiedere conto di quanto accaduto. A commettere la rapina, accertarono poi le indagini dei Carabinieri, sarebbe stato il pregiudicato Carmine Maiorano, vicino al gruppo criminale vietano dei Perna, a sua volta vicino ai Li Bergolis. Silvestri era sospettato di avere fornito un appoggio logistico a chi da Vieste era andato a fare la rapina. A dimostrare la vicinanza tra i due gruppi di Vieste e Monte Sant'Angelo, c'è anche il particolare dell'acquisto dell'abito per il defunto Silvestri da parte delle donne dei Perna. L'episodio della rapina commesso da sodali del clan che avrebbero dovuto proteggere l’attività, evidenzia "un problema di affermazione del potere dei Li Bergolis nella capitale del clan - ha spiegato il procuratore di Bari Giuseppe Volpe - con la credibilità ridotta a zero e una situazione nella quale il clan contrapposto cerca di infiltrarsi, di occupare gli spazi lasciati liberi dagli avversari. E lo fa uccidendo Silvestri". Agli atti ci sono intercettazioni nella quali il gioielliere, il giorno dopo l'omicidio, entra in un bar con la moglie e i due, a voce alta, dicono: “Oggi è un giorno di festa, dobbiamo festeggiare".

Il clima di omertà
Secondo il procuratore di Bari Giuseppe Volpe quella che ha portato agli arresti di ieri è stata “un indagine con metodi tradizionali perché in quest'area non ci sono collaboratori di giustizia”. Gli inquirenti della Dda di Bari hanno, infatti, evidenziato il clima di "omertà, silenzio e totale mancanza di collaborazione" nel territorio del foggiano, dove "dobbiamo ancora una volta constatare - ha detto il procuratore aggiunto Francesco Giannella - che la risposta dal punto di vista della cultura sociale è assolutamente insoddisfacente". Il sostituto Gatti, che ha coordinato le indagini con i colleghi Ettore Cardinali e Luciana Silvestris, ha ricordato la "forte criticità sugli omicidi di mafia garganica, con 300 fatti di sangue dal 1978 ad oggi, l'80% dei quali continua ad essere irrisolto" in una sorta di "dipendenza mafiosa della cittadinanza" nella quale anche "un imprenditore affida le sue logiche di protezione all'organizzazione mafiosa" e nella quale "non manca solo la collaborazione - ha detto Cardinali - ma c'è spesso ostacolo alle indagini".
Secondo il comandante provinciale dei carabinieri di Foggia il colonnello Marco Aquilio gli arresti di ieri sono “un ulteriore passo avanti per cercare di restituire il territorio ai cittadini”.

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