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Nelle parole del testimone di giustizia trapela l’assenza dello Stato

Il mio dovere da cittadino è stato fatto”. Sono queste le parole che Andrea Dominijanni, imprenditore edile di Sant’Andrea dello Ionio (CZ) che ha denunciato il giogo del pizzo ‘ndranghetista di cui è stato vittima per anni, ha detto ai nostri microfoni durante un’intervista.

La sua storia è iniziata nel 1982 quando comparvero i primi avvertimenti delle cosche locali ai danni della sua impresa edile, per poi, quindici anni dopo, iniziare il calvario. Nel 1997 Dominijanni costruisce il villaggio turistico “Nausica”. E fu proprio in quel momento che il clan entrò nella vita dell’imprenditore usando violenza, vandalizzando e danneggiando il suo villaggio e, infine, presentandosi per chiedere il pizzo in cambio di “protezione”. Da quel momento Andrea Dominijanni fu costretto ad entrare nel giogo del pizzo dando una percentuale dei lavori della ditta edile agli estorsori: circa il 3% del guadagno, infatti, andava in mano al clan dei Gallelli. Una storia durata 20 lunghi anni, in cui l’imprenditore calabrese ha pagato 300 mila euro di pizzo.

Fu nel 2011 il momento in cui Dominijanni decise di farsi coraggio e dire “No” al pizzo. Il punto di rottura scaturì da un episodio che lo scosse profondamente: il clan prese di mira un capannone dell’imprenditore con tutte le attrezzature da cantiere. In una notte lui e i suoi figli rimasero senza mezzi perdendo così 400mila euro. Ad aggravare la situazione, poi, furono le parole del capo della ‘Ndrangheta locale quando gli disse che nel caso non ci fosse stato più, i figli di Dominijanni si sarebbero potuti rivolgere ai nipoti del boss. Denunciò così il fatto alle autorità competenti mettendo a rischio la propria vita e quella della sua famiglia. Ma salvaguardando la dignità.

Quale fu la “scintilla” che le fece dire basta al giogo del pizzo? E come ha capito quale fosse la strada giusta da intraprendere?
La strada l’ho trovata tramite uno sportello antiracket consigliato dalla Camera di commercio. Successivamente ho conosciuto “Libera” la quale mi ha messo in contatto con un Ispettore di Polizia all’epoca e piano piano, con pazienza, abbiamo costruito tutto il percorso dal 1982 in poi. Ma la vera “scintilla” è rappresentata da due occasioni in particolare. La prima, l’attacco al mio capannone nel 2011 in cui mi rubarono 400mila euro di materiale; la seconda, quando dopo il furto il genero del capo ‘Ndrangheta locale mi fece prelevare e portare a casa sua. Lì mi disse che non voleva più che un tizio portasse il rifornimento di frutta nel mio villaggio di proprietà. A quell’affermazione risposi dicendo che doveva portarla perché avanzava dei soldi a me quindi almeno per un anno doveva continuare a portarla. Successivamente il boss mi disse: “Io sono in pericolo, non so come va a finire ma non vi preoccupate perché quando non ci sarò, i tuoi figli devono rivolgersi ai miei nipoti”. In quel momento mi decisi. Non era giusto che oltre a me venissero inglobati anche i miei figli e così ho denunciato tutto.

Durante i 20 anni in cui lei pagava il pizzo, non ha mai esposto denuncia?
Si, varie volte. Ma non so se sono state prese in considerazione. È dall’82 che subisco angherie da parte delle cosche come, ad esempio, la bomba sotto al camion o il furto del mio cane (ritrovato dopo 6 mesi grazie al microchip). Ho sempre denunciato, ma non accadeva nulla. Una volta esposta denuncia i carabinieri mi chiedevano: “Avete sospetti?”, ed io rispondevo negativamente. A quel punto finiva lì. Ad ogni modo, negli ultimi dieci anni le cose sono migliorate. Un tempo non si nominava né la parola “Mafia” né “‘Ndrangheta”. Ma ora che anche la tv e i giornali ne parlano le persone si rincuorano e si fanno coraggio nel denunciare.

Ha più ricevuto atti intimidatori dalle famiglie 'ndranghetiste a cui pagava il pizzo?
Da quando ho denunciato si sono verificati diversi episodi di minacce. Nulla mia casa in montagna, ad esempio, sono stati tagliati tutti gli alberi intorno al perimetro per poterla isolare dalla strada e lasciando inciso sull’albero un segno particolare con la motosega. Precisamente il simbolo era un asterisco (“*”), ritrovato, tra l’altro, anche nella porta della mia casa in campagna accompagnato dalla scritta “2017”. Come se fosse una sorta di firma. Inoltre, ci fu un altro atto vandalico in cui, con un carboncino nero, hanno scritto su un tavolo di cemento nella mia casa al mare una frase: “Anche i muri hanno le orecchie”. L’ultimo atto intimidatorio, infine, fu quello del 2011 in cui nel capannone hanno rubato più 400mila euro di attrezzatura per poi appiccare un incendio con una striscia di benzina che puntava al capannone.

Lei e la sua famiglia siete in pericolo. Lo Stato vi sta proteggendo?
Guarda (indica un’auto, ndr): ho la macchina di scorta che mi porta a casa la sera. Io chiesi una difesa passiva come, ad esempio, le telecamere. La macchina di scorta dopo avermi lasciato a casa non rimane e se ne va. Certo, io sono a casa. Ma chi mi assicura che la notte non accada nulla a me e alla mia famiglia?
Oltretutto, dopo aver chiesto alla Prefettura una difesa passiva come le telecamere, inizialmente me la promisero ma successivamente rettificarono dicendomi che costavano troppo e che quei sistemi di difesa sono solo per i magistrati e non per i testimoni di giustizia. Io ho fatto la mia parte, il mio dovere da cittadino e sono a rischio. È giunto il momento che lo Stato faccia la sua.
Tutto ciò porta ad una considerazione: è vero che la sera torno a casa tranquillo perché non pago il pizzo, ma i miei colleghi, vedendo l’assenza di lavoro e il peggioramento della mia vita dal punto di vista sociale, perché dovrebbero fare ciò che ho fatto io? Ho provato ad avvicinare qualche collega ma la risposta è stata: “Ma ne vale la pena fare questo passo e denunciare? Non vedi come sei messo? Preferisco pagare il pizzo ma almeno lavoro”.

Lo Stato dopo averle garantito una scorta, come da programma per i testimoni di giustizia, ha contribuito ad aiutarla anche con un intervento sul piano lavorativo?
No, nonostante io abbia più volte fatto presente alla prefettura la necessità di incentivare la mia ditta edile per poter prendere i lavori. Non chiedo aiuti, ma almeno un punteggio maggiore per poter concorrere agli appalti. Da quando ho denunciato siamo stati isolati dai concorsi. Prima, invece, lavoravamo spesso con sub appalti, commissionati dalle aziende (del nord) vincitrici degli appalti, che in seguito si servivano delle ditte locali per svolgere i lavori. E la mia era la più gettonata grazie alla sua professionalità. Ora, invece, il capo ‘Ndrangheta locale, che indirizza le vincitrici a scegliere le locali, non indirizza più i lavori alla mia ditta bensì ad altre. Tutto ciò perché ho smesso di pagare il pizzo.

In tempi di pandemia come potrebbe intervenire lo Stato per salvaguardare le aziende in crisi ed evitare che questi si rivolgano alle associazioni mafiose?
Lo Stato dovrebbe intervenire con i fatti, favorendo gli imprenditori e le aziende. Molte imprese sono ridotte sul lastrico. Nonostante le difficoltà sono costrette a pagare le tasse, con un lavoro precario e senza entrate. Bisognerebbe aiutare le aziende dando accesso ai crediti delle banche, facilitare gli accessi agli appalti. “La medicina va data all’ammalato quando è vivo, perché una volta morto non serve più”.

Qual è il consiglio che si sente di dare agli imprenditori locali (e non solo) che ora sono nella ruota del pizzo?
Denunciate subito. Non si deve attendere che la questione vada in cancrena. Ma si deve denunciare tutti insieme perché “una noce nel sacco non fa rumore”. Naturalmente ci vuole coraggio e non tutti purtroppo sono disposti a sacrificarsi. Personalmente ho accettato di intraprendere questa strada nonostante tutte le difficoltà e nonostante lo Stato non mi stia assistendo come dovrebbe. Non si deve pagare la mafia perché così facendo la rendiamo debole. La criminalità organizzata esiste perché noi permettiamo che esista.

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