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Le due giornate di Libera a Milano: 70mila in corteo, non una falsa celebrazione ma una affermazione della legalità

Altro che “professionisti dell’antimafia”. Altro che “mafiologi” dalle carriere costruite alle spalle dei morti ammazzati. Altro che ambiguità e incertezze: ci riguarda ancora la mafia? Ci interessa sì, eccome, senza se e senza ma. Interessa tutti. Dagli organi più alti dello Stato e delle sue istituzioni, ai ragazzi seduti nei banchi delle scuole e delle università. E interessa non perché sia cronaca nera da film o serie tv spettacolare, processo decennale o discussione interminabile nelle aule dei Palazzi, ma perché è realtà viva e presente nella nostra vita, per alcuni – che siano magistrati o giornalisti, commercianti o medici, professori o imprenditori – addirittura preoccupazione quotidiana.

Quelle di oggi e di ieri a Milano sono state due grandi giornate, particolarmente sentite dalla cittadinanza, dalla società civile e da tutti coloro che hanno voluto essere presenti. Una testimonianza esemplare per tutto il Paese. Erano 70mila in piazza Duomo, nel nord dell’Italia fin dove è salita nei decenni la “linea della palma”, come la chiamava Sciascia, una linea quasi inarrestabile. Sono accorsi da ogni parte della penisola per partecipare al corteo, fitto di coloratissime bandiere. Quelle gialle di Libera e di Avviso Pubblico con i gonfaloni degli enti amministrativi aderenti, che l’avevano organizzato, e quelle delle numerose associazioni contro la mafia presenti, dei familiari delle vittime con gli striscioni o l’immagine dei loro cari sul petto come un’insegna, arrivati in oltre 500. “Metà di mille, come si dice a Milano per intendere tanti”, ha ricordato don Luigi Ciotti. E tantissimi – dopo la pandemia e suoi tristi avvenimenti – erano anche i giovani, ragazze e ragazzi di ogni età, seri e sorridenti, il futuro insomma.

In prima fila le autorità, con il sindaco di Milano Sala ad ascoltare il discorso del fondatore di Libera che enuncia “Sì, è possibile”, la toccante lettura dei nomi delle vittime innocenti di mafia, una lista di uccisi che accompagna i vivi, sostenendo la loro memoria. È un altro corteo parallelo di ombre, che sfiora impalpabile la luce della giornata di primavera.

C’è un intero Paese che chiede legalità e giustizia. Un intero Paese che a gran voce dice basta alle parole inutili e vuole fatti concreti. C’è bisogno di una giustizia “giusta”, non di un’accozzaglia confusa di norme che vanno e vengono insieme alle poltrone dei ministri. Se ne parla nel corteo, se ne parla sul palco. Non si tocchi il 41 bis, né l’ergastolo ostativo per i mafiosi non ravveduti; si sostengano i pentiti; si abbassi la soglia del contante; si faccia attenzione alla regolamentazione sugli appalti: queste sono le richieste di coloro che, da anni, si battono attivamente contro le mafie. Non di chi pontifica da lontano e mette in guardia da fantomatici pericoli giustizialisti e liberticidi, agitando come vessilli quelle che invece sono solo questioni di lana caprina.

Si cerchi, infine, “verità e giustizia” anche a costo di lunghe indagini e faticosi procedimenti giudiziari. Quella verità e quella giustizia che sono un sacrosanto diritto di chi ha perso una persona cara, magari proprio nell’esercizio delle sue funzioni in difesa dello Stato. Una domanda che lo stesso Stato non può disattendere e che la politica non può continuare a ignorare.

Tratto da: micromega.net

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