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Indice articoli


BOX1
Barreca conferma Ilardo

Servizi segreti deviati e collusione mafia-politica sono i principali protagonisti delle dichiarazioni rese lo scorso 21 febbraio dal pentito calabrese Filippo Barreca. Chiamato a testimoniare al processo “Quattrone Francesco + 14”, scaturito dall’inchiesta sulla Tangentopoli che vede imputati rappresentanti del mondo politico e imprenditoriale reggino, Barreca ha risposto in videoconferenza alle domande del pm Francesco Mollace. Davanti al giudice Giuliana Campagna, a latere Melidona e Grieco, ha ripercorso le tappe della sua “carriera” negli ambienti della ‘Ndrangheta, il ruolo rivestito nella vicenda Freda e i rapporti con i politici. <>, ha affermato, aggiungendo di avere raccolto consensi elettorali per Battaglia, Quattrone, Araniti e Licando e di essersi interessato personalmente, alla fine degli anni Settanta, per la costruzione delle ville al mare dell’avvocato Palamara e dell’onorevole Ligato. L’uccisione del quale, in quel periodo in cui imperversava la guerra di mafia, doveva servire <>, a <>. Interrogato sul suo grado di affidabilità all’interno degli ambienti della ‘Ndrangheta il collaboratore ha ricordato che <>. L’avv. De Stefano, continua riportando le parole pronunciate dal boss Santo Araniti, oltre ad essere la mente pensante del gruppo De Stefano, era un personaggio <>; <> e . Alla domanda di Mollace se anch’egli avesse avuto rapporti, in quel di Roma, con ambienti più o meno vicini a tali organismi Barreca risponde: . In riferimento ai contatti avuti a Roma con Santo Araniti ha riferito che la villa della dottoressa Gloria Capuano, all’interno della quale si era incontrato con il boss, era frequentata da personaggi del mondo politico romano tra cui l’on Dc Sbardella. In contatto con il boss erano anche, a dire del pentito, l’avv. Paolo Romeo <> e altri grossi imprenditori come Guarnaccia e Nocera che in seguito alla morte del Ligato voltarono la faccia ai De Stefano e intrapresero rapporti commerciali con l’Araniti. A muovere gli interessi della ‘Ndrangheta erano soprattutto i soldi dei grandi appalti. <>.
Nella parte finale dell’esame Barreca ha ricordato che Libri e Latella presero tangenti per i lavori della superstrada e del doppio binario fino a San Gregorio-Ravagnese e che una parte dei soldi la intascò lui mentre l’altra il clan Iamonte.
Gli imputati al processo sono Pietro Battaglia, Domenico e Pietro Cozzupoli, Giovanni e Pietro Guarnaccia, Sebastiano Nocera, Domenico Libri, Rosetta Libri, Franco Quattrone, Giovanni Palamara, Vittorio Procopio, Antonino Foti, Pietro Siclari. Una notizia di agenzia dell’ultima ora informa che è stato ucciso a Reggio Calabria il pregiudicato Vincenzo Barreca, fratello del pentito. Sembra essere esclusa la vendetta trasversale. M.C.


BOX2
Generali eccellenti
I nemici di Dalla Chiesa


di Riccardo Orioles*

«Mi presento spontaneamente per rendere dichiarazioni che ritengo possano avere rilievo nelle indagini...». E' il 25 aprile 1981, all'ufficio istruzione del Tribunale di Milano. Sono presenti i giudici Turone, Colombo e Viola e un testimone, l'ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo.
«Sono tenente colonnello in s.p.e. dell'Arma dei carabinieri e presto servizio quale capo sezione criminalità presso lo Stato Maggiore della Divisione-CC "Pastrengo" di Milano. Ho appreso dalla stampa che l'ufficio si occupa, nell'ambito dell'inchiesta relativa alla scomparsa di Michele Sindona, anche della persona di Licio Gelli e della loggia P2». L'ufficiale racconta quello che ha appreso, in anni di permanenza nei punti nevralgici dell'Arma, sui gruppi di potere dentro e fuori le gerarchie militari.
«Nel 1972 prestavo servizio presso il comando di divisione di Milano, all'epoca comandata dal gen. Giovambattista Palumbo. Sin dai primi giorni avvertii la presenza di un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia. Questo gruppo di potere era personalizzato da due maggiori, Calabrese e Guerrera. Di questo gruppo di potere, che aveva una matrice comune nella provenienza per servizio dalla Toscana, faceva parte anche il Comandante della Divisione».
Nel 1975, sostituito il generale Palumbo con il gen. Palombi, il peso del "gruppo di potere" diminuisce momentaneamente; nel '77, però, ministro della difesa l'on. Lattanzio, «si scatenò una vera persecuzione nei confronti degli ufficiali che collaboravano più strettamente con Palombi, uno dei quali fu addirittura trasferito su due piedi in Sardegna»; lo stesso Palombi si salva a stento dall'epurazione, e il "gruppo di potere" riprende piede. Negli anni successivi, secondo la ricostruzione di Bozzo, altri uomini si aggregano al gruppo - le cui "comuni origini toscane" consistono, in effetti, nei contatti avuti in tempi diversi con Gelli - e ne rafforzano il potere sul Comando milanese dell'Arma: il tenente colonnello Panella, il nuovo comandante della Legione Mazzei ed altri.
Intanto, la società italiana attraversa i suoi anni di piombo. C'è un episodio minore, ma significativo dei guasti provocati già allora dall'infiltrazione degli uomini di Gelli nell'Arma: un ufficiale investigativo, il capitano Bonaventura, viene convocato da Mazzei e interrogato «sull'opportunità di mantenere rapporti di amicizia» con un tale professor Del Giudice, sospetto di terrorismo. Bonaventura risponde che i sospetti sono fondati: Del Giudice, ritenuto capo di Prima Linea, è indiziato di concorso in rapina. Mazzei, poco persuaso, congeda il capitano. Dopo l'omicidio Alessandrini, la Procura di Milano mette sotto controllo il telefono di Del Giudice e di altri: il 26 giugno 1979 viene registrata una telefonata di Mazzei, nella quale l'ufficiale rivela particolari di un'operazione in corso da parte dell'Arma contro un'organizzazione eversiva clandestina. Per iniziativa del generale Dalla Chiesa, Mazzei viene sottoposto a una inchiesta disciplinare; prima che essa si concluda, Mazzei si dimette dall'Arma e viene immediatamente - «per imposizione di alti esponenti della massoneria toscana» - assunto, come dirigente dei servizi di vigilanza, dal Banco Ambrosiano di Calvi. Questo era il clima.
A fine '79, Dalla Chiesa viene nominato comandante della Divisione Pastrengo di Milano. Bozzo immediatamente si rivolge al nuovo superiore; gli espone la situazione; gli fa presente che ritiene necessario, a questo punto, rivolgersi direttamente alla magistratura; Dalla Chiesa lo autorizza, e gli dice comunque di «approfondire gli accertamenti», cosa che Bozzo, con la collaborazione di un altro ufficiale fedele, il capitano Riccio, si affretta a fare. Ma il "gruppo di potere" all'interno dell'Arma è ancora molto forte.
«In occasione dell 'arresto di Del Giudice, il colonnello Vitale mi disse che la massoneria tentava ancora una volta di fare quadrato, sottolineando la sua potenza, tenuto conto che di essi facevano sicuramente parte personaggi come Picchiotti, Palumbo, Siracusano ed altri...». La presenza di gruppi massonici, nell'esercito italiano, non è una novità; ma: «Intendo precisare - specifica Bozzo - che quando si parla di massoneria fra ufficiali dell'Arma si fa riferimento ad una massoneria occulta».
***
Il 14 maggio 1981, il tenente colonnello Bozzo viene nuovamente interrogato da Colombo e Turone. E fa degli altri nomi. «Di quel "gruppo" facevano parte, oltre ai già citati maggiori Guerrera e Calabrese, anche il colonnello Bozzi Nicola, ora in congedo e dirigente, in Milano, di un'organizzazione privata di vigilanza bancaria, i capitani Napolitano e Spinelli, il colonnello Favali ora in congedo e dirigente il servizio di sicurezza della Banca d'America e d'Italia (dall'Arma alle Banche, con determinate protezioni, il passo è breve, n.d.r.), il tenente colonnello Santoro, e il colonnello Musumeci Pietro...». Musumeci, in particolare, pur dipendendo da un comando romano passava la maggior parte del suo tempo a Milano, nell'ufficio del generale Palumbo col quale, gerarchicamente, non avrebbe avuto nulla a che fare.
***
Del catanese Musumeci, poi diventato generale e dirigente del Sismi, abbiamo avuto altre volte occasione di ricordare la strana carriera, conclusasi con l'installazione, per conto della P2 e insieme a personaggi come Pazienza, di una rete eversiva ai vertici dei servizi segreti italiani. Ma per il momento, più che diffondersi sulla sua persona in particolare, giova riassumere i tratti generali della situazione che possono aver qualche relazione con le nostre storie "siciliane".
1) Un gruppo di potere massonico, o meglio gelliano, o meglio piduista, è costituito presso un ganglio fondamentale dell'Arma fin dal 1972;
2) Al centro di questo gruppo compaiono alti ufficiali siciliani, o successivamente operanti in Sicilia, come Musumeci e Siracusano;
3) Questo gruppo viene in aperto contrasto, già a Milano e almeno dal giugno 1979, col generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale tenta per quanto può di opporsi ad esso;
4) Tale contrasto è peraltro parallelo con quello che opponeva Dalla Chiesa al generale Cappuzzo, esponente fra l'altro - in Sicilia - dei "Cavalieri del S. Sepolcro" del costruttore palermitano Cassina, fra i quali si annovera anche il colonnello catanese Licata;
5) Non vi è motivo di ritenere che l'uno o l'altro contrasto siano cessati con la destinazione di Dalla Chiesa in Sicilia;
6) Bozzo non conta balle: la presenza della P2 nei vertici della polizia e dei carabinieri era davvero decisiva, e lo era particolarmente negli anni "di piombo" su cui egli testimonia. Per esempio, la Relazione Anselmi rende ufficialmente noto che ai tempi dell'affaire Moro (durante il quale, com'è noto, un'attiva opera di depistaggio è stata svolta da Musumeci), le indagini delle forze dell'ordine venivano dirette da un Comitato di coordinamento composto in massima parte di piduisti. «Risultano infatti presenti i seguenti affiliati alla loggia P2: i generali Giudice, Torrisi, Santovito, Grassini, Lo Prete, nonché, ad una di esse, il colonnello Siracusano».
Dalla Chiesa e il gruppo di potere piduista erano nemici. Dalla Chiesa e la mafia erano nemici. La mafia e la P2 avevano un nemico in comune.

* Tratto da I Siciliani, marzo 1985


BOX3
Legge di Lavoisier

(fondatore della chimica moderna)
In ogni reazione chimica, il peso delle sostanze che reagiscono, è uguale al peso delle sostanze che si formano.


BOX4
Ilardo offrì la testa di Provenzano su un piatto d’argento

Anche il secondo troncone del processo denominato «Grande Oriente» è giunto alla sua conclusione. Accolte nella quasi totalità le richieste del pubblico ministero Antonino Di Matteo, che in dieci lunghe ore di requisitoria aveva illustrato il ruolo dei fiancheggiatori del boss superlatitante Bernardo Provenzano. Dieci anni di reclusione per Simone Castello, imprenditore, indicato come il «postino» del capo, vicino a Piddu Madonia e incaricato di investire capitali, ovviamente illeciti, nei paesi dell’Est, in particolare in Romania; stessa pena per Nicola Greco, Vincenzo Giammanco e Carlo Guttadauro, tutti di Bagheria. L’ultimo, poi, vanta un legame di parentela con Matteo Messina Denaro, il giovane e pericolosissimo boss di Trapani, a cui avrebbe favorito la latitanza e messo a disposizione i dipendenti della sua ditta, la Sud Pesca.
Cinque anni per il boss Carlo Greco che vanno ad assommarsi con una precedente condanna a 12 anni, così come gli 8 comminati a Provenzano sono in continuazione di una pena precedente.
Un dato interessante quello della comune provenienza da Bagheria, paese dell’hinterland palermitano, considerato dal pm «il principale centro degli interessi economici del capomafia. Lì il gruppo dei fedelissimi del boss, attraverso il condizionamento mafioso degli appalti  e il riciclaggio, ha reso la Primula Rossa di Corleone il capo assoluto di Cosa Nostra.»
Il processo è stato costruito sulla base delle dichiarazioni che il confidente Luigi Ilardo fece al colonnello Riccio consentendo non solo di pervenire all’arresto di numerosi latitanti, ma anche di arrivare ad un soffio dalla cattura di Provenzano. Il 31 ottobre 1995, infatti, Ilardo si trovava a colloquio con il grande capo latitante, e benché i carabinieri ne fossero al corrente, non intervennero. «Ilardo - prosegue il pm- offrì, senza successo, la testa di Provenzano allo Stato».
In quasi due anni di confidenze, il reggente del mandamento di Caltanissetta fornì agli inquirenti elementi preziosissimi per conoscere dall’interno come Cosa Nostra si stesse riorganizzando dopo l’arresto di Riina e soprattutto fornì copie della sua fitta corrispondenza con Provenzano dalla quale è stato possibile trarre informazioni inedite sulla strategia del superlatitante. Tra i vari consigli su come mantenere l’ordine, anche «perle di saggezza», indicative della «mente raffinata» di questo imprendibile corleonese: «Sfrutta l’esperienza delle sofferenze sofferte, non screditare tutto quello che ti dicono e nemmeno credi a tutto quello che ti dicono, cerca sempre la verità prima di parlare» e ancora «Ricordati che non basta mai avere una sola prova per affrontare un ragionamento, per essere certo di un ragionamento occorrono tre prove e correttezza e coerenza».
Purtroppo Ilardo venne ucciso a Catania nel 1996, proprio qualche giorno prima di rendere ufficiale la sua collaborazione con lo Stato. «Una collaborazione - secondo Di Matteo - che avrebbe potuto avere effetti dirompenti non solo in Cosa Nostra».  A.P.


ANTIMAFIADuemila N°20

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