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Giorgio Bongiovanni

Consegnatelo!

Matteo Messina Denaro, boss assassino e stragista
di Giorgio Bongiovanni
messina denaro consegnatelo homeDa Riina a Matteo Messina Denaro, passando per Provenzano. Storie di latitanze decennali, fondate
su una fitta rete di protezioni politico-istituzionali, ma anche da un consenso ben lungi dall'essere scalfito. Cambiano i volti ma le domande sono sempre le stesse. Chi c'è dietro al latitante più ricercato d'Italia? Di quali protezioni gode? Perché non si è arrivati ancora al suo arresto? “Totò u' curtu” si nascondeva in una villa a Palermo, “Binnu u' tratturi” in una masseria a Montagna dei Cavalli (contrada distante appena due chilometri da Corleone). E Matteo Messina Denaro?
C'è chi dice che è all'estero, chi in qualche città italiana, chi nella sua terra, nel suo paese natale, Castelvetrano.
Identikit dopo identikit la ricerca del boss trapanese non si è mai fermata ed è stata persino messa una taglia con tanto di ricompensa nei confronti di chi può fornire importanti elementi per arrivare alla cattura. Sulle sue tracce in Sicilia sono impegnati poliziotti, carabinieri, guardia di finanza e corpi speciali, sotto il coordinamento della Procura di Palermo.
Eppure, nonostante questo spiegamento di forze dal 1993 ad oggi, l'arresto appare come una chimera. La dottoressa Teresa Principato, procuratore aggiunto titolare delle indagini per la cattura del superlatitante, ha parlato apertamente di “protezioni ad altissimo livello tra borghesia mafiosa, massoneria deviata e politica”. Protezioni istituzionali che vanno oltre a quella rete che in questi anni è stata duramente colpita dagli stessi inquirenti.
Leggendo tra le righe della storia delle latitanze spaventose che abbiamo vissuto (basti pensare ai 23 anni di Riina o ai 40 di Provenzano), si scorgono le coperture su cui i boss hanno potuto contare. C'è un processo in corso a Palermo (in appello) sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, nel 1995: un'azione frutto di quella trattativa tra Stato e mafia che c'è stata nei primi anni Novanta? Che potrebbe ripetersi con la mancata cattura di Matteo Messina Denaro?
C'è però un'altra responsabilità di cui si è parlato poco in questi anni sul perché i boss di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro in testa, possono darsi alla latitanza senza colpo ferire: il consenso e l'omertà della gente.
Come Riina e Provenzano è altamente probabile che Matteo Messina Denaro si nasconda nelle zone che meglio conosce, nel trapanese, a Castelvetrano.
Per questo vogliamo rivolgerci ai cittadini castelvetranesi, ai trapanesi, ai siciliani, agli italiani. Abbiate coraggio! Consegnatelo! Fornite qualunque indicazione utile!
Sarebbe un grande balzo in avanti nella storia della nostra Terra che tanto ha sofferto per colpa di questi boss sanguinari. Abbiamo visto stragi, attentati, morti ammazzati. Tanto sangue di innocenti versato per colpa di queste belve.
Per questo, accanto al lavoro quotidiano delle forze di Polizia, anche un semplice cittadino può fare la differenza.
Chi scrive è siciliano e sa che le “voci” girano velocemente. Così come in ogni quartiere è noto chi è il mafioso che comanda e dove lo stesso si possa trovare, anche per Messina Denaro può valere lo stesso. Se da una parte c'è chi si lamenta del suo operato, come dimostrato dalle parole in carcere di Riina o dalle recenti intercettazioni di alcuni capimafia, nel trapanese ed a Castelvetrano può contare su schiere di soldati che lo adorano. Soprattutto, però, può contare sul silenzio.
Per questo chiediamo a quei siciliani e castelvetranesi onesti, che si sono schierati accanto a tutti coloro che hanno impiegato la propria vita nella lotta alla mafia in quei luoghi, di intervenire, dire apertamente “Matteo Messina Denaro è Là”.
Matteo Messina Denaro è un assassino feroce e sanguinario che è stato capace di sequestrare ed uccidere bambini. Basti pensare al piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido, o alle piccole Nadia e Caterina Nencioni, vittime della strage di Firenze. Un assassino che non ha avuto pietà neanche per una mamma incinta come Antonella Bonomo.
Un mostro così, per certi versi peggiore dell'Isis, non può essere protetto. Per questo, difronte all'indignazione per gli appoggi che un uomo simile ha all'interno dello Stato italiano, il nostro appello va a tutti gli italiani, i siciliani ed i castelvetranesi. Aiutateci ad individuare l'assassino Matteo Messina Denaro, aiutateci a consegnarlo, e soprattutto diciamo basta, una volta per tutte, al patto Stato-mafia che ha contraddistinto la nostra Storia.


Curriculum vitae di “Diabolik” Messina Denaro
Gli omicidi, le stragi, la latitanza dorata e il cerchio che si stringe
di Aaron Pettinari
Latitante dal 1993. Ventidue anni di fughe che non gli hanno impedito di compiere omicidi, stragi, crimini efferati, né di gestire affari milionari nei settori più svariati. E' la storia di Matteo Messina Denaro, il boss di Castelvetrano ritenuto capo di Cosa nostra dopo gli arresti di Bernardo Provenzano (2006) e Salvatore Lo Piccolo (2007).
C'è chi lo chiama “Diabolik” per la sua ossessiva predilezione per il noto fumetto e quel mitra che voleva sistemare sul frontale della sua Alfa 164.
C'è poi chi lo chiama “’U siccu”, per quel suo essere magro, come disse il suo autista, il professore di educazione fisica Vito Signorello, in un'intercettazione: “Lu bene vene da lu Siccu. Lo dobbiamo adorare, è ’u Diu, è ’u bene di nuiatri”.

“Pedegree”
Prima di diventare “'U Diu” di Cosa nostra però è stato un semplice “picciotto”, figlio di un mafioso di razza come “don Ciccio” Francesco Messina Denaro, capo del mandamento di Castelvetrano dopo la guerra di mafia dei primi anni '80, quando con il mazarese Mariano Agate fu alleato dei corleonesi, contro le famiglie palermitane e quelle alcamesi dei Rimi e trapanesi dei Minore. Condannato a dieci anni dal tribunale di Trapani nel 1989 si rese latitante fino alla sua morte a causa di un infarto. Il suo corpo fu ritrovato morto il 30 novembre 1998 nelle campagne di Castelvetrano, vestito di scuro e con scarpe lucide e nuove. Era pronto per il funerale. Da allora sul più importante quotidiano della Sicilia, il Giornale di Sicilia, compare il necrologio a ricordo del defunto.
Matteo Messina Denaro ne ha raccolto l'eredità completamente, facendosi largo tra i “corleonesi”, “adottato” da Riina in persona, fino a diventare protagonista dello stragismo della criminalità organizzata siciliana. A 14 anni sapeva già sparare mentre il suo curriculum criminale ha inizio all'età di 18 anni: gli investigatori lo ritengono responsabile di una settantina di omicidi come mandante ed esecutore, e lui non ne fa mistero, come racconta una testimonianza di un suo vecchio amico (“con le persone che ho ammazzato, potrei fare un cimitero”). Il primo impegno è stato quello di eliminare proprio quegli appartenenti alle famiglie sconfitte dai corleonesi nella seconda guerra di mafia.
I primi mesi del 1992, assieme ad altri boss di Brancaccio, il giovane “Diabolik” venne dirottato su Roma a valutare la possibilità di uccidere Giovanni Falcone, e l’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, a colpi di kalashnikov, fucili e revolver procurati dallo stesso Messina Denaro. Sembrava tutto pronto quando Salvatore Riina, forse “preso per la manina” da qualcuno come ha poi raccontato il pentito Salvatore Cancemi, cambiò idea optando per un altro luogo ed un'altra modalità per la strage. Fu così che si virò sull'autostrada Palermo-Punta Raisi, fatta saltare in aria con il tritolo. Sempre nello stesso anno, a luglio, fu tra gli esecutori materiali di uno dei delitti più crudeli di Cosa nostra, rappresentato dal duplice omicidio dei fidanazati Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina) ed Antonella Bonomo (incinta di tre mesi, ritenuta testimone scomoda degli affari di Cosa nostra). Il primo morto sparato, la seconda strangolata. Successivamente il boss trapanese fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà a Mazara del Vallo il 14 settembre 1992.
Nel 1993, a soli 21 anni, fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E' l'anno delle stragi di Firenze, Milano e Roma che provocarono in tutto dieci morti (tra cui Nadia e Caterina Nencioni, rispettivamente di 9 anni e di 50 giorni) e 106 feriti a cui sono da aggiungersi i danni al patrimonio artistico. Stragi per cui è stato condannato all'ergastolo con sentenza definitiva nel 2002.
Ma la crudeltà del boss trapanese non si esaurì in quell'estate. Se non vi fossero stati i falliti attentati dell'Olimpico (gennaio 1994) ed al pentito Totuccio Contorno la scia di sangue provocata sarebbe stata più lunga.
Non solo. Nel novembre 1993 “U secco” fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, appena 12enne, per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell'acido. Un altro omicidio efferato per una nuova condanna all'ergastolo, stavolta in appello.

La latitanza
Con gli arresti di Riina prima e Provenzano poi, il suo nome ha scalato rapidamente la lista dei ricercati più importanti nel Mondo tanto da “meritarsi” una taglia per la cattura da un milione e mezzo di euro. Rispetto ai due corleonesi però si è creato una fama di “femminaro” e “seduttore”.
Una delle sue amanti, Maria Mesi, per avergli dato ospitalità durante la latitanza è stata condannata per favoreggiamento.
In questi anni è persino diventato padre. Il capomafia di Castelvetrano ha infatti una figlia che per sua stessa ammissione non conosce. La giovane ha vissuto fino al 2014 nella casa dei nonni paterni con la madre per poi trasferirsi quando sono diventate note le intercettazioni di alcuni familiari sull’esistenza di un altro figlio di Messina Denaro, nato tra il 2004 ed il 2005.
Amante del lusso, degli abiti griffati e delle auto sportive, grande collezionista di orologi Rolex, l'immagine di Messina Denaro appare particolarmente diversa da quelle di altri indissolubili padrini.
Proprio in quell'estate del 1993, mentre l'Italia veniva messa sotto scacco dalle bombe, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E' da allora che si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza, inseguito da un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto ed altri reati minori.
C'è chi giura di averlo visto in Sudamerica, dove ha stretto importanti legami con i cartelli narcos della droga, chi in Spagna, dove si sarebbe andato a far visitare da un dottore per via di alcuni problemi che avrebbe alla vista.
L'ultima condanna definitiva è quella del 17 ottobre 2013 (27 anni e 1 mese di reclusione, per associazione mafiosa, a far tempo dal 12 novembre 1999). Mentre lo scorso 23 luglio il pg di Palermo, Luigi Patronaggio ha chiesto un'ulteriore condanna a 10 anni per la partecipazione a Cosa nostra dal 2008 al 2009, al processo nato dall'inchiesta denominata "Golem 2" che ha fatto luce sulla rete dei “colonnelli e gregari” del boss latitante.

A caccia di Messina Denaro
A ricercarlo da anni sono i reparti speciali di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dia e dei Servizi segreti dell'Aisi. L’ultimo identikit del capomafia trapanese è stato diramato nel marzo del 2014, disegnato dai finanzieri del Gico (Gruppi investigazione criminalità organizzata). Secondo alcune fonti è affetto da strabismo di Venere (per questo si sarebbe recato a Barcellona) e soffre di insufficienza renale cronica. C'è chi ha raccontato che per sottoporsi alla dialisi avrebbe addirittura installato nel suo rifugio le apparecchiature necessarie, il che la dice lunga anche sul grande quantitativo di denaro necessario per garantirsi non solo la latitanza ma anche la propria sopravvivenza. Lo scorso 17 novembre un'operazione dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani, coordinati dalla Dda di Palermo, ha svelato una sorta di “patto” tra il clan di Castelvetrano e la famiglia palermitana di Bagheria per organizzare una maxi-rapina per finanziare la latitanza dell'ultimo padrino.
A rendere particolarmente dispendiosa la “libertà” vi sarebbero poi i continui viaggi. La sua presenza è stata segnalata in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia. Un detenuto raccontò persino di aver condiviso la cella con un sudamericano che gli avrebbe confidato di essere in contatto con Messina Denaro. Questi gli avrebbe detto che il latitante nel '95 si trovava in Guatemala, dove si sarebbe sottoposto ad un'operazione per cambiare il tono della voce e le impronte digitali. Senza perdere di vista le possibilità estere è ovvio però che Messina Denaro si cerca prevalentemente in Sicilia.
Di lui si parla nelle carte dell'inchiesta “Eden 2”. Nel 2010 Calogero Giambalva, un consigliere comunale finito lui in manette, raccontava ad un amico di aver incontrato ed abbracciato Messina Denaro in contrada Zangara, a Castelvetrano, mentre andava a caccia.
Recentemente, nel 2013, secondo quanto riferito dal pentito che ha parlato della maxi rapina, Benito Morsicato ha riferito che il colpo fu in un primo momento rinviato perché nella base operativa della banda, una villa a Tre Fontane, si nascondeva “lo zio”. Ma la presenza del capomafia di Castelvetrano in terra siciliana si sospettava già un anno prima, quando si era sparsa la voce fasulla che Giuseppe Grigoli,“re dei supermercati” noto e ricco grazie al marchio Despar e condannato per mafia dalla Cassazione a 12 anni, aveva iniziato a parlare con i magistrati.
Vincenzo Panicola aveva incaricato la moglie Patrizia, sorella del latitante, di capire quale contromisura adottare. In ballo, forse, c'era addirittura l'ipotesi estrema di eliminare Grigoli. Poi, arrivò il diktat di Matteo: “Non toccatelo, perché se parla può fare danno”. Ci sono poi i pizzini nascosti nella masseria di contrada Lippone, territorio di Castelvetrano, da Vito Gondola, anziano capomafia di Mazara del Vallo. Posta con le direttive che in qualche modo arrivava a destinazione.

La catena degli investimenti
“Messina Denaro è un parassita che non tiene conto dei legami familiari – ha spiegato in passato il procuratore aggiunto del capoluogo siciliano, Teresa Principato – ma usufruisce dei soldi e dei legami che i componenti del suo ambito familiare e del clan possono fargli avere”. Finora, secondo le stime, sono stati sequestrati ai suoi prestanome beni per 3,5 miliardi di euro. Nonostante un cerchio che si stringe sempre più (l'ultima operazione è dell'agosto scorso con l'arresto di undici fedelissimi del superlatitante) Messina Denaro continua ad essere libero e ad intrecciare importanti rapporti con soggetti di alto livello nell'ambito politico ed imprenditoriale, accumulando fortune su fortune. Proprio l'operazione “Ermes” ha portato gli investigatori a cercare le tracce del denaro del boss fino in Svizzera guardando nei conti dell'imprenditore trapanese Mimmo Scimonelli, che viaggiava spesso al nord Italia per affari (al Vinitaly la sua azienda “Occhio di sole” aveva ricevuto diversi riconoscimenti, ndr) ma che, secondo gli inquirenti, svolgeva anche la mansione di “postino” dei pizzini del capomafia. Scimonelli infatti, che fino allo scorso anno era anche consigliere nazionale della Dc, negli ultimi mesi si recava spesso in Svizzera per aprire società intestate a cittadini della confederazione elvetica. Società che, a quanto pare, pur non svolgendo una reale attività si trovavano ad avere a disposizione delle carte di credito dove, dagli accertamenti compiuti, risulterebbero diversi movimenti.
Legami tra Messina Denaro e componenti dell'imprenditoria emergono anche nel recente passato. Oltre agli affari con Grigoli, indagini più recenti, hanno messo in evidenza gli interessi del boss di Castelvetrano nel settore turistico e delle energie alternative. I due casi più eclatanti sono rappresentati sicuramente dai sequestri a Carmelo Patti, patron della Valtur, ritenuto dalla Direzione investigativa antimafia un prestanome dello stesso Messina Denaro, e quello all'imprenditore dell'eolico, Vito Nicastri, anch'egli, per gli inquirenti, vicino al boss trapanese.

Chi lo protegge? E dove si nasconde?
Secondo le relazioni della Dia l'egemonia di Messina Denaro “continua a trovare riscontri nelle indagini a carico di soggetti che gli sono vicini e che mantengono efficiente il sistema di protezione e favoreggiamento anche attraverso interposizioni nella gestione di beni e affari e che soddisfano l’esigenza di mantenere stabili gli equilibri tra le varie articolazioni territoriali”. Sempre il procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato, in una recente intervista ha detto: “Matteo Messina Denaro non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall'Italia. Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”. E poi ancora: “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello”.
Qualche settimana fa il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, intervenuto in Commissione antimafia ha detto: “Ci si trova di fronte a un latitante sui generis che controlla il suo territorio che non per questo sta permanentemente sul suo territorio; è un latitante che continua a utilizzare i pizzini per lo scambio delle informazioni ma non escludiamo utilizzi sistemi di comunicazione più tecnologici e molto meno controllabili. È un latitante mobile sul territorio nazionale e anche al di fuori. Le attività per la sua cattura sono difficili, estremamente complesse”. Quanto alle coperture di cui godrebbe “nascono da ipotesi investigative che fanno ritenere che 23 anni di latitanza è difficile reggerli senza un qualche appoggio che non deve essere per forza di altissimo livello e che contestualmente sulla base di elementi su cui si sta lavorando ci fanno ritenere che non siano neanche di basso livello: professionisti, imprenditori, persone collegate a determinati ambienti, non esclusa la Massoneria”.

Dai segreti di Riina al progetto di attentato a Di Matteo
Se è vero come è vero che Messina Denaro è un uomo braccato, il cui cerchio si stringe operazione dopo operazione, come mai ancora oggi si trova in libertà? Chi lo protegge? Perché? E quali sono i segreti che custodisce da quando sono finiti in galera i Riina, i Provenzano, i Bagarella, i Graviano, ed i Lo Piccolo?
Se da una parte c'è chi vede l'ultimo padrino come un Dio dall'altra, all'interno di Cosa nostra, c'è chi critica il suo operato.
E' quanto hanno svelato le ultime intercettazioni registrate nell'ambito delle indagini per un omicidio di mafia commesso nel 2009. “Ma anche questo... che minchia fa? Un cazzo! Si fa solo la minchia sua... e scrusciu nun ci deve essere! - dicevano i boss - Arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello! Minchia, svita a tutti... inc... inc... uscite tutti fuori sennò vi faccio saltare!”. Anche Totò Riina, intercettato nel carcere “Opera” di Milano, in una delle sue chiacchierate con la “dama di compagnia” Alberto Lorusso, ha espresso chiari segni di insofferenza nei suoi riguardi: “A me dispiace dirlo questo... questo signor Messina (Matteo Messina Denaro ndr) questo che fa il latitante che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel culo la luce ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, fa luce, fa pali per prendere soldi ma non si interessa...”.
Erano le stesse intercettazioni in cui “u Curtu” decretava la sua condanna a morte nei confronti del pm Nino Di Matteo. Un piano di morte che Messina Denaro, così come raccontato dal pentito dell'Acquasanta Vito Galatolo, starebbe portando avanti su input esterni a Cosa nostra.
Perché Messina Denaro si impegna per preparare nuovi attentati? E' possibile che sia questa la moneta di scambio per prolungare la latitanza? Oppure c'è dell'altro, in un gioco di ricatti che ancora una volta vedrebbe lo Stato trattare con la mafia?
Sempre i collaboratori di giustizia raccontano che nelle mani del boss di Castelvetrano sia finito l’archivio segreto di Totò Riina, sparito dal covo di via Bernini. Che siano anche questi documenti a garantire quelle “protezioni ad alto livello” di cui ha parlato la Principato?
Quel che è certo è che, fino ad oggi, in diverse occasioni gli investigatori che si trovavano sulle sue tracce sono rimasti con clamorosi “pugni di mosche”, tanto che indagini sono state aperte sia dalla procura nissena che da quella palermitana, con Messina Denaro ancora una volta rimasto a piede libero.

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