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Mafie News

La latitanza ha un costo, rapina per finanziare Messina Denaro

messina denaro matteoBlitz all'alba, quattro arresti e la conferma dei legami tra Bagheria-Castelvetrano
di Aaron Pettinari

L'operazione dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani è scattato all'alba per eseguire un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo nei confronti di quattro persone, ritenute “affiliate alle famiglie mafiose di Bagheria e Corso dei Mille” di Cosa nostra.
Un blitz che svela nuove trame costruite attorno al superlatitante trapanese, Matteo Messina Denaro, stringendo ulteriormente il cerchio dei suoi favoreggiatori.
Essere una “primula rossa” quando si è il ricercato numero uno in Italia e tra i primi nel mondo ha un costo non indifferente e per far fronte alle spese ecco che il clan di Castelvetrano, in accordo con la famiglia palermitana di Bagheria, si è adoperato per compiere una rapina, nel novembre 2013, ad una società di Campobello di Mazara, l'Ag trasporti.
Allora, in quattro, armati e indossando le pettorine della Polizia, fecero irruzione e rubarono contanti e merci. Una vera e propria maxi-rapina che aveva portato nelle casse di Cosa nostra circa 100mila euro.
Il dato è emerso dalle dichiarazioni di Benito Morsicato, uno dei componenti del commando che partecipò all'assalto del deposito, il quale ha iniziato a collaborare con i magistrati di Palermo. A questi aveva raccontato che “durante i sopralluoghi ci venne detto che per la rapina bisognava aspettare perché in una villa della zona si nascondeva una persona, lo zio chiamavano. Lo zio di Bellomo”. Questi altri non sarebbe che Matteo Messina Denaro.

Nel corso delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Teresa Principato e i sostituti Maurizio Agnello e Carlo Marzella, è anche emerso l'accordo tra le famiglie mafiose di Bagheria, Castelvetrano e Corso dei Mille. La formazione di un vero e proprio asse Trapani-Palermo finalizzato a rimpinguare le casse di Cosa nostra. La rapina, infatti, realizzata da esponenti della famiglia di Bagheria, fu autorizzata dal clan di Castelvetrano, competente per territorio nella zona di Campobello di Mazara. I locali dell'Ag trasporti, un tempo riconducibile a Cesare Lupo, arrestato con l'accusa di essere un pezzo grosso della mafia di Brancaccio e “amministratore” dei beni dei fratelli Graviano, erano stati sequestrati dopo alcune indagini.
All'interno di Cosa nostra vi fu anche un certo allarme in particolare per Francesco Guttadauro, nipote di Matteo Messina Denaro e considerato l'ideatore del colpo, che in un primo momento pensava di aver intaccato gli interessi di “amici di vecchia data” come i boss di Brancaccio. Ma poi è tutto rientrato una volta saputo che il deposito si trovava sotto amministrazione giudiziaria.
Anche per questo motivo Cosa nostra avrebbe deciso in qualche modo di agire. “L'indagine su questa rapina ci ha consentito di cogliere nuove importanti dinamiche all'interno dell'organizzazione mafiosa. Sapevamo degli storici rapporti fra Bagheria e Castelvetrano, mediati dalla famiglia Guttadauro, imparentata con i Messina Denaro. Adesso, sappiamo che questi rapporti perdurano e sono solidi, mediati da quel Francesco Guttadauro che è il nipote prediletto del latitante”, ha spiegato il procuratore aggiunto Teresa Principato, che ha coordinato l'inchiesta. Oggi Guttadauro si trova in carcere. “Arrestato lui – prosegue la Principato - Messina Denaro è tornato a impostare la gestione del clan secondo grande cautela. Non vuole fatti eclatanti nella sua zona, nonostante tutti i fedelissimi nel Trapanese li invochino, e adesso quasi si lamentano, perché il latitante non reagisce alla raffica di arresti dei suoi familiari, ai sequestri e ai processi che riguardano le persone a lui più care. E' un momento davvero particolare questo”.
A finire in manette sono Giorgio Provenzano, originario di Bagheria, al quale l'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata in carcere dove è già detenuto per mafia, Michele Musso, Domenico Amari e Alessandro Rizzo. Grazie al racconto di Morsicato è emerso il fatto che gli autori del colpo avrebbero dovuto lasciare una percentuale del bottino, circa il 10%, ai mafiosi trapanesi che avevano necessità di soldi in contanti per gestire la latitanza di Matteo Messina Denaro. Il neo pentito era un soldato semplice del clan di Bagheria ma avrebbe anche ascoltato alcune informazioni particolari proprio sulla latitanza del boss di Castelvetrano. “La rapina doveva essere fatta un mesetto prima - ha detto ai pm - il villino vicino alla strada Fiorilli, mi sembra che si chiama questa strada, dove sono state abbandonate le macchine, il villino che serviva d'appoggio, c'era… non si poteva fare prima il lavoro perché momentaneamente era in uso ad una persona che loro non specificavano però a un certo punto dicevano 'lo zio' ma io ho capito un po' la situazione perché lui stesso mi diceva che era nipote di questa persona e io potevo capire un po'… poi questa persona forse si è allontanata da questo villino e si è organizzato per far lavoro per fare…”.
Secondo la Procura di Palermo nel colpo è coinvolto anche il marito della nipote del boss latitante dal ‘93, Lorenza Guttadauro, l’imprenditore Luca Bellomo, già arrestato dai carabinieri l’anno scorso. Quest'ultimo avrebbe partecipato alla rapina ed in quel periodo sarebbe stato anche particolarmente impegnato nella gestione del traffico di stupefacenti. Il tutto sempre per finanziare la latitanza di “Diabolik” che resta sempre “Invisibile” nonostante i colpi durissimi subiti negli ultimi due anni. 

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