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Mafie News

Processo Cavallini: secondo giorno di Ciavardini

L'ex Nar: "Non mi pento perché sono innocente"
di Antonella Beccaria

C’è chi lo definisce, a valle delle sue deposizioni, un teste “sgretolato”, di cui è difficile valutare la credibilità a causa di una serie di discrepanze tra le diverse versioni che fornisce. Per il presidente Michele Leoni, come sottolinea più volte, da imputato in passato “si è avvalso della facoltà di mentire”. Dal suo punto di vista, invece, “mi sono avvalso della facoltà di dire alcune cose a mia difesa”. Si tratta dell’ex Nar Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (quest’ultima renderà esame il 23 e il 25 maggio prossimi).
Sentito per il secondo giorno davanti alla Corte d’Assise di Bologna che sta processando Gilberto Cavallini, accusato di concorso nell’attentato di quasi 38 anni fa, a lui sono stati contestati molteplici passaggi di ciò che ha detto. Passaggi che non quadrano, a iniziare da un nome che è tornato anche nell’udienza dello scorso 9 maggio. È quello di tale Marco Calderoni, indicato come un medico che - in base alla versione resa una settimana fa - si occupò di una ferita al volto che Ciavardini si procurò partecipando il 23 maggio 1980 all’assalto al liceo romano Giulio Cesare.

Da Gilberto Cavallini a Giorgio Vale
Il nome è lo stesso che, tra il 1986 e il 1999, cita più volte, anche davanti al giudice istruttore di Palermo Giovanni Falcone, attribuendogli vari ruoli, compreso quello di fornitore di documenti falsi. Ed è sempre quello che, in precedenza, aveva associato a Gilberto Cavallini. Nell’udienza del 18 maggio, invece, cambia versione e Calderoni assume l’identità di Giorgio Vale, neofascista con un passato in Terza Posizione poi entrato nei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) e morto il 5 maggio 1982 durante il conflitto a fuoco che seguì all’irruzione delle forze nell’appartamento di via Decio Mure 43, a Roma. Nelle parole pronunciate oggi, Vale, già coinvolto e assolto nei depistaggi per la strage di Bologna, risulta essere il vero riferimento di Luigi Ciavardini.
Un ruolo nuovo, insomma, in base al quale il nero morto 36 anni fa lo nascose dopo il ferimento, lo accompagnò a Milano da latitante per trovare riparo in un appartamento e gli diede la patente falsa intestata a Flavio Caggiula che utilizzava a ridosso dell’esplosione che a Bologna provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Inoltre Vale, sempre secondo le parole pronunciate davanti alla Corte d’assise da Ciavardini, lo raggiunse a Palermo prima della strage, nei due giorni trascorsi sotto la protezione di Francesco Mangiameli, il leader siciliano di Terza Posizione ucciso il 9 settembre 1980 dai Nar che, appena dopo il breve soggiorno di Ciavardini, ospitò anche Mambro e Fioravanti nella sua casa di Tre Fontane.
Che ci facesse in quel periodo sull’isola, per di più in un arco di tempo così ristretto, Ciavardini non lo spiega con chiarezza. Certo, in quel periodo era latitante e da fuggiasco faceva il “pendolare” tra Roma, Treviso, Palermo e ritorno. Ma nonostante fosse ricercato dopo l’assalto al liceo Giulio Cesare, durante il quale venne ucciso l’agente di polizia Francesco Evangelista, noto come Serpico, in quei due giorni Luigi Ciavardini ebbe modo di andare sempre con Giorgio Vale, che non lo può più smentire, in spiaggia a Mondello, fare una nuotata e consumare un pasto al ristorante.

“Qualcuno ci ha sfruttato”
Perché non si è mai pentito dopo l’arresto, come altri, rivelando quello che accadeva nel mondo definito - letteralmente - delle “trame nere”? La domanda gli viene posta dal presidente Leoni e Ciavardini inizia un discorso, troncato dal magistrato che rileva come non solo non si è mai pentito, ma non ha rivelato nemmeno come sono andati i fatti. Dal canto suo, Giuseppe Giampaolo, avvocato di parte civile, nel controesame durante il quale definisce Ciavardini “Cavallini-dipendente”, gli chiede dei rapporti che alcuni neofascisti ebbero con realtà che non riguardano il mondo dello cosiddetto spontaneismo armato, come la P2. Rapporti che, in base alle parole di alcuni pentiti, ebbero invece sia Gilberto Cavallini che Valerio Fioravanti.
“Il nostro agire qualcuno l’ha sfruttato dopo, qualcuno che con noi non aveva nulla a che vedere”, ha risposto Ciavardini, pur insistendo sulla propria estraneità a mondi come quello della massoneria e degli apparati dello Stato. “Esisteva un piano eversivo? E in cosa consisteva? Quando e perché lo spontaneismo diventa armato?”, ha chiesto ancora l’avvocato Giampaolo. “Non c’era un piano eversivo. È stato un crescendo di eventi che ci ha portati a convivere con l’illegalità, non ci siamo mossi in base a una visione o un’analisi politica”, ha risposto Luigi Ciavardini.
Il quale ha ripercorso, dopo aver iniziato nell’udienza precedente, la propria storia familiare che ha contribuito a spingerlo verso un certo ribellismo e poi verso la lotta armi in pugno. Padre e fratello poliziotti, madre casalinga, cita a titolo di esempio il fatto che era riuscito a farsi ammettere nella Marina militare. Poi, però, a corso iniziato, era stato convocato dai carabinieri per rispondere di una rapina ed era sfumato il progetto di vestire una divisa. “Quel momento”, ha detto, “ha dato maggiore forza alla mia scelta della scelta della destra extraparlamentare”.

Foto © Ansa - Ernesto Fabbiani

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