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Strage Bologna: Ciavardini (possibile) indagato per reticenza

ciavardini luigi c imagoeconomicadi Antonella Beccaria
Rifiuta di dire chi lo ha ospitato a Villorba di Treviso e chi ha coperto la sua latitanza fornendogli documenti falsi e mezzi di trasporto, come un motorino con cui si spostava nella provincia veneta. Si dichiara innocente per omicidi eccellenti per i quali è stato condannato, come quello del giudice Mario Amato, assassinato a Roma il 23 giugno 1980, e disconosce qualsiasi suo ruolo nell’eccidio alla stazione di Bologna del 2 agosto, 85 morti e oltre 200 feriti.
Luigi Ciavardini, 56 anni il prossimo 29 settembre, si presenta in aula come testimone nel processo che vede unico imputato il neofascista Gilberto Cavallini, accusato di concorso in strage. In corridoio, poco prima, si era definito la ottantaseiesima vittima a cui vanno aggiunti gli altri due Nar condannati in via definitiva, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che saranno sentiti tra il 23 e il 25 maggio prossimi. E finisce per accapigliarsi con il presidente della Corte d’Assise di Bologna, Michele Leoni, e con i pubblici ministeri che gli hanno ricordato l'obbligo di dire tutto ciò che sa.
“Sono stato condannato a trent’anni”, dice l’ex Nar riconosciuto colpevole del massacro del 2 agosto 1980 con Fioravanti e Mambro, “mi sono assunto le mie responsabilità da innocente”. A maggior ragione, sostiene, non intende inguaiare oggi - “non l’ho fatto in passato” - persone che gli dimostrarono una “solidarietà che andava oltre l’adesione a qualsiasi progetto delinquenziale e politico”.
Insomma, ripete un refrain declinato da decenni. È quello secondo cui il suo coinvolgimento nella strage di Bologna si deve soprattutto a dichiarazioni de relato di Angelo Izzo. È il nero che, condannato per il massacro del Circeo del 1975, dal carcere gli ha attribuito il ruolo di colui che trasportò la valigia con l’esplosivo collocata nella sala d’aspetto di seconda classe. Prima, per Luigi Ciavardini, si trattava di una “semplice” banda armata. E dal suo proposito di proteggere chi lo aiutò mentre era ricercato non lo distoglie nemmeno la prospettiva di essere indagato per testimonianza reticente continuata.

Nomi che tornano
Eppure Ciavardini, nel corso della sua deposizione, un nome lo fa ed è un nome che torna molto simile da precedenti dichiarazioni. È quello di un tale “Calderoni” che, durante l’udienza di Bologna, dice essere stato il medico che lo curò a Treviso per la ferita al volto provocata da un colpo di rimbalzo nel conflitto a fuoco di fronte al liceo romano Giulio Cesare. Era il 28 maggio 1980 e in quell’occasione venne ucciso l’appuntato di polizia Francesco Evangelista, soprannominato Serpico.
Tuttavia, interrogato in passato da Giovanni Falcone per l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980, vennero accusati e assolti Fioravanti e Cavallini), disse che un quasi omonimo, Claudio Calderone, gli procurò il documento falso intestato a Flavio Caggiula, bruciato poi in un tamponamento il 5 agosto 1980 a Treviso. Chi sia questo procacciatore di documenti contraffatti non si è mai saputo. Ma si sa invece che, sempre da quanto disse Ciavardini a Falcone, dopo il ferimento davanti al liceo Giulio Cesare, Calderone lo accompagnò a Milano, dove arrivò in treno nonostante la latitanza e nonostante l’evidente sfregio al volto, per dargli riparo in un covo a disposizione nel capoluogo lombardo, dove rimase fino al trasferimento in Veneto.
Ma allora questo misterioso personaggio è un medico o lo “spacciatore” - come lo ha definito il pubblico ministero Enrico Cieri - di identità fittizie che oggi Ciavardini cerca di proteggere? L’ex militante dei Nuclei armati rivoluzionari insiste sulla “sprovvedutezza” del gruppo terroristico di cui faceva parte. Afferma che quando colpivano, come al Giulio Cesare (raid definito un’operazione di “disarmamento” e non un’azione finita con l’omicidio Evangelista), a priori non prendevano in considerazione l’idea di problemi che potevano sopraggiungere. Per questo, sempre secondo Ciavardini, fughe, nascondigli o necessità di cure mediche dovevano essere improvvisati, non c’erano piani prestabiliti a cui attenersi.

“Spontaneisti” in odor di P2
Anche per questo erano “spontaneisti”, soli nel loro attacco allo Stato, distanti dagli “stragisti” degli anni precedenti. “C’era ormai una guerra in atto”, sostiene Ciavardini, ma tanto soli i Nar non sembravano esserlo perché l’ombra della loggia P2 di Licio Gelli è tornata nel corso della testimonianza resa prima della deposizione dell’ex Nar.
È quella di Walter Sordi, l’ex terrorista nero che, arrestato nel settembre 1982, prende la via della collaborazione. Granitico quando interviene, tanti particolari messi a verbale nella prima metà degli anni Ottanta oggi non li rammenta, ma conferma senza esitazioni quando dichiarato in precedenza. “Non vorrei fare i non so o non me lo ricordo, non sono il tipo”, dice nel corso del suo esame. Tuttavia, se certe affermazioni le facesse adesso, aggiunge, “sarei un cialtrone, farei finta. Non ho mai mentito, non intendo iniziare oggi”.
Così conferma anche alcuni passaggi di cui parlò in passato. Passaggi che legano Gilberto Cavallini, e pure Valerio Fioravanti, a piduisti per il tramite del camerata Paolo Aleandri. “Per questo decise di collaborare?”, chiede l’avvocato Andrea Speranzoni, il legale di parte civile che rievoca anche una specie di scherzo telefonico fatto a Cavallini. Uno scherzo in cui si adombrava la possibilità che un piduista, dopo la scoperta delle liste il 17 marzo 1981, facesse il nome dell’imputato di oggi, una volta sentito sugli affaracci degli uomini di Gelli.
Cavallini, invece di mandare a quel paese i suoi sodali per la presunta assurdità dell’affermazione, “si preoccupò”. Una reazione inattesa che - ha aggiunto Sordi - si aggiungeva a “cose non chiare” che aveva cominciato a vedere a partire dal settembre 1981, quando tornò dal Libano, dove aveva trascorso l’anno precedente in un campo cristiano-maronita. “Che ci fossero zone d’ombra”, ha dichiarato ancora, “l'ho iniziato a scoprire dopo. Poi è come quando uno non vuole rendersi conto di qualcosa che fa male. Quella era la mia vita. Era. Non si potevano fare domande aperte, ma è stato un aspetto”, ha concluso, riferendosi a uno dei motivi per cui si dissociò dai Nar e dalle loro azioni.

Foto © Imagoeconomica

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