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Ci sono parole, a nostro avviso, che ormai appaiono talmente stantie che potrebbero serenamente andare in pensione senza grandi rimpianti popolari, giusto con qualche lacrimuccia da parte dei diretti interessati o di qualche inguaribile nostalgico.  
Una di queste è la parola “Cavaliere”, che affonda le sue nobili origini nell'antichità, ma che andando avanti nel tempo ha finito col presentare tante di quelle ammaccature che richiederebbero oggi, quantomeno, un radicale maquillage. 
In Italia abbiamo i Cavalieri del lavoro e i Cavalieri della Repubblica. Due cose differenti, ma che si assomigliano. 
Poi, c’è un “Cavaliere” che è più cavaliere degli altri. E lo sappiamo.
Cavaliere sui generis, di cui non si capirà mai quanto lo fu fatto, e nominato, e quanto si fece, e si nominò da solo. Ma pensate, per un solo istante, se Silvio Berlusconi si fosse chiamato Berlusconi e basta. La scena politica sarebbe stata molto più povera. 
Comunque sia, va riconosciuto a Berlusconi il merito di avere rinunciato al titolo (in questo caso di “Cavaliere del lavoro”), a causa di una condanna giudiziaria. Che poi gli altri continuino  a riverirlo come “Cavalier Berlusconi” è altra storia. 
Scendendo a livelli più umani, abbiamo una autentica infornata annuale di Cavalieri della Repubblica, nominati espressamente dal Capo dello Stato, perché anche loro si sono distinti, nei campi più disparati della società, per meriti particolari. 
La tradizione dei Cavalieri del lavoro si rinnova dal 1901, quando prese l’avvio per decisione del sovrano Vittorio Emanuele III. 
Quella dei Cavalieri della Repubblica dal 1951. 
Pare di capire che Cavalieri d’origine monarchica e Cavalieri di origine repubblicana sono due specie d’eccellenza destinate serenamente a convivere. 


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A scanso di equivoci, però, è giusto ricordare che in entrambi i casi non si tratta di attività retribuite, concretizzandosi nella semplice consegna, da parte del Presidente della repubblica, di Croci al merito, con annessi nastrini che le sorreggono, e diploma riccamente graficamente decorati.  
Quello che abbiamo capito sulla faccenda è che ci sono solo due modi per smettere di esserlo, cavaliere dell’uno e dell’altro tipo, intendiamo. 
O per espressa rinuncia del diretto interessato, e Berlusconi docet. 
O per atto insindacabile dello stesso Capo dello Stato, qualora siano venuti meno i meriti che furono alla base dell’onorificenza. 
Tutto ciò detto, una curiosità ci tormenta in questi giorni. 
Daniela Lo Verde, la preside della scuola “Giovanni Falcone” del diseredato quartiere Zen di Palermo, finita clamorosamente in galera avendo fatto con l’Antimafia (quella dei finanziamenti) i suoi porci comodi (come documentato da intercettazioni telefoniche e riprese video) attualmente è ancora titolare del titolo di Cavaliere della Repubblica che le venne conferito, durante l’emergenza Covid, dal Capo dello Stato Sergio Mattarella
Non lo trovereste imbarazzante? 
Anche agli occhi degli abitanti dello Zen. Di mamme e papà di ragazzini che cercano strade nuove, e che proprio in queste ore stanno facendo di tutto per rilanciare l’immagine di una scuola, di un quartiere, di un’antimafia miseramente saccheggiata da soliti ladroni. 
Certo. I tempi sono cambiati. 
Il Cavaliere non sarà più “senza paura e senza macchia”, ma il “Cavalier ladrone” sarebbe un po’ troppo. E alla Tavola Rotonda re Artù non gli avrebbe mai permesso di sedere.  

Foto © Paolo Bassani

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La rubrica di Saverio Lodato

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