Salgono le azioni in borsa delle aziende belliche mentre a Kiev sono già arrivati 17 Boeing con armamenti

Sull’asse Washington-Mosca è un continuo saliscendi di tensioni e distensioni sulla questione ucraina. Ma oggi sembra che siano queste ultime ad avere la meglio, nonostante i vari colpi di coda tra le parti. Martedì mattina, infatti, l’agenzia Tass ha riportato che la Russia ha ordinato ai propri distretti militari meridionali e occidentali il ritiro delle truppe alle loro basi dopo aver completato le loro esercitazioni. La notizia è stata accolta con ottimismo dai Paesi NATO che l’hanno subito rivestita come il risultato dei loro sforzi diplomatici (nonché delle loro minacce). Il ministro degli Esteri Russo Sergej Lavrov, ha invece spento il loro entusiasmo ridimensionandolo, puntualizzando che il ritiro delle truppe russe dal confine ucraino “non dipende dall'isteria dell'Occidente" perché “programmato già da tempo”. Ad ogni modo, programmato o non programmato, il ritiro ha permesso di tirare un sospiro di sollievo nell’area dopo gli ultimi giorni ad altissima tensione. Per i colossi delle industrie belliche, però, che si scenda in guerra o meno, cambia poco perché il costante clima di tensione che continua lo stesso a permanere tra i due fronti porta comunque a un aumento di richiesta di armamenti. Lo dicono i numeri che riportano da inizio di quest’anno un sensibile incremento di vendita di armi. In Ucraina è la guerra psicologica, la corsa al riarmo, a gonfiare le tasche di industrie belliche. Lo scambio di minacce tra Russia e NATO ha portato i paesi del Patto Atlantico a rifornirsi di nuovi armamenti e arsenali. E nel mentre le cifre in Borsa delle aziende fabbricatrici di armi salgono vertiginosamente. Alla Borsa di New York dall’inizio dell’anno a oggi, come riporta Il Fatto Quotidiano, le azioni dei principali produttori di armi e grandi appaltatori del Pentagono sono salite, mentre il principale indice di Borsa, S&P 500, ha perso il 7,9%. Tra il 3 gennaio e venerdì 11 febbraio le azioni di Lockheed, il primo gruppo mondiale della difesa per giro d’affari (avente in catalogo velivoli come il cacciabombardiere F-35, comprato anche dall’Italia, l’elicottero Black Hawk, l’aereo militare da trasporto C-130), sono salite dell’11,8%, da 354,36 a 396,19 dollari. La capitalizzazione di Borsa è arrivata a 107,9 miliardi di dollari, pari a 95 miliardi di euro al cambio corrente.
Da inizio 2022, riporta sempre Il Fatto Quotidiano, le azioni di Raytheon Technologies, secondo gruppo americano e mondiale della difesa che vale più di Eni e Enel insieme, hanno guadagnato il 9,5% e la capitalizzazione ha raggiunto i 142,6 miliardi di dollari, circa 125 miliardi di euro. Il numero tre americano, Boeing, vola nel settore militare. Le azioni Boeing dal 3 gennaio all’11 febbraio hanno guadagnato il 2,14 per cento. La capitalizzazione di Borsa è pari a 123,8 miliardi di dollari. Nella graduatoria per dimensioni seguono altre due aziende americane, Northrop Grumman, produttrice dei grandi droni Global Hawk, le cui azioni hanno guadagnato il 3,58% e General Dynamics che ha guadagnato il 3 per cento. Si tratta, come notifica il Sipri, dei primi cinque produttori mondiali di armi, tutti MADE in USA. Ma l’Europa non è da meno. Anche i colossi di difesa europei hanno avuto rialzi in Borsa. Dall’inizio dell’anno all’11 febbraio le azioni della britannica Bae Systems hanno guadagnato l’8,4%, Airbus che fa soprattutto aerei civili ha guadagnato il 2%, la tedesca Rheinmetall (la stessa presente con il gruppo RWM in Sardegna) che produce cannoni e carri armati (gli stessi impiegati per piegare lo Yemen) è uscita con +14%, la francese Thales che opera nell’elettronica, satelliti e missili +11%, l’italiana Leonardo ha guadagnato il 2,2 per cento. Proprio ieri si è registrato un rialzo delle azioni di Fincantieri con un +2,9% e un +4,9% per Leonardo.

Gli armamenti USA in dotazione agli ucraini
Nel frattempo che le compravendite vengono pattuite, le azioni in borsa salgono, a Kiev da settimane sono arrivati i primi nuovi approvvigionamenti per un possibile conflitto. Pare infatti che nella Capitale ucraina lo scorso 21 gennaio sia arrivato un carico di armi e munizioni americane a bordo di un Boeing 747 dell’Us Air Force. Sarebbe il primo di 17 voli giunti nella città e altri 28 sono attesi per il rafforzamento degli arsenali. Duemila tonnellate di armi ed equipaggiamenti sono già stati spediti dai vari alleati. L’esercito ucraino viene rifornito di lanciagranate, armi per contrastare l’assalto dei carri armati, lanciamissili portatili terra-aria di ultima generazione per sparare a spalla contro elicotteri e aerei a bassa quota come gli Stinger. Oppure gli anticarro Javelin, anche loro missili da spalla a guida infrarossi, prodotti da una joint venture tra i due colossi americani Raytheon e Lockheed Martin, in grado di centrare l’obiettivo a tre chilometri di distanza. Sempre da oltreoceano arrivano i lanciagranate anticarro Smaw D (M141) in grado di abbattere un bunker. Le forze ucraine hanno cominciato a fine gennaio ad addestrarsi con questi ordigni. Sono prodotti negli Stati Uniti, ma dopo vari passaggi le fabbriche sono finite a un’azienda norvegese, la Nammo, che ha come azionisti lo Stato norvegese e la società di difesa finlandese Patria. E caso vuole, forse, che sia norvegese l’attuale numero uno della NATO, il segretario Jens Stoltenberg, appena designato come nuovo presidente della banca centrale di Oslo. Quello delle armi è un mercato che non conosce crisi e non ne ha mai conosciuta. Nemmeno quelle sanitarie come quella provocata dal Covid-19, che diversamente ha devastato interi settori, ha minimamente scalfito queste multinazionali fabbricanti di morte. D’altronde, come aveva detto Papa Francesco da Fabio Fazio proprio qualche giorno fa, è la guerra la priorità nel mondo. “La prima categoria è la guerra, gli altri al secondo posto. Guerra ideologica, commerciale, di potere, per andare avanti. E tante fabbriche di armi”. Eppure, se si smettesse di fare la guerra, e quindi di produrre e vendere armi, anche per un anno, come rifletteva il Pontefice, “si potrebbe dare da mangiare e fare educazione per tutto il mondo in modo gratuito”. Se ciò non accade, probabilmente, è perché a “prevalere” è una “cultura e una psicologia dell’indifferenza”, aveva detto Papa Bergoglio.

Elaborazione grafica by Paolo Bassani

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