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Per Alfonso Giordano la trattativa non esiste, Ranucci risponde: “C’è sentenza di primo grado”

"Mi sembra ci sia stata una sentenza seppur di primo grado, dove è stato condannato dell'Utri ma anche ufficiali del Ros". E’ così che è intervenuto all’Adnkronos il giornalista e conduttore della trasmissione Report, Sigfrido Ranucci, commentando l'intervista al Riformista in cui l’allora presidente della Corte d’Assise del Maxi-processo a Cosa Nostra, Alfonso Giordano, ha sostenuto che la Trattativa Stato-mafia non sia mai esistita. “Alla storia della cosiddetta Trattativa non credo e nessuno che conosce i fatti può credervi”, ha detto Giordano.
Ranucci ha giustamente replicato che le sentenze “o non si commentano o si commentano tutte. Ognuno sceglie quella che fa più comodo”. E ancora: “Ho letto proprio sul Riformista l'altro ieri che immaginare che ci siano legami tra servizi deviati e P2 per le stragi appartiene alla fantascienza. - ha continuato - Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi ecco che ieri esce la motivazione della sentenza sulla strage di Bologna dove si parla di strage di Stato. Raccontando proprio il contrario di quello che scrive il Riformista".
In conclusione, il conduttore di Report ha spiegato: "Io sono abituato a raccontare i fatti avendo come unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone, non partiti politici o editori legati a quei partiti. E continuerò a farlo. Per questo la puntata sulle stragi andrà in replica oggi alle 16.50 su Rai 3”.

Post Scriptum
Alla risposta del collega Ranucci sentiamo di aggiungere un paio di considerazioni rivolte al dottor Giordano.
Anzitutto dobbiamo ammettere che siamo rimasti colpiti dal fatto che un ex Presidente della prima Corte d'Assise di Palermo commenti in forma così superficiale una sentenza di una Corte d’Assise, quella guidata dal giudice Alfredo Montalto al processo sulla Trattativa, senza aspettare le valutazioni della Corte d'Assise d’Appello (presieduta da Angelo Pellino) che sta ancora ascoltando testimoni e che nei prossimi mesi sarà chiamato ad emettere sentenza. L’opinione del giudice Giordano è legittima, non lo mettiamo in dubbio, ma allo stesso tempo, proprio per lo stato dell’arte del processo, è decisamente fuori luogo.
Specie perché parliamo dell’opinione di un giudice come Giordano che, ipse dixit, ha “rappresentato lo Stato nel processo più duro contro Cosa Nostra”.
Cosa avrebbe detto il “rappresentante dello Stato nel processo più duro contro Cosa nostra” se a quel tempo qualche collega avesse cinicamente bollato la sua sentenza come una “farsa” o una “fantasia da somari matti” quando ancora il processo non era terminato? Se non fosse per il fatto che Giordano ha lasciato la toga diversi anni fa e oggi si trova in pensione il Csm avrebbe avuto tutte le facoltà per prendere eventuali provvedimenti disciplinari per le sue dichiarazioni a gamba tesa.
Ad ogni modo però le considerazioni di Giordano, a nostro modo di vedere, non sono errate solo sulla forma ma anche nel contenuto.
Nell’intervista il giudice, probabilmente riferendosi alla sentenza di primo grado del processo Trattativa e alle conseguenti ricostruzioni giornalistiche, afferma: “I fatti andrebbero trattati quali sono, e non come forse sono, o come forse vorremmo che fossero andati”. E cosi sono trattati, rispondiamo noi: come “fatti”. La sentenza della Corte di Cassazione sul processo di Firenze sulle stragi del 1993 attesta indubbiamente che trattativa ci fu. Stiamo parlando di una sentenza definitiva, quindi fattuale, non più questionabile.

Altro dato: a Il Riformista il giudice Giordano invita i colleghi a porre massima attenzione “sull'attendibilità di chi collabora, perché le finalità della collaborazione sono sempre diverse da quelle che noi immaginiamo”.
Una sorta di diffidenza nella figura del collaboratore di giustizia. Eppure il maxi processo da lui presieduto ha avuto come pilastro le dichiarazioni (dirompenti) di un pentito, Tommaso Buscetta, senza il quale ancora oggi non sapremmo riconoscere e combattere Cosa nostra. Dovremmo forse pensare che quei collaboratori di giustizia dai quali prendere le giuste distanze, come vuol far intendere Giordano, sono quelli che hanno da raccontare sugli intrecci tra mafia e Stato ai quali il giudice non crede?
Sono domande che sorgono spontanee e che lasciano non solo senso di amarezza, ma sconcerto in chi, per accertare quei "fatti", ha messo in gioco la propria libertà e talvolta anche la propria vita.
Un Giudice, per quanto in pensione, non può fare l'errore gravissimo di non leggere atti e sentenze che sono fondamentali per formare un'opinione o un giudizio di merito su fatti gravissimi. Il dottor Giordano dovrebbe ricordare che “ignorantia legis non excusat”.

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