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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

Dalla nascita della Repubblica fino ad oggi la storia del nostro Paese è stata attraversata da fatti, misfatti, tragici eventi, stragi, delitti, golpi mancati, depistaggi e buchi neri. Interrogarsi su quanto avvenuto e cercare di orientarsi in questa lunghissima sequela di eventi, per quanto complesso, è un'operazione necessaria non solo per comprendere ciò che è avvenuto ma, soprattutto, capire cosa accade oggi.
Ieri sera la puntata di Report, il programma di Rai 3 condotto da Sigfrido Ranucci, è riuscita ad accendere quantomeno un faro su episodi di cui non si parla o che si preferisce dimenticare come la trattativa Stato-mafia (o forse si dovrebbe parlare di trattative) e soprattutto quelle inchieste sui mandanti esterni delle stragi degli anni Novanta che hanno segnato, sul sangue dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, gli agenti delle scorte e tanti cittadini inermi, il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Delle vere e proprie stragi di Stato in cui Cosa nostra ha avuto un ruolo accanto ad altri poteri, politici, economici, apparati deviati, massonerie deviate, estremisti di destra.
Quando intervistammo il collaboratore di giustizia, Totò Cancemi, questi disse che “Riina è stato preso per la manina per fare le stragi” e su questo abbiamo sempre ragionato nel tentativo di portare il nostro contributo nella ricerca della verità su questi fatti.
Un argomento che lo stesso Riina affrontò nelle sue interlocuzioni in carcere con la dama di compagnia Alberto Lorusso, nel momento in cui in tre passaggi affermava "Fu una cosa decisa alla giornata... arrivò quello, subito subito, vabbè ci penso io”. "Sono tre passaggi importanti - ha ricordato Roberto Tartaglia nella trasmissione - perché Riina fa capire che c'era una impellenza nella necessità di uccidere Paolo Borsellino. Seconda cosa è importante perché poi si fa riferimento a un 'quello', che la sentenza di primo grado indica come l’interlocutore ignoto di Salvatore Riina, ed è probabilmente questa figura senza nome la stessa figura di cui parla Cancemi quando dice che Riina aveva premura di uccidere Borsellino ed era come se si fosse impegnato con qualcuno".
Ed è importante interrogarsi su chi potesse avere un ruolo del genere da dare ordini a Riina.
In alcuni degli incontri con Cancemi era presente anche Sigfrido Ranucci (che apprendiamo dalle dichiarazioni di Francesco Pennino essere finito, gli anni scorsi, nel mirino di un clan come quello dei Madonia per il libro "Il Patto", Ed. Chiarelettere, scritto con Nicola Biondo, sull'infiltrazione di Ilardo in Cosa Nostra e il ruolo dei servizi segreti deviati) ed insieme raccogliemmo le dichiarazioni su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri dopo che lo stesso ex boss di Porta Nuova aveva messo a verbale quei nomi con la magistratura.


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Per questo motivo vogliamo comunque riconoscere il merito a Report di aver ripercorso, in prima serata, una serie di fatti di cui si è sempre parlato poco, ripercorrendo quelle tracce che erano emerse nella nota inchiesta “Sistemi Criminali”, condotta dai pm palermitani Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, in cui si mettevano in evidenza proprio quegli intrecci perversi tra mafie, eversione nera, Servizi e P2.
Dall'archiviazione avvenuta nel 2001 ad oggi vi sono state ulteriori inchieste e processi che hanno contribuito ad aggiungere ulteriori tasselli al mosaico di quel quadro come le sentenze di primo grado sulla trattativa Stato-mafia, quella sulla 'Ndrangheta stragista o il processo Borsellino quater (che si aggiunge al Borsellino ter proprio sul tema dei mandanti e concorrenti esterni alla strage di via d'Amelio).
E non è più un tabù televisivo ricordare che Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri sono attualmente indagati dalla Procura di Firenze per essere stati i mandanti delle stragi del 1993. Un'indagine che in passato ha riguardato anche le stragi del 1992, per poi essere archiviata.
Proprio la Sentenza Stato-mafia ha offerto uno spartiacque sul ruolo di Dell'Utri ed i rapporti tra Berlusconi e la mafia. "Berlusconi - ha ricordato il magistrato Nino Di Matteo nella puntata di ieri - da questa sentenza viene messo in relazione alla mafia non più soltanto come imprenditore ma per la prima volta come politico e addirittura come presidente del consiglio. Fino al dicembre del 1994 Berlusconi fece arrivare centinaia di milioni nelle casse di cosa nostra. Quindi secondo questa sentenza abbiamo un presidente del consiglio, un capo del governo italiano legittimamente insediatosi che paga cosa nostra".
Oltre a quella del consigliere togato del Csm, che da sempre si è occupato di certe indagini e processi, la trasmissione si è anche avvalsa di altre importanti testimonianze di addetti ai lavori e protagonisti di indagini come Alfonso Sabella, Francesco Messina, Michele Riccio, Gioacchino Genchi ed anche collaboratori di giustizia come Francesco Di Carlo o Consolato Villani. Quest'ultimo ha ribadito come "dietro le stragi in Sicilia e anche in Calabria e tutto quello che è successo in Italia c’erano i servizi segreti deviati che partecipavano all’interno istigando, diciamo, queste situazioni”.

Le parole di Baiardo
Tra le testimonianze inedite dell'inchiesta di Paolo Mondani e Giorgio Mottola in collaborazione con Norma Ferrara, Alessia Pelagaggi e Roberto Persia, vi è sicuramente quella di Salvatore Baiardo, un gelataio piemontese di origini siciliane che all’inizio degli anni 90 curò la latitanza dei fratelli Graviano. Proprio nel processo di Reggio Calabria le sue dichiarazioni confluite in un'informativa Dia erano state riprese e portate nel processo da Giuseppe Lombardo.
Raggiunto da Paolo Mondani questi racconta alcune cose su cui spetterà alla magistratura approfondire l'eventuale veridicità. Ma le affermazioni non sono di poco conto e fanno rumore.


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L'agenda rossa e gli incontri tra Berlusconi e Graviano
Baiardo, che di fatto offre una sponda alle dichiarazioni nel processo calabrese di Giuseppe Graviano, ha confermato gli avvenuti incontri tra Graviano e Silvio Berlusconi (“Sono stati più di tre, io li ho visti”), ha detto che già tra il 1991 ed il 1992 si parlava dell'ingresso in politica; ha evidenziato la "speranza" di Graviano che ancora oggi sia possibile "tirar via il 41 bis, che l'ergastolo venga abrogato"; e soprattutto che vi sarebbero copie dell'agenda rossa di Paolo Borsellino in mano a “più persone, tra cui Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, e non solo”. Addirittura ha parlato di un "grosso incontro a Orta" e che lui stesso l'avrebbe vista.
Se si vuole questa è una delle parti più controverse del programma, tenuto conto che svariati elementi portano a ritenere che dietro alla sparizione dell'agenda non vi sia l'interesse di Cosa nostra ma di ben altre forze. E siamo portati a ritenere che quel documento prezioso sia finito nelle mani di uomini di Stato più che dei boss.
Il motivo lo ha spiegato in maniera chiara il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato parlando delle indagini compiute da Borsellino su Capaci. Per il magistrato a un certo punto Borsellino “si rende conto che 'è qualcosa che va al di là” di Cosa nostra. “Questa seconda fase - ha affermato - nasce quando nel 30 giugno 1992 interroga Leonardo Messina e quando il 1 luglio '92 interroga Mutolo. Quest'ultimo gli parlerà, fuori verbale, di rapporti tra Cosa nostra e uomini dei servizi". E poi ancora: "Non bastava uccidere Paolo Borsellino. Perché se Paolo Borsellino fosse morto ma fosse stata recuperata l'agenda rossa in cui aveva annotato tutto la sua morte sarebbe stata inutile”. Scarpinato ha anche ricordato come “prima ancora che arrivi la Polizia (in via d'Amelio, ndr) che ancora in quel momento non sapeva cosa fosse successo, sul luogo ci sono uomini servizi segreti (come dicono gli stessi uomini della Polizia) che si disinteressano completamente dei feriti e dei morti e sono tutti intorno alla macchina di Paolo Borsellino ancora in fiamme alla ricerca della sua borsa e dell'agenda rossa che infatti non verrà trovata".
Nel suo "flusso di coscienza" Baiardo ha anche spiegato un altro elemento a nostro parere interessante, ovvero che i "veri fratelli" non erano Filippo e Giuseppe Graviano, ma quest'ultimo e Matteo Messina Denaro, quest'ultimo latitante dal 1993.
Lo abbiamo detto, ovviamente si tratta di rivelazioni tutte da verificare ed è giusto interrogarsi sul perché Baiardo, dopo tanti silenzi, abbia scelto di parlare (in precedenza aveva parlato alla Dia e alla trasmissione Sekret). Ma questi elementi, sicuramente da prendere con le molle, possono portare a nuovi spunti.


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Falcone-Borsellino e l'interesse su Berlusconi
Nella puntata è stato riproposto anche un passaggio dell'intervista che Paolo Borsellino rilasciò ai giornalisti francesi, in cui parlò di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. E sul punto è intervenuto Giovanni Paparcuri, collaboratore di Falcone e Borsellino ai tempi del pool antimafia. Questi ha raccontato come nel maggio del ’92, prima della strage di Capaci, Borsellino fosse entrato nella sua stanza chiedendogli del materiale sull'ex Presidente del Consiglio. “Io francamente cado dalle nuvole perché questo Berlusconi io, fino a quel momento, non l’ho mai sentito”, ha detto Paparcuri per poi spiegare di essersi convinto che quella curiosità gliel’aveva fatta venire Falcone, che aveva appuntato su un foglietto, poi ritrovato dallo stesso Paparcuri, le rivelazioni del collaboratore di giustizia Marino Mannoia sui finanziamenti di Berlusconi ai mafiosi.

Falcone e le indagini su Gladio
La lunga rassegna di Report su determinati misteri ha anche riguardato la strage di Bologna, evidenziando le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 ("Come dicono i magistrati Gelli e Ortolani sono stati gli organizzatori e i finanziatori della strage. La strage è stata organizzata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani ed eseguita dai fascisti") fino ad arrivare ad alcuni spunti emersi dalla recente inchiesta della Procura generale di Bologna. Procura generale che ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio di Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, che ebbe contatti con servizi di sicurezza e mafiosi come Antonino Gioé.
Quest'ultimo, implicato nelle stragi, fu trovato suicidato in cella a Rebibbia proprio nel giorno delle stragi di Roma e Milano nel 1993. Secondo il collaboratore Di Carlo non sarebbe stato un suicidio ma ad ucciderlo sarebbero stati i servizi di sicurezza "perché non parlasse" di quello che sapeva.
Facendo riferimento ad alcuni passaggi della requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel processo 'Ndrangheta stragista l'orizzonte si è allargato al contesto politico, nazionale ed internazionale, in cui si viveva tra la fine degli anni Ottanta ed i primi del Novanta, laddove con la fine della guerra fredda, la caduta dei blocchi contrapposti, tanto le mafie quanto altri poteri hanno avuto la necessità di ricollocare il loro ruolo di fronte ad uno scenario che stava cambiando.


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"In questa Nazione - ribadiva Lombardo - si sono mosse, a fianco alle mafie, una serie di forze che nel contatto con le mafie diventano mafiose. In quel periodo storico c'è stato il tentativo di mantenere inalterato un sistema che si era stabilizzato in molti anni. Un sistema formato da una serie di soggetti, alcuni buoni e alcuni cattivi, che doveva impedire un ruolo di peso al cosiddetto blocco comunista. Ecco perché tutta quella parte di istruttoria dedicata alle leghe meridionali, alle operazioni Stay Behind, al ruolo di Gladio".
In questi anni è emerso in maniera chiara proprio come Falcone, indagando sulla morte dell'ex Presidente della regione Siciliana Piersanti Mattarella, ed il coinvolgimento di figure di estrema destra nel delitto, si era imbattuto sull'esistenza di Gladio.
Indagini condotte in un tempo di cui della struttura paramilitare non si conosceva nemmeno l'esistenza.
Poi ancora si è tornati sulla trattativa Stato-mafia, sulle interlocuzioni tra il Ros e Vito Ciancimino, le dichiarazioni in carcere di Riina, quelle di Giuseppe Graviano, la nascita di Sicilia Libera, la decisione presa da Cosa nostra di "virare" su Forza Italia, la presenza di figure dal doppio volto come Bruno Contrada (la cui sentenza, al contrario da quanto riferito nel programma non è stata revocata ma dichiarata priva di effetti penali), Arnaldo La Barbera e Giovanni Aiello, anche noto come Faccia da mostro, il mancato arresto di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, la morte del confidente Luigi Ilardo, e poi ancora le vicende che hanno riguardato la misteriosa sigla della Falange Armata con cui furono rivendicate anche le stragi, il Protocollo farfalla, e la richiesta die boss per il riconoscimento della dissociazione.


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Quando Scalfaro ha mentito
Nella puntata, come ha ricordato Di Matteo, è stato anche ribadito che nel corso dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia anche un Capo dello Stato come Eugenio Scalfaro abbia mentito ai magistrati. "C’è una lettera indirizzata dai familiari dei detenuti di mafia a Pianosa e all’Asinara al Presidente Scalfaro - ha ricordato il consigliere togato - Quella lettera costituiva la dimostrazione che gli uomini di Cosa nostra volessero assolutamente cacciare dall’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato, che veniva definito in quella lettera come il “dittatore Amato”. Pochi mesi dopo la ricezione di quella lettera il direttore del Dap venne avvicendato, dopo poco tempo viene revocato il 41 bis nei confronti di 334 appartenenti a Cosa Nostra, alla ‘Ndrangheta e alla Camorra. Sentito sul punto della vicenda della sostituzione di Amato con Capriotti il presidente Oscar Luigi Scalfaro ha mentito. È stato smentito non solo da altre fonti testimoniali ma perfino da quello che abbiamo ritrovato nelle agende di Ciampi. In quelle agende abbiamo trovato delle annotazioni che chiaramente dimostravano come Scalfaro fosse ben a conoscenza delle vicende che avevano portato alla sostituzione di Amato". "E' successo anche questo in questa indagine - ha concluso - scoprire che un presidente della Repubblica aveva mentito".
Un elemento, quest'ultimo, che dimostra gli altissimi intrecci che si nascondevano dietro a quella famigerata trattativa che non è "presunta" come in troppi continuano a dire.
Certamente in due ore non è stato sviscerato tutto ciò che era necessario approfondire e il rischio che con troppe informazioni non si possa comprendere l'esatta portata di quanto avvenuto è alto. Le vicende che hanno riguardato l'Ambasciatore Fulci e l'elenco che presentò della “VII divisione” del Sismi e degli “Ossi” (a cui fu aggiunto anche un nome che non aveva niente a che fare con la struttura) è tanto complessa quanto emblematica degli incroci che si nascondono dietro le logiche di certi apparati. Sulle stragi, tra informative e presenze di strani bigliettini e inchieste che si sono sviluppate, è più il Sisde ad essere coinvolto.


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Vogliamo credere che la puntata di Report sia l'inizio di un nuovo ciclo di approfondimenti che meritano di essere svolti. Pensiamo al caso della morte del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, inseriti in contesti ampi e complessi (in corso a Palermo davanti al Gip il processo in avvreviato contro Madonia, e la discussione per la richiesta di rinvio a giudizio di Scotto e Rizzuto), alla condanna a morte di Totò Riina nei confronti di un magistrato come Nino Di Matteo seguito dalle dichiarazioni di diversi pentiti; al ruolo di figure di rilievo come Rosario Pio Cattafi, pregiudicato considerato come figura di vertice della mafia barcellonese ma anche militante di Ordine Nuovo (anch'egli inserito all'interno dell'inchiesta "Sistemi Criminali") e in rapporti con gli apparati di sicurezza; sul ruolo della 'Ndrangheta nel progetto di attacco allo Stato; il coinvolgimento diretto di soggetti esterni a Cosa nostra nelle stragi, e così via. Vicende che non sono affatto vecchie storie, come in molti vorrebbero far credere, e che vanno riprese se davvero si vuole far luce in questo Paese e dire definitivamente basta a patti e trattative con un Sistema Criminale che, possiamo dirlo, va ben oltre le mafie.

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