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Mimmo Franzinelli

Sono nato nel 1954 in un piccolo paese della Valcamonica, in provincia di Brescia; ho studiato al liceo classico di Lovere e mi sono laureato nel 1979 all'Università di Padova, facoltà di Scienze politiche, indirizzo storico. Il fascino per la storia contemporanea si è accompagnato alla passione verso la musica del mio tempo: dal rock al jazz, dal folk all'avanguardia. Per fortuna gli orari di festival e concerti non coincidevano con quelli di apertura delle biblioteche. Obiettore di coscienza, dopo il servizio civile presso la sede bresciana del Movimento Internazionale Riconciliazione ho insegnato per diversi anni, per poi concentrarmi sulla ricerca storica e sull'animazione culturale. L'esperienza del servizio civile, in un centro della nonviolenza di matrice cristiana (il Movimento Internazionale Riconciliazione), mi ha sensibilizzato al rapporto religione-guerra; da un'avvincente ricerca d'archivio è scaturito nel 1991 Il riarmo dello spirito, basato sull'attività dei cappellani militari nel secondo conflitto mondiale: storia di un'istituzione (Ordinariato militare d'Italia) e degli ecclesiastici che, con motivazioni e stili differenti, affiancarono i combattenti sui vari fronti. Interessato alla trasformazione di una religione fondata su istanze nonviolente in strumento di mobilitazione degli animi, ho scoperto attraverso fonti d'epoca la realtà bellica come macchina che divora gli individui, senza riguardi per chi l'aveva esaltata e chi ad essa era contrario. Nel 1995, in occasione del cinquantennale della Resistenza, ho pubblicato Un dramma partigiano, indagine controcorrente sugli eventi dell'estate-autunno 1944 in alta Valcamonica, tra Edolo, il Passo dell'Aprica e Pontedilegno. Laddove, secondo la storiografia antifascista, funzionava una zona libera, vigeva in realtà una tregua d'armi imposta dai tedeschi alle Fiamme Verdi, in un contesto di conflittualità interpartigiana sfociato nell'uccisione del tenente colonnello degli alpini Raffaele Menici, attorno al quale si era aggregato un gruppo di militari dell'alta valle, tornati in zona dopo l'armistizio. Il volume è stato accolto in modo differenziato dalla base partigiana, che lo ha apprezzato, mentre è stato contestato dai vertici dell'Associazione Fiamme Verdi. Negli anni Novanta mi sono occupato dell'apparato repressivo fascista. Per nulla convinto delle tesi di un regime affermatosi e mantenutosi grazie all'uso della forza, ho cercato di comprendere il rapporto esistente tra repressione del dissenso e costruzione del consenso. L'osservatorio ideale, da questa prospettiva, è l'Ovra, ovvero la punta di diamante della polizia politica mussoliniana. Ho cercato di comprendere la logica dell'organizzazione e i percorsi dei suoi componenti, nonché di verificare l'efficacia dei colpi inferti all'antifascismo. Nel viaggio dentro l'Ovra ho compreso che una parte significativa della forza del sistema poliziesco fascista derivava dall'apporto degli informatori: militanti antifascisti o cittadini senza una precisa qualifica politica che per una varietà di motivazioni - dalla venalità al ricatto, dall'invidia al gusto di sentirsi legati al potere - trasmettevano informazioni che l'apparato repressivo non sarebbe altrimenti riuscito a reperire né mediante i suoi agenti né con gli infiltrati. Gli archivi di polizia conservano una quantità di lettere delatorie e di relazioni stilate da apprendisti spioni: un materiale utile per più aspetti, in quanto illumina le distorsioni del rapporto cittadini/potere e consente l'immersione nella società plasmata dal fascismo. L'ancoraggio alle fonti documentarie e lo studio di una precisa epoca storica evitano, su un tema antico come il mondo e che presta il fianco a considerazioni moraleggianti, la dispersione in un'aura atemporale. Mi ha colpito, rispetto all'epoca liberale, il notevole accrescimento delle delazioni, riconducibile sia alle peculiarità politiche sia all'incoraggiamento della delazione da parte del regime mussoliniano. Le spiate furono incentivate, premiate e addirittura - per una particolare categoria di lavoratori: i portinai - rese obbligo di servizio. Delatori (Mondadori 2001) è in buona sostanza un saggio sociologico nelle pieghe dell'Italia littoria, basato sull'analisi di lettere anonime e denunzie segrete. Le parti più pregnanti del volume riguardano l'incidenza della delazione dopo l'emanazione delle leggi razziali, per segnalare a) dal 1938 al 1943 gli ebrei contravventori alle disposizioni giuridiche (divieto di servitù ariana, proibizione di telefoni e di radio ecc.), b) dal 1943 alla fine della guerra la presenza di fuggiaschi che, catturati dalla polizia fascista e nazista, venivano internati nei lager. Il lavoro successivo ha riguardato meccanismi e motivazioni dell'occultamento dei crimini di guerra nazifascisti, insabbiati illegalmente dalla magistratura militare italiana per ragioni politiche, interne e internazionali. Stavolta la parte essenziale del materiale consisteva in fascicoli processuali nascosti per quasi mezzo secolo, rinvenuti casualmente nel 1994 e passati ai tribunali militari. Le stragi nascoste hanno quale retroterra il prezioso lavoro esplicato da giudici con le stellette come Bartolomeo Costantini (procura militare di Verona), Sergio Dini (Padova), Antonino Intelisano (Roma), Pier Paolo Rivello (Torino), i quali hanno messo a mia disposizione la loro esperienza professionale e il materiale depositato - alla chiusura delle indagini - negli archivi dei tribunali militari. Nel corso di quella ricerca seguii a Verona il processo contro un criminale di guerra, Michael Seifert, fuggitosene in Canada e individuato dall'Interpol; in quel caso scoprii analogie e diversità del lavoro del giudice e dello storico. Alla diffusione del libro (due edizioni hard cover e quindi il passaggio negli Oscar, dove il testo è alla quarta edizione) hanno corrisposto numerose presentazioni, su richiesta di biblioteche e di circoli culturali; gli incontri si sono rivelati preziosi per la verifica di come, a tanti decenni di distanza, la memoria si sia conservata, trasmettendosi (pur nell'inevitabile trasformazione) dall'una all'altra generazione, tenendo come collante la famiglia e la dimensione locale della storia. Anche Le stragi nascoste è uscito per Mondadori, a conferma di un proficuo rapporto, che mi ha consentito di raggiungere un pubblico più ampio e - conseguentemente - l'immersione nella ricerca storica, su piste sinora poco esplorate. Squadristi si occupa delle origini del fascismo: il rapporto violenza-politica nell'attività delle squadre d'azione. In assenza di opere di riferimento generale, ho coniugato l'aspetto interpretativo col dato conoscitivo, articolando il volume su tre diverse sezioni: a) la narrazione vera e propria, dalla costituzione dei primi gruppi di camicie nere sino alla marcia su Roma; b) il dizionario biografico dello squadrismo, con cento profili rappresentativi; c) la cronologia quotidiana della violenza politica negli anni 1919-1922. Il libro (Premio Benedetto Croce 2003) non è certamente di facile lettura; la complessità dei temi trattati - con la necessità di considerare anche la violenza rossa, il comportamento degli organi statali, il ventaglio differenziato di posizioni dentro il movimento fascista... - ha richiesto un'analisi ad ampio raggio, per evidenziare modalità e ragioni del soffocamento della democrazia. Il duce proibito (2003) ha rappresentato un gradevole interludio, condiviso con l'ex direttore dell'Istituto fotocinematografico Luce, Emanuele Valerio Marino. Abbiamo selezionato, montato e commentato circa 170 fotografie di Mussolini a suo tempo censurate dal dittatore, in quanto non rispondenti all'immagine ottimale da imporre ai sudditi. Il mito di Mussolini è tuttora radicato: lo abbiamo verificato attraverso la presenza di nostalgici alle presentazioni del volume (a Roma un nipote di Starace pretendeva di insegnarci come si debbano presentare la figura dello zio e degli altri gerarchi...). Il duce proibito è una controstoria del dittatore, i cui ritratti hanno accompagnato vent'anni di vita pubblica - appesi nelle scuole e negli uffici, riprodotti dai giornali ecc. - e si sono impressi a fondo nell'immaginario collettivo delle generazioni successive. Alla formula fotografica sono tornato a fine 2007 con RSI. La Repubblica del duce 1943-45 una storia illustrata. Stavolta la raccolta di immagini è stata condotta in una pluralità di archivi, pubblici e privati; ho anche dedicato una cospicua sezione ai manifesti propagandistici, fascisti e nazisti. Il saggio introduttivo propone un'interpretazione critica dell'apparato propagandistico di Salò, con l'ausilio di documentazione inedita, proveniente in modo particolare dai Notiziari giornalieri predisposti dalla Guardia nazionale repubblicana per Mussolini (sono conservati a Brescia, presso la Fondazione Micheletti). Guerra di spie (2004) rivela la faccia nascosta della seconda guerra mondiale: spie, agenti segreti e traditori impegnati in una lotta senza risparmio di colpi, spesso pagata con la vita. Negli archivi giudiziari ho rinvenuto, insieme alle carte processuali, il materiale sequestrato alle spie: lettere cifrate, documenti d'identità falsificati e vari altri strumenti del mestiere. Grazie alla macchina fotografica digitale ho documentato, per i lettori, i volti e il materiale delle spie. La successiva ricerca ha riguardato le estreme testimonianze epistolari - da laconici bigliettini a lunghe missive - delle vittime del nazifascismo. Le Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza (2005) forniscono l'estrema testimonianza di centoquaranta persone, in una silloge emozionante di scritti tra la vita e la morte. Da questa ricerca è scaturito un ampio progetto di reperimento e censimento degli epistolari dei caduti partigiani, a cura dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, che ha messo in rete il copioso materiale reperito: www.italia-liberazione.it/ultimelettere. La ricostruzione delle dinamiche della morte di resistenti e di deportati poneva un interrogativo sui carnefici: che fine fecero? nella stragrande maggioranza dei casi, la passarono liscia. Di questo aspetto di occupa L'amnistia Togliatti, che accerta l'estensione del colpo di spugna sui crimini fascisti, ne spiega le ragioni e ricostruisce il retroscena del provvedimento che il 22 giugno 1946 ha chiuso sul piano giudiziario i conti con la dittatura. L'amnistia ha pure giocato nel garantire l'impunità ad alcuni personaggi coinvolti, in veste di mandanti e di organizzatori, dell'assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, perpetrato in Normandia il 9 giugno 1937 da manovalanza francese. Tra quanti mi hanno aiutato nella ricerca, il prof. Giuliano Vassalli si è distinto per disponibilità e signorilità (qui presentiamo il libro alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi, a Roma). Il volume mi è valso l'assegnazione del Premio Basilicata 2006. Il delitto Rosselli segue passo passo la preparazione del crimine perpetrato in Francia il 9 giugno 1937, le indagini di polizia, l'estenuante maratona giudiziaria conclusa nel 1949 col proscioglimento di imputati condannati in primo grado (marzo 1945) alla fucilazione e/o all'ergastolo. Un libro di storia, che può anche essere letto come un giallo, sulla pista degli assassini e dei loro inconfessabili legami con elementi del controspionaggio militare italiano, a loro volta collegati col ministero degli Esteri. L'utilizzo di fondi inediti - dalla documentazione dei servizi segreti militari alle carte familiari di Filippo Anfuso (segretario del ministro Ciano) agli atti processuali - consente finalmente di risalire dal livello degli esecutori a quello dei mandanti, per chiarire motivazioni e metodi di un duplice omicidio politico. L'immagine a fianco si riferisce a una presentazione tra le più significative, svoltasi a Gorizia il 19 maggio con il giornalista Gianpaolo Carbonetto e con Piercamillo Davigo, magistrato della Corte di Cassazione che ha analizzato i risvolti giudiziari del delitto Rosselli. Accanto ai «miei» libri ho costantemente lavorato su testi altrui: riedizioni critiche di opere uscite in anni lontani (La catena di Emilio Lussu, Dai ricordi di un fuoruscito di Salvemini, il periodico clandestino «Non Mollare» ecc.) oppure epistolari inediti. Di Ignazio Silone ho curato Il fascismo e - con Bruno Falcetto - Uscita di sicurezza, oltre a scrivere diversi saggi biografici; nel 2002 l'attenzione al grande scrittore marsicano mi è valsa l'assegnazione del Premio internazionale Ignazio Silone. Tra gli epistolari, la realizzazione più impegnativa e di maggiore soddisfazione è Nove anni sono molti, con un'ampia scelta delle lettere dal carcere di Ernesto Rossi (Bollati Boringhieri, 2001, prefazione di Vittorio Foa). La lettura, la selezione, la trascrizione e l'annotazione delle missive scritte nelle prigioni fasciste ha richiesto un'applicazione lunga e faticosa, ampiamente ripagata dalla possibilità di entrare nella quotidianità della reclusione politica in epoca fascista. Durante quella ricerca ho avuto diversi colpi di fortuna, a partire dalla scoperta, presso l'Archivio centrale dello Stato, del cospicuo fondo - non inventariato - con le intercettazioni dei dialoghi scambiati tra Vittorio Foa, Massimo Mila, Augusto Monti, Ernesto Rossi nei due momenti giornalieri di cella comune concessi ai detenuti di Giustizia e Libertà, per intercettarne le discussioni attraverso microfoni nascosti nelle finestre, cosicché ogni frase pronunciata dai prigionieri è oggi disponibile nella trascrizione dei solerti agenti penitenziari. Il secondo aspetto significativo di quel cantiere epistolare è consistito nella disponibilità da parte della Polizia scientifica all'analisi delle lettere originali, per decifrare le parti annerite dalla censura: tra i brani riportati alla luce figurano considerazioni di indole politica e filosofica. Vedere il direttore del laboratorio della Polizia scientifica, dott. Paolo Sammuri, al lavoro su quel materiale storico, assistere alla ricostruzione lettera per lettera delle parole cancellate, è stata una delle più belle soddisfazioni del mestiere di storico. La terza esperienza coinvolgente è stata la presentazione del libro dentro Regina Coeli, ovvero nel luogo in cui la maggior parte di quelle lettere furono scritte, in una situazione di grande sofferenza fisica e mentale; l'atmosfera soffocante del carcere ha restituito a quegli scritti il loro naturale contesto oppressivo e l'eccezionale contenuto di libertà interiore. Sono convinto che le lettere di Rossi rappresentino, con quelle di Gramsci, la più straordinaria testimonianza di vitalità umana e politica uscita dalle carceri fasciste, nella disperata lotta quotidiana contro un sistema liberticida. Ideale prosecuzione di quel lavoro è un altro imponente epistolario: Dall'esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957 di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini (Bollati Boringhieri 2004). Stavolta lo scambio di opinioni tra i due corrispondenti è libero, senza condizionamenti né autocensure; i giudizi sull'antifascismo e sulla democrazia sono spesso amari, nel deludente bilancio tra programmi e realizzazioni. Le oltre mille pagine del volume affrontano in modo avvincente le tematiche del federalismo europeo, della ricerca di una «terza via» tra democristiani e socialcomunisti, del rapporto Stato-Chiesa... con una visione ad ampio raggio del laboratorio del liberalsocialismo e dell'anticomunismo democratico negli anni della ricostruzione. Oltre ai libri, c'è l'attività culturale: sono socio fondatore e segretario della Fondazione “Ernesto Rossi – Gaetano Salvemini” (Firenze); faccio parte del Consiglio d'amministrazione dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Milano), del Comitato scientifico della Fondazione “Micheletti” (Brescia), del Consiglio direttivo del Circolo culturale Ghislandi (Breno) e del Consiglio d'indirizzo della Fondazione Museo dell'Industria e del lavoro “Eugenio Battisti”. La sottile linea nera è un'indagine sull'eversione neofascista tra fine anni '60 e metà anni '70, condotta attraverso la consultazione di materiale inedito o poco conosciuto: fonti giudiziarie, dossier dei servizi segreti, documentazione prodotta dai gruppi terroristici di estrema destra. Tra i dati più sconvolgenti del libro vi è la strumentalizzazione dei neofascisti da parte dei comandi dell'Arma dei carabinieri. Da una sezione del libro ho ricavato, con la regia di Flora Zanetti, una rappresentazione multimediale, ovvero una pièce per immagini, musica e letture che esordirà il 23 aprile a Milano nella suggestiva cornice della Sagrestia del Bramante, nella Basilica di Santa Maria delle Grazie, col sassofono baritono e il flauto di Mauro Slaviero, gli strumenti a fiato di Federico Bianchi, la voce di Chiara Continisio, la proiezione di fotografie e filmati (cfr. la sezione Appuntamenti). A inizio 2009 Mondadori ha pubblicato la biografia di Alberto Beneduce, un libro scritto con Marco Magnani, responsabile dell'Ufficio studi della Banca d'Italia. Marco ha analizzato gli aspetti economici e finanziari dell'operato del fondatore dell'IRI, mentre io ne ho ricostruito i tratti biografici e gli interessi politici. Un personaggio atipico, Alberto Beneduce, nel quale il politico e il tecnico s'intrecciano nel passaggio dall'epoca liberale al fascismo, con la capacità di trovare soluzioni innovative su questioni di enorme rilievo, dalle assicurazioni sociali alla crisi bancaria. E la cui collaborazione con Mussolini riguarda un tratto significativo della storia italiana.

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