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Ingiustificabile assalto delle forze armate israeliane contro i palestinesi persino durante un funerale

È di almeno dieci feriti il risultato della repressione operata, un affronto inconcepibile ai diritti umani

Esagerata, opprimente, grottesca. Così si può definire la repressione attuata dalle forze di sicurezza israeliana venerdì mattina, quando hanno fatto irruzione nell'Ospedale San José, nel settore palestinese di Gerusalemme occupato da Israele, mentre centinaia di persone accompagnavano in corteo funebre la salma della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa mercoledì in un campo rifugiati di Jenin in Cisjordania. Un atto di violenza smisurato, completamente fuori luogo, nel più totale spregio del diritto fondamentale del popolo palestinese, che ha subito l'ennesimo assassinio di uno di loro, in cui forze poliziesche di Israele li hanno attaccati con gas lacrimogeni, granate e colpi di arma da fuoco.
Qualche minuto prima avevano minacciato i cittadini palestinesi di utilizzare la forza se non avessero smesso di intonare canti “nazionalisti”, con la chiara intenzione di impedire la funzione funebre, secondo quanto riferiscono i media internazionali.
In pieno corteo, quando più di una decina di persone stava portando la bara avvolta in una bandiera palestinese verso una chiesa della Città Vecchia, le forze di sicurezza israeliana hanno assalito i partecipanti con violenza smisurata facendo cadere il feretro a terra. Hanno anche chiuso delle vie di accesso con un grande spiegamento di forze repressive.
Secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Haaretz, sono almeno 10 persone che hanno dovuto ricorrere a cure mediche a seguito della brutale repressione. Ma file palestinesi affermano che sarebbero addirittura decine le persone ferite accorse ai centri sanitari per le ferite riportate durante l'assalto.
L'Esercito israeliano avrebbe emesso un comunicato nel quale si solleva dalla responsabilità della morte della giornalista, affermando che non sarebbe possibile identificare da dove è partito il proiettile che ne ha causato la morte. Peggio ancora, Naftali Bennett, presidente di Israele, in principio ha dichiarato pubblicamente che, con certezza, gli assassini sarebbero palestinesi. Affermazioni smentite dal ministro della difesa Benny Gantz che ha riferito: “Stiamo investigando”, e  l'esercito israeliano non “è sicuro su come è stata uccisa”.
Il presidente palestinese, Mahmud Abbas, considera che “le autorità di occupazione israeliane” sono “pienamente responsabili della sua morte”. “Le autorità israeliane hanno commesso questo crimine e non ci fidiamo di loro”, ha detto nella cerimonia di saluto alla salma della corrispondente della catena di stampa internazionale.
Sono trascorsi appena due giorni da quando l'Esercito israeliano ha ucciso la giornalista di 51 anni Shireen Abu Akleh, una donna palestinese che stava svolgendo il suo lavoro in Cisgiordania, una zona costantemente attaccata dalle forze israeliane, che massacrano donne e uomini palestinesi. Akleh lavorava da più di venti anni per la catena Al Jazeera, indossava giubbotto antiproiettili e casco, con la scritta Press ben visibile anche a distanza. Ciononostante è stata assassinata con un proiettile in testa.
Fino a quando la comunità internazionale continuerà a guardare altrove mentre il popolo palestinese continua ad essere ingiustamente massacrato in un chiaro tentativo di genocidio? Fino a quando la stampa continuerà ad essere assassinata? È ora di gridare basta! È ora di fermare questa violenza inconcepibile, ingiusta, impossibile  da sopportare oltre.

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