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In Etiopia, sembra essere arrivato un momento di relativa tranquillità dopo lo scoppio della guerra civile. Lo scontro ha avuto inizio lo scorso novembre, quando nella zona del Tigray erano state tenute elezioni locali senza l’approvazione del governo, scatenando così una dura risposta da parte dell’esercito etiope. Per ora gli scontri armati sono cessati e se da un lato le milizie tigrine stanno proclamando la vittoria, dall’altro il primo ministro Abiy Ahmed (in foto) ha affermato che l’esercito non è stato sconfitto, bensì è stato dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per motivi umanitari. Le parole di Abiy Ahmed hanno provocato una forte reazione fra le fila dei tigrini che venerdì hanno deciso di dare una dimostrazione pubblica della loro forza organizzando una sorta di processione in cui migliaia di prigionieri di guerra sono stati costretti a camminare per quattro giorni, partendo dai campi di prigionia per arrivare a Macallè, capitale regionale del Tigray. Una volta arrivati per le strade della città hanno trovato ad aspettarli una folla pronta a deriderli e a manifestare il proprio malcontento per il primo ministro. Anche se le truppe dell’esercito si stanno ritirando e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray ha ripreso il controllo della zona, la situazione è ancora instabile. Il Tplf non ha ancora accettato il cessate il fuoco e in tutta la regione si verificano interruzioni delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica e anche di Internet. La guerra civile ha inoltre aggravato quella che per le Nazioni Unite è la peggiore crisi alimentare degli ultimi decenni, con 400mila persone fortemente colpite dalla carestia e 1,8 milioni che rischiano la fame.
Gli scontri armati hanno colpito una regione che è prevalentemente agricola, andando così a danneggiare un settore che stava già soffrendo a causa di un’invasione di cavallette.
«La vita di molte persone dipende dalla nostra capacità di raggiungerle con cibo, medicine, e altri aiuti umanitari. E dobbiamo raggiungerle ora. Non la prossima settimana. Adesso». Queste sono state le parole di Ramesh Rajasingham, responsabile degli aiuti umanitari dell’Onu. Ma anche inviare aiuti è diventato complicato perché il governo ha bloccato l’arrivo degli aerei delle Nazioni Unite e i danni causati alle strade rallentano le associazioni umanitarie. Si stima che più di 400mila sfollati stiano vivendo in difficili condizioni.
Inoltre, il ponte che dava accesso alla città di Shire, vitale per portare aiuti alla popolazione, è stato distrutto giovedì e, nonostante il governo etiope abbia negato ogni coinvolgimento, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari, sarebbero state le truppe alleate eritree e le forze speciali Amhara a causarne la demolizione. Se già nella situazione attuale è complicato, sarà ancora più difficile inviare aiuti nel caso in cui dovesse ricominciare una guerra civile.

Foto © Imagoeconomica

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