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Gli interrogativi sollevati dalle intercettazioni di "Zio Binnu"

La persistenza dei vertici di Cosa Nostra nel processo per abolire l'ergastolo ostativo è un elemento fondamentale per comprendere un quadro in cui si muovono interessi che non sono mai affiorati in un pubblico dibattito. 

L'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato ne aveva già parlato in commissione giustizia il primo di ottobre: “sul terreno dell’abrogazione dell’ergastolo ostativo è in corso da lungo tempo una partita. Un ‘gioco grande’ lo avrebbe definito Giovanni Falcone" e "nel quale gli interessi in campo non sono soltanto gli interessi visibili nel dibattito pubblico ma anche interessi restrostanti ed occulti. Abbiamo significativi segnali che non posso rivelare per ragioni di segreto investigativo dell’attesa, attuale e spasmodica, da parte dei capi mafia detenuti dell’emanazione da parte del Parlamento della normativa che abrogherà la norma sull’ergastolo ostativo”.

Anche se i giochi si stanno svolgendo dietro le quinte, un tassello importate potrebbe uscire dalle intercettazioni riportate da Roberto Scarpinato sempre in commissione giustizia inerenti a Bernardo Provenzano

Il 2 agosto 2000, ha scritto il magistrato sul Fatto Quotidiano, era stato intercettato Giuseppe Lipari, uomo di Provenzano, il quale aveva riferito al suo interlocutore che vi era stata una riunione di vertice nella quale Provenzano aveva detto che non poteva “rimettere insieme il giocattolo” se non riceveva indicazioni dal carcere, cioè dall’ala stragista facente capo a Salvatore Riina. Andando avanti, il 6 febbraio 2001 il quotidiano 'La Repubblica' aveva dato notizia di un’altra intercettazione in cui si evinceva che nell’estate del 2000 si era svolta una riunione, sempre voluta da Provenzano, nella quale era stata affrontata la situazione dei detenuti. Vengono riportate, scrive sempre Scarpinato, alcune frasi testuali della trascrizione tra cui la seguente: 'Dicono anche che tutti i responsabili delle province devono stare molto tranquilli… e poi bisogna pensare ai detenuti che sperano nell’abolizione dell’ergastolo…'. 

Dopo questa intercettazione è avvenuto qualcosa che ha fatto cambiare decisamente i toni delle riunioni. Come riportato da Scarpinato sempre in commissione giustizia, i capi mafiosi - sia detenuti sia a piede libero - seguivano l'evoluzione dei 'lavori' e, "come dimostrato da un’intercettazione del 2006 partecipava anche Bernardo Provenzano. Il quale per un verso rassicurava tutti sul fatto che bisognava avere pazienza e che certamente sarebbe stata mantenuta la promessa sull’abolizione dell’ergastolo ostativo” inoltre “raccomandava a tutti di non commettere omicidi e atti eclatanti perché avrebbero potuto compromettere il buon esito dei lavori in corso”.

Cosa è successo dal 2000 al 2006? Prima, nel 2000, il capo mafioso parla di non poter 'rimettere insieme il giocattolo' se non riceveva indicazioni dal carcere, mentre nel 2006 parla addirittura di promesse. E' vero che ci sono stati sei anni di differenza, ma se lo stesso capo di Cosa Nostra, qual era effettivamente Provenzano, ha fatto un cambiamento così drastico nelle sue affermazioni è indice che qualcosa è accaduto. Qualcuno gli aveva garantito qualcosa? E se sì, in cambio di cosa?

Alcuni fatti accaduti nei primi anni 2000
I fatti avvenuti nei primi anni duemila non sono totalmente avvolti nell'ombra. Scarpinato, sempre sul Fatto, ne ha elencato alcuni. Nel 2001 accanto ai provenzaniani, aveva iniziato ad operare attivamente per condurre le trattative sulla dissociazione anche Salvatore Biondino, braccio destro e uomo ombra di Salvatore Riina, il quale dopo avere avuto nel gennaio colloqui con Piero Luigi Vigna (procuratore nazionale antimafia dal 1997 al 2005, deceduto nel 2012) a novembre aveva avanzato l’insolita richiesta di essere autorizzato a fare lo scopino all’interno del carcere di Rebibbia.

Subito dopo accade un fatto insolito. Scarpinato scrive che "il magistrato Alfonso Sabella (allora a capo dell’Ispettorato del Dap) segnala a Tinebra, subentrato al vertice del Dap, che si tratta in realtà di uno stratagemma per consentire a Biondino di muoversi liberamente all’interno del carcere e condurre le consultazioni con gli altri capi. Il risultato è che Sabella viene immediatamente rimosso dal suo incarico. In una analitica lettera del 20 dicembre 2001 al Csm e al ministro della Giustizia, Sabella denuncia l’illegittimità della sua rimozione e ricostruisce con ricchezza di dettagli tutte le manovre sotterranee in corso tra i capi mafia detenuti per condurre una trattativa segreta finalizzata alla fuoriuscita dal carcere senza collaborare. La lettera cade nel vuoto e il 16 febbraio 2002 a Sabella viene pure revocata la scorta che gli era stata riconfermata sino a poco tempo prima nel dicembre 2001". Chiusa questa parentesi la trattativa riprende subito il 28 marzo 2002 quando Pietro Aglieri (uno dei più spietati membri della fazione corleonese) aveva inviato una lettera a Vigna nella quale proponeva di consentire un ampio confronto tra i boss detenuti alla ricerca di 'soluzioni intelligenti e concrete'. Al tempo tale proposta era stata respinta dalla Procura della Repubblica di Palermo di cui si era fatto portavoce Piero Grasso e dal presidente della Commissione parlamentare antimafia, Roberto Centaro. Ed è proprio a questo punto che entrano in scena i boss dell'ala stragista i quali cominciano a mandare inquietanti messaggi intimidatori all’esterno delle carceri.

Il 12 luglio 2002 Leoluca Bagarella aveva affermato (dichiarandosi portavoce dei detenuti nel carcere di L’Aquila) che erano stanchi di essere presi in giro e che le “promesse non sono state mantenute”. Ancora una volta esce fuori questa parola, promesse. Il 17 luglio era partito un altro messaggio nel carcere di Novara firmato da Cristoforo Cannella, componente del gruppo di fuoco di Bagarella, nel quale si accusano di inerzia gli avvocati di mafia eletti in Parlamento e componenti di Commissioni legislative. La stampa, al tempo, aveva pubblicato la notizia che i Servizi segreti e lo Sco avevano raccolto da fonti attendibili dei dati su di “un progetto di aggressione che avrà inizio con azioni in toto non percettibili all’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”, specificando anche alcuni nominativi di personaggi del mondo politico che potevano essere uccisi.

Dopo questi messaggi - minacce la trattativa riprende. 

Alcuni boss mafiosi detenuti vengono trasferiti nel carcere di L’Aquila dove, nel 2005, avevano chiesto di essere autorizzati a discutere tra loro i particolari della dissociazione/desistenza. Roberto Castelli, ministro della Giustizia dal 2001 al 2005, dopo essersi consultato con i capi di alcune procure, nega il suo via libera, come egli stesso aveva poi dichiarato in una pubblica intervista.

Intanto nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano aveva detto a Gaspare Spatuzza, come questi aveva riferito in dibattimento: “È bene far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare qualche cosa, è bene che anche noi cominciamo a parlare coi magistrati”. E infatti nel gennaio 2020 Giuseppe Graviano nel corso delle udienze del processo '’Ndrangheta stragista' aveva iniziato a fare dichiarazioni e a depositare memorie di portata potenzialmente dirompente - concernenti i mandanti occulti delle stragi e la sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino - che si rivolgevano in modo criptato a soggetti in grado di decifrarne il reale significato. Filippo Graviano inoltre, sempre nello stesso arco di tempo fa mettere a verbale che si era dissociato da Cosa Nostra, pur non intendendo collaborare, tentando ancora una volta di trovare uno spiraglio di uscita dal carcere.

I boss: pedine di un sistema di potere più grande
L'ex procuratore generale di Palermo aveva dichiarato in commissione giustizia che i capi mafia "sono depositari di segreti di importanza destabilizzante per l’intero sistema del potere nazionale" e che “da una pluralità convergente in risultanze processuali" sappiamo "che costoro conoscono l’identità dei mandanti e dei complici delle stragi del 1992 e del 1993. Conoscono le motivazioni politiche sottostanti alla strategia stragista posta in essere nel biennio 92 - 93, conoscono le motivazioni dei clamorosi depistaggi posti in essere nei processi sulle stragi per impedire l’emersione di verità che vanno oltre il livello degli esecutori e dei componenti della commissione. Per questo motivo i segreti di cui costoro sono depositari, sono per un verso una condanna al silenzio che impedisce loro di collaborare e per l’altro verso sono anche una preziosa merce di scambio”.

Tenendo conto di questi dati, la sicurezza che osteggiano i boss (come ad esempio Giuseppe Graviano) sulla loro uscita dal carcere, anche senza essere passati dal percorso della collaborazione, assume connotati sinistri soprattutto quando è ormai certa la presenza di soggetti ed interessi occulti.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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