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E Agrigento resta "roccaforte"
di Aaron Pettinari
Il totale dei beni sottoposti a sequestro e confisca nel primo semestre del 2019 a Catania e provincia ammonta ad oltre 8,5 milioni di euro. Nonostante gli ingenti sequestri di patrimoni, i blitz, le operazioni, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, però "l'organizzazione non appare indebolita". E' quanto emerge nella Relazione della Dia, presentata ieri al Parlamento, rispetto alla presenza della mafia nella Sicilia orientale. Per quanto riguarda il territorio catanese, spiegano gli analisti, Cosa nostra "si caratterizza per l'assenza di configurazioni rigidamente strutturate e per la convivenza di diverse organizzazioni". "Per quanto regolate secondo gli schemi classici delle consorterie mafiose, queste organizzazioni - si legge nella Relazione della Dia - evidenziano comunque una certa fluidità: gli affiliati alle famiglie possono transitare in altri sodalizi per la realizzazione di specifici affari".
"Peculiare - ricorda la Dia - è anche la propensione di Cosa nostra catanese ad attuare forme di collaborazione con altri gruppi criminali locali attivi sul territorio, in modo da incidere sul controllo di tutte le attività socio-economiche della provincia e delle realtà limitrofe".
Trova infatti conferma la presenza di una cellula catanese attiva nella città di Messina, così come l’influenza di sodalizi etnei nel territorio della provincia.
Nel documento si legge come Cosa nostra etnea, capace di "espandersi oltre i confini provinciali agganciando relazioni con altre consorterie mafiose" si pone "in posizione nodale rispetto alle dinamiche criminali mafiose dell’intera regione". Un elemento dimostrato anche dalle risultanze dell’operazione “Cupola 2.0”.
In quell'inchiesta è stato dimostrato come si sia tenuto proprio a Catania, un “summit di mafia interprovinciale con numerosi esponenti di cosa nostra catanese, agrigentina e palermitana...”, nel quale “c’era tutta la Sicilia”. Nel corso delle riunioni “si evidenziava la tensione tra la famiglia mafiosa di Caltagirone e quella catanese” e uno dei partecipanti “interveniva a favore di quest’ultima allineando le posizioni degli ennesi su quelle dei Santapaola”.
Le inchieste più recenti hanno confermato come la posizione di vertice sia ancora detenuta dalla famiglia Santapaola-Ercolano che, "saldamente radicata nel capoluogo etneo e capillarmente estesa in tutto il territorio provinciale, dilata le proprie propaggini sulle vicine province mediante una fitta rete di personaggi di riferimento".
Anche la storica famiglia Mazzei, anche nota come caragnusi, radicata nel cuore del capoluogo etneo e affiliata a Cosa nostra, conta su sodalizi locali operanti a Bronte, Maletto, Maniace e a Scicli (RG) sul gruppo dei Mormina. Le indagini, in questi mesi, hanno mostrato una certa attività della famiglia mafiosa nel traffico di stupefacenti con la presenza di consolidati rapporti con strutture criminali balcaniche. "Nella circostanza è stata adottata una forma di garanzia per il pagamento della merce tipica delle organizzazioni criminali sudamericane, caratterizzata dall’invio di 'ostaggi' presso i gruppi albanesi in attesa del pagamento della fornitura della droga".
Vi è poi la famiglia La Rocca di Caltagirone (CT) il cui leader attualmente si trova in stato di detenzione, condannato all’ergastolo. "Tuttavia - spiega la Dia - la consorteria esercita tutt’oggi una significativa influenza nel contesto generale degli assetti mafiosi siciliani, estendendo la propria operatività nel comprensorio definito 'Calatino-sud Simeto', cioè l’area che si estende dall’abitato di Caltagirone verso i confini delle province di Enna, Caltanissetta e Ragusa".
Altro gruppo criminale radicato nel contesto cittadino è quello del clan dei Laudani. L’organizzazione, "sebbene colpita da importanti attività investigative che ne hanno decimato i ranghi, ha manifestato una spiccata capacità di ricostituzione, tanto che recenti attività di indagine ne hanno rivelato la presenza nel Nord Italia".
Rientra in questo livello organizzativo anche il clan Cappello-Bonaccorsi, che avrebbe nel tempo assoldato nelle proprie fila alcuni elementi provenienti dai meno strutturati clan dei Pillera e Sciuto, dei Cursoti e dei Piacenti.
Per quanto concerne gli affari è emerso che "accanto agli stupefacenti, la criminalità organizzata catanese affianca le estorsioni e l’usura. Le consorterie, oltre ad autofinanziarsi, mantengono in questo modo un controllo capillare del territorio". Inoltre "alcune risultanze di attività giudiziarie concluse del semestre, infatti, offrono la dimensione del fenomeno, che colpisce sia singoli esercizi commerciali, sia società di servizi imprenditoriali più strutturate, quali ad esempio la gestione di parcheggi privati e di locali pubblici. Condotte finalizzate, a volte, a imporre l’assunzione di sodali dei clan come dipendenti addetti alla sicurezza". Altrettanto negativamente si rappresenta come "il fenomeno dell’infiltrazione della criminalità organizzata negli apparati amministrativi degli Enti locali (vedi i casi di Trecastagni e Misterbianco, ndr)".

dia 9 messina

Messina una terra a metà
Quella di Messina si può tranquillamente definire come una Provincia in cui gravitano grandi interessi. Le indagini più recenti hanno documentato nella provincia di Messina la sussistenza di un forte legame tra la criminalità organizzata locale e quella catanese. È anche nota la capacità di contatto di alcuni sodalizi presenti nel capoluogo messinese con le cosche calabresi e, in particolare, del reggino, in considerazione della posizione del territorio di Messina proteso verso il “continente”.
Per quanto riguarda gli assetti e le competenze territoriali delle consorterie del centro urbano di Messina, nel centrale quartiere di Camaro, risulta attivo il gruppo Ventura-Ferrante, mentre il quartiere di Giostra è controllato dai Galli-Tibia. L’area del quartiere Provinciale risulta assegnata al gruppo dei Lo Duca e la zona centrale di Mangialupi appare affidata ai sodalizi Aspri-Trovato-Trishitta-Cutè. Infine, nella località di Santa Lucia sopra Contesse si riscontra l’operatività degli Sparta.
Tuttavia, già nel 2017 con l’operazione “Beta” e il suo prosieguo, è praticamente accertata la presenza di una cellula dei Romeo-Santapaola di Cosa nostra catanese, verso la quale i locali gruppi criminali tendono a non entrare in conflitto.
In particolare il territorio dove è comunque più pervasiva l’influenza delle consorterie catanesi sarebbe la fascia jonica, dalla periferia sud della città di Messina fino al confine con la provincia di Catania. È qui che le consorterie etnee (oltre alla famiglia Santapaola-Ercolano vi sono i clan Cappello e Laudani, ndr) estendendo i propri interessi tramite personaggi del luogo fidelizzati.

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Roccaforte Agrigento
Secondo la Dia il contesto criminale della provincia di Agrigento continua ad essere caratterizzato dalla "presenza dominante di Cosa nostra, che monopolizza la gestione delle più remunerative attività illegali e condiziona ancora pesantemente il contesto socio-economico, già duramente messo alla prova da un perdurante stato di crisi".
Rimasta unitaria e verticistica, l’organizzazione conserva la tradizionale ripartizione nei 7 mandamenti (Agrigento, Burgio, del Belice, Santa Elisabetta, Cianciana, Canicattì e Palma di Montechiaro) al cui interno operano 42 famiglie mafiose.
"Cosa nostra agrigentina - si legge nella relazione - rappresenta una delle più solide roccaforti dell’organizzazione e ha vissuto una costante evoluzione, espandendo l’area degli interessi dall’originario contesto agro-pastorale a settori criminali ben più remunerativi". In particolare in questo territorio recenti indagini come "Kerkent" e "Assedio" hanno registrato "una fase di riassetto interno all’organizzazione mafiosa, a seguito dei recenti arresti delle figure apicali. Le ricomposizioni di famiglie e di mandamenti sono anche influenzate dalle scarcerazioni degli affiliati, in particolar modo di quelli che avevano già ricoperto ruoli apicali".
Un ruolo minore, ma comunque di rilievo, viene occupato dalla Stidda, originariamente parte scissionista di Cosa nostra, ma che oggi fa affari con quest’ultima.
Inoltre, nella provincia, "tra settori particolarmente esposti al rischio d’infiltrazione mafiosa, si segnalano anche quelli dell’agricoltura e dell’agroalimentare, delle energie da fonti rinnovabili e quelli collegati all’emergenza ambientale, come nel caso della gestione del ciclo dei rifiuti".
Per quanto riguarda le proiezioni all’estero, spiegano gli investigatori, "la forte emigrazione agrigentina verso i Paesi dell’America e dell’Europa ha portato alla ricostituzione, in queste aree, di aggregati delinquenziali aventi stretti legami con quelli locali, dai quali mutuano caratteristiche, interessi e metodi criminali. Questi emigrati rappresentano utili punti di riferimento, specialmente per quanto concerne il traffico internazionale di stupefacenti ed il riciclaggio". "Tradizionalmente - aggiungono - le consorterie agrigentine della parte occidentale si sono proiettate verso i Paesi del Nord America ed in taluni casi dell’America Latina (specie Venezuela e Brasile), mentre quelle della parte orientale verso i Paesi del Nord Europa, con particolare riguardo a Germania e Belgio. Relativamente a quest’ultimo Paese, una serie di fatti di sangue, avvenuti a Favara e in Belgio negli ultimi anni, evidenzia l’esistenza di una faida agrigentina, verosimilmente maturata in ambienti riconducibili al traffico internazionale di sostanze di stupefacenti".

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A Caltanissetta la forza dei Rinzivillo
Anche nella provincia nissena Cosa nostra mostra forti capacità di ricostituzione dei propri assetti. Sul fronte degli affari gli analisti registrano "una forte tendenza della criminalità organizzata ad infiltrare, senza distinzione, l’edilizia, l’agricoltura, il ciclo di smaltimento dei rifiuti e gli appalti". Ciò a riprova che nel tempo "si è passati da una mafia di tipo agro-pastorale, nella quale i capi fungevano da mediatori tra proprietari terrieri e agricoltori, ad organizzazioni che hanno orientato nel tempo i propri interessi verso settori più redditizi quali il traffico di stupefacenti, l’usura, gli appalti e le sovvenzioni per lo sviluppo dell’economia". E questo è stato possibile grazie all'infiltrazione di elementi vicini alle consorterie negli uffici pubblici, principalmente attraverso l’inserimento nelle procedure di affidamento diretto, giustificate da inesistenti motivi di “urgenza”.
Per quanto concerne il mandamento di Gela la Dia evidenzia la convivenza tra le famiglie di Cosa nostra e la Stidda. Inoltre "la peculiarità della criminalità in questa zona è il reclutamento di soggetti molto giovani, che, dietro ricompense in denaro, si prestano ad azioni anche cruente". E a riprova di questa propensione alla violenza, nel territorio gelese, vengono segnalati gli elevati numeri di danneggiamenti e incendi, verosimilmente riconducibili ad intimidazioni, non solo finalizzate alla pratica delle estorsioni.
Sempre nell'area gelese un ruolo di rilievo lo ha la famiglia storica dei Rinzivillo, particolarmente attiva anche nello spazio di stupefacenti.
Nel semestre in esame sono stati, infatti, acclarati consolidati rapporti tra organizzazioni criminali situate in Germania e questa famiglia nissena. La Dia ricorda come un soggetto posto ai vertici del sodalizio dei Rinzivillo abbia “... provveduto a riprendere i contatti con...un gruppo di persone di origine siciliana stabilmente insediato in Germania, in particolare nelle città di Colonia e Karlsruhe, con ciò palesando una evidente propensione alla internazionalizzazione delle attività criminali del sodalizio, sempre finalizzate...a reinvestire capitali occulti appunto in Germania, ma anche negli Stati Uniti d’America ed eventualmente pure in Africa, nel Congo”.

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Sodalizio Enna-Catania
Per quanto riguarda la provincia di Enna la Dia sottolinea come questa sia una delle "realtà socio-economiche più depresse dell’Isola, nella quale gli interessi della criminalità organizzata si concentrano soprattutto sulle possibilità che offre il settore agropastorale".
In questa zona, come dimostrato da recenti operazioni vi sono una serie di "rapporti tra sodalizi ennesi e catanesi che hanno influenzato le dinamiche criminali in provincia di Enna. Cosa nostra ennese si conferma strutturata nelle articolazioni delle famiglie di Enna, Barrafranca, Pietraperzia, Villarosa e Calascibetta... A queste famiglie sono collegati sodalizi nei territori di Piazza Armerina, Aidone, Valguarnera, Agira, Leonforte, Centuripe, Regalbuto, Troina e Catenanuova. Le consorterie che operano in questa cittadina, in virtù della prossimità alla provincia di Catania, si pongono come 'gruppo di contatto' tra le realtà criminali delle due province. Da alcuni anni, infatti, nel territorio di Catenanuova, ove risultavano attivi soggetti legati alla famiglia di Enna, è stato accertato il tentativo delle consorterie catanesi riconducibili al clan Cappello e alla famiglia Santapaola di estendere l’egemonia criminale".

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Siracusa e Ragusa terre di influenze
Nel territorio siracusano si conferma la generale tendenza, tipica della Sicilia centro- orientale, alla coesistenza di operatività di diverse organizzazioni mafiose. Nell’area si registra l’attivismo sia dei Bottaro-Attanasio, sia dei Santa Panagia. "I primi si rapportano stabilmente al clan etneo dei Cappello - spiegano gli analisti - mentre i secondi rappresentano un’articolazione della compagine dei Nardo-Aparo-Trigila, a sua volta vicina a Cosa nostra catanese, in particolare alla famiglia dei Santapaola. La zona nord, in particolare i comuni di Lentini, Carlentini, Francofonte ed Augusta, vede la presenza della famiglia Nardo, il cui boss è attualmente detenuto e che è stata raggiunta, nel semestre in esame, da un sequestro di beni a carico di un affiliato. La zona sud, riferita agli abitati di Noto, Avola, Pachino, Rosolino ed altri, è da tempo sotto il controllo dei Trigila, il cui attuale reggente è stato colpito da un’indagine che ne ha rivelato la forte caratura criminale 'che gli permetteva di atteggiarsi ad assoluto boss del territorio, quantomeno con riferimento alla città di Noto'". "La zona pedemontana della provincia, ove ricadono i comuni di Floridia, Solarino e Sortino, - prosegue la Dia - risente invece dell’influenza criminale degli Aparo. dia 7 siracusaNel territorio di Cassibile, frazione posta a sud della città di Siracusa, opera il sodalizio dei Linguanti, articolazione dei Trigila, mentre il territorio del comune di Pachino (SR) vede l’egemonia del clan Giuliano, del quale sono stati accertati, anche in seguito ad un’indagine eseguita nel luglio 2018, radicati legami con i Cappello di Catania".
Anche per la provincia di Siracusa si conferma "il forte interesse della criminalità organizzata per il traffico di stupefacenti e per le attività estorsive".
Anche in provincia di Ragusa, Cosa nostra appare fortemente influenzata dalle famiglie catanesi che in questo territorio hanno esteso il loro potere anche sostenendo sodalizi locali (quali quello dei Piscopo) o affiliando gruppi originari del luogo (come i Mormina di Scicli, propaggine della famiglia Mazzei di Catania).
Nel territorio, le famiglie di Cosa nostra devono convivere con organizzazioni malavitose riconducibili alla stidda gelese e particolarmente radicate nei territori di Vittoria, Comiso, Acate e Scicli, dove hanno instaurato una solida egemonia apparentemente senza entrare in conflitto con le compagini mafiose.
In questa zona, oltre al traffico di droga e delle estorsioni gli analisti evidenziano come le organizzazioni criminali siano in grado di intromettersi nei meccanismi di gestione degli Enti locali favorite "dalla presenza di una 'zona grigia' all’interno degli uffici pubblici locali".
(19 gennaio 2020)

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