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dia sicilia 2018Messina Denaro soggetto di "caratura" ma "impegnato nella latitanza"
di Aaron Pettinari
Con la morte del "Capo dei capi", Salvatore Riina, in Sicilia è sempre più alto il rischio di un ritorno ad "atti di forza". E' questo l'allarme che la Dia scrive nero su bianco nel rapporto semestrale pubblicato questa mattina. Dopo anni di "dominio" dei cosiddetti corleonesi, il deciso dello storico capomafia ha di fatto aperto ad una nuova corsa al vertice perché, a differenza di altre organizzazioni criminali, Cosa nostra "non può rinunciare a dotarsi di un nuovo capo". Dunque si è di fronte ad una "fase di riorganizzazione degli equilibri interni alla criminalità organizzata siciliana, nell’ambito della quale si registrano una latente conflittualità e tentativi di alleanze tra le consorterie". "La scomparsa di Salvatore Riina - aggiungono - costituisce, in tale contesto, un elemento da tenere in debita considerazione, perché foriero di sviluppi ancora non ben delineabili”.

La successione di “Totò ‘u curtu”
Per la Dia la gara alla successione presenta diversi "aspetti problematici" ed è "a rischio di forti tensioni che potrebbero sfociare in atti di forza, con pericolose ripercussioni nell'immediato". Secondo gli investigatori appare improbabile che il testimone di Riina sia passato nelle mani del superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1992 e già condannato per le stragi del 1993. Quest'ultimo "pure essendo egli l’esponente di maggior caratura tra quelli non detenuti, ed in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso, a livello provinciale”, non troverebbe il giusto appeal in quanto “i boss dei sodalizi mafiosi palermitani, storicamente ai vertici dell’intera organizzazione, non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia (anche se in passato si è visto come gli stessi boss di Palermo, nel tentativo di riorganizzare la Commissione chiedevano comunque un parere al capopagina trapanese, ndr)". Inoltre, negli ultimi anni Messina Denaro “si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza e, semmai, gli interessi relativi al proprio mandamento ed alla correlata provincia”.
E poi Messina Denaro "negli ultimi anni, si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti Cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza. E lo stesso Riina, intercettato in carcere, si era lamentato di tale comportamento".
Altro tema, non di poco conto, è la presenza di un "generale senso d'insofferenza verso la leadership corleonese, ormai provata e decimata, la cui maggioranza è costituita da boss, anziani, detenuti con pene definitive all’ergastolo e ristretti in regime detentivo speciale. L’autorità di tale vertice potrebbe adesso essere messa in discussione e manifestarsi in modo più palese, evidenziando tutte le difficoltà dell’organizzazione e generando attriti, anche di forte entità".
Se da una parte c'è chi vorrebbe "superare la governance corleonese", dall'altra c'è chi "potrebbe candidarsi a raccogliere l’eredità l’ala di più stretta osservanza corleonese imponendo, per cooptazione, nuovi punti di riferimento". "In tale contesto - sottolinea ancora la Dia - non mancherebbero, dentro e fuori dal carcere, soggetti, anche in rapporti di parentela con Riina, già accreditati di un certo seguito, i quali potrebbero aggregare nuove forze e propendere per la vecchia linea di intransigenza, sfociando in eventuali atti dimostrativi".
Altro aspetto non escluso è la possibile scalata di "giovani capi emergenti ed in via di affermazione che profittino della situazione e cerchino spazi per imporsi, entrando in conflitto con anziani uomini d’onore. D’altro canto, è anche possibile che questi ultimi, in alcuni casi tornati in libertà dopo lunghe detenzioni, cerchino di assumere una posizione di leadership formale e definitiva". Ed è per questo che tra nuove leve, vecchi boss scarcerati e equilibri da riorganizzare gli analisti guardano alla situazione attuale con una certa preoccupazione. E già lo scorso anno a Palermo si sono verificati primi episodio come l'eliminazione, alla vigilia delle commemorazioni di Capaci, del boss di Porta Nuova Dainotti.

Il ritorno degli "scappati"
Ma la nuova Cosa nostra, secondo quanto scritto nella relazione della Dia, deve misurarsi anche con "i discendenti dei cosiddetti 'scappati', i perdenti sopravvissuti alla 'guerra di mafia' vinta dai corleonesi. Essi, per avere salva la vita, furono costretti a trovare rifugio all’estero, in particolar modo in Nordamerica, dove potevano contare su storici legami, rafforzati dal narcotraffico internazionale di eroina, all’epoca gestito da cosa nostra. Ora molti di loro, da qualche tempo tornati a Palermo, potrebbero pensare di consumare le proprie vendette contro i corleonesi, riappropriandosi di quel potere mafioso che hanno a lungo gestito e che gli è stato sottratto con una modalità (al tempo “innovativa”) di uso indiscriminato ed inusuale della violenza".

Cosa nostra resta una struttura di tipo collegiale
Nonostante le continue evoluzioni resta comunque evidente che Cosa nostra "tenderà ad una gestione operativa di tipo collegiale, in linea di continuità con la strategia perseguita negli ultimi anni. A tale scopo, potrebbe continuare ad avvalersi di un organismo provvisorio, costituito dai capi dei mandamenti palermitani più forti e rappresentativi, con funzioni di consultazione e raccordo strategico, in grado di esprimere – anche con riflessi sulle consorterie mafiose delle altre province siciliane – in via d’urgenza ed immediata, una linea-guida per finalizzare utilità economiche nell’interesse comune dell’organizzazione, della quale preservare comunque la struttura unitaria e verticistica”. In prospettiva però "è veritiero attendersi la creazione di un nuovo vertice. Le famiglie avvertono, infatti, la mancanza di una vera e propria struttura di raccordo sovra-familiare, nonché il bisogno di ricostituire gli organigrammi e la rete di potere che un tempo le caratterizzava. La capacità di imporre il rispetto di regole condivise è l’elemento su cui si decide la futura sopravvivenza a lungo termine dell’organizzazione”.

Asse Trapani Palermo
La Dia rileva come le varie frange provinciali di Cosa nostra “ma soprattutto quella trapanese, agiscono in sostanziale sinergia con le famiglie palermitane, con una tale comunione di obiettivi da ricondurle quasi sotto un’unica realta’ criminale. Il latitante Matteo Messina Denaro continua ad essere il principale ricercato di cosa nostra e ultimo boss dei ‘corleonesi’ da catturare”.
La provincia di Trapani è storicamente caratterizzata da una forte pervasività, nel tessuto economico e sociale, delle consorterie mafiose.
Evidenziando le continue operazioni e gli ingenti sequestri di beni ai familiari, a diversi prestanome o comunque a soggetti in accertati rapporti con la sua famiglia di sangue o di appartenenza mafiosa, la Dia mette in evidenze come ciò "fornisce un’indicazione del potere di penetrazione economica e della capacità affaristica di cui negli anni è stato capace. Un potere che, sebbene rispecchi un trend affaristico in decremento, ha potuto contare sulla collaborazione di una pluralità di soggetti, anche insospettabili".

Fermento Agrigento
Nel panorama criminale della provincia, caratterizzato dalla presenza di diverse organizzazioni di matrice mafiosa, Cosa nostra continua a rivestire un ruolo di supremazia, evidenziando un’organizzazione strutturata, verticistica ed ancorata alle tradizionali regole mafiose, nonché un diretto e stretto collegamento con le famiglie palermitane, trapanesi e nissene. In particolare dalle indagini emerge come ad Arigento la mafia stia vivendo una fase di riassetto degli equilibri interni. "Tale riassetto - scrive la Dia - è attribuibile in primo luogo alle numerose operazioni, nonché ai decessi ed alle scarcerazioni di uomini d'onore che, tornati in libertà, hanno interesse a riprendere le loro posizioni di potere". Per quanto riguarda la Stidda, invece questa ha un ruolo marginale rispetto Cosa nostra ma conserva comunque posizioni di rilievo nel contesto agrigentino. Anche in questo caso vengono messe in evidenza le infiltazioni nel tessuto socio economico, così come nel trapanese, in settori come quello delle energie alternative. E "non è insolito l'inquirnamento, per così dire, 'a monte' del processo imprenditoriale. Si registrano infatti casi di imprenditori "compiacenti" che mettono a disposizione dell'organizzazione criminale le proprie imprese al fine di turbare gare d'appalto o anche parteciparvi per conto di Cosa nostra.

Catania, le infiltrazioni e il "terzo livello"
Per quanto concerne l'area catanese, la relazione della Dia sull'ultimo semestre del 2017 evidenzia come vi sia una forte capacità di infiltrazione nel tessuto economico e il suo peso specifico anche nella sfera sociale di un territorio, anche grazie alla collusione di figure istituzionali e funzionari.
La Dia parla espressamene di una “mafia di recente impostazione che tende ad evitare il ricorso a minacce o intimidazioni privilegiando invece la ricetta di patti basati sulla reciproca convenienza. Le risultanze delle attività investigative concluse nel semestre confermano, infatti, come l’inserimento delle consorterie nel tessuto socio-economico del territorio e delle Amministrazione pubbliche, venga perpetrato anche grazie alla compiacenza di pubblici funzionari, spesso attraverso disinvolte procedure di affidamento di servizi”.
“La ricerca - scrivono ancora gli analisti - si estende in tutte le direzioni: dal mondo dei funzionari pubblici e dei rappresentanti delle Amministrazioni, a quelle degli imprenditori e dei professionisti. La rete di collaborazioni offerta da un così variegato ventaglio di personalità rappresenta quell’area grigia, quella sorta di terzo livello indispensabile per la realizzazione di affari più articolati e finanziariamente sofisticati”. Secondo gli investigatori “accanto a questa nuova mafia, cosiddetta imprenditoriale continua ad esistere quella tradizionalmente dedita a forme pressanti e violente di controllo del territorio. L’estorsione rimante una delle attività illecite delle consorterie mafiose. E non di rado, l’estorsione risulta precedere attività usuraie, subdolamente finalizzate all’acquisizione di imprese ed esercizi commerciali”. Ugualmente anche il narcotraffico diventa importante e risulta essere “tra le principali voci attive del bilancio mafioso”. Nella terra in cui operano clan pericolosi come i Santapaola-Ercolano e Mazzei e La Rocca (prettamente a Caltagirone), ma anche i Cappello-Bonaccorsi e i Laudani, la strategia attuata è quella “dell’inabissamento” ma non ci si deve comunque adagiare tenendo conto dell'imponente capacità di fuoco che hanno le famiglie mafiose catanesi, come dimostrano i numerosi sequestri di armi e arsenali da parte degli investigatori.
Tra i legami importanti, evidenziati, vi è poi il sodalizio, nel nome del traffico di stupefacenti, tra Cosa nostra e la 'Ndrangheta.

Visione su Roma
Se ieri l'operazione dei carabinieri contro i Casamonica ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata di Roma a dare ancora valore all'operato degli investigatori vi è proprio l'analisi della Dia che traccia un'immagine di una Capitale come crocevia di affari delle varie organizzazioni ma anche con la presenza di vere e proprie strutture simili alle mafie siciliane, campane e calabresi. Secondo il documento, infatti, in alcune aree della Capitale ci sono formazioni criminali che, "basate su stretti vincoli di parentela, evidenziano sempre di più modus operandi assimilabili alla fattispecie prevista dall'art. 416 bis (l'associazione mafiosa, ndr)".
La relazione evidenzia come sia particolarmente complessa la realtà criminale nella capitale, dove "qualificate proiezioni delle organizzazioni di tipo mafioso italiane (siciliane, calabresi e campane in primis), sono riuscite agevolmente ad adattarsi alle caratteristiche socio-economiche del territorio". Queste formazioni "sanno perfettamente intersecare i propri interessi non solo con i sodalizi di matrice straniera ma, anche, con le formazioni delinquenziali autoctone che, pur diverse tra loro, hanno adottato il modello organizzativo ed operativo di tipo mafioso, per acquisire sempre più spazi nell'ambiente territoriale di riferimento".
E non mancano i riferimenti all'aggressione di Roberto Spada nei confronti del giornalista Emilio Piervincenzi che tentava di intervistarlo. L'esponente del clan poi è stato arrestato e condannato. Sempre in riferimento alla capitale, la relazione "segnala l'operatività del clan Casamonica, aggregato criminale 'storico', che poggia il suo potere su una solida base familiare. Tra le attività tipiche del sodalizio, le condotte usurarie ed estorsive, i reati contro la persona, i traffici di droga ed il reimpiego di capitali illeciti".

Le mafie straniere
Nella relazione non manca anche il riferimento alle organizzazioni criminali straniere, negli affari sempre più concentrate "nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, che con tutta la sua scia di reati 'satellite', per le proporzioni raggiunte, e grazie ad uno scacchiere geo-politico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali, che troppe volte si coniuga tragicamente con la morte in mare di migranti, anche di tenera età". Sono coinvolti, per la Dia, "maghrebini, soprattutto libici e marocchini, nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane".

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