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di Marta Capaccioni
Mafia di Foggia allarmante: c’è una “terra di mezzo dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi, fino a confondersi

Si sta consolidando un’area grigia, punto d’incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della pubblica amministrazione. Una ‘terra di mezzo’ dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi, fino a confondersi”. Ecco come viene descritta la mafia foggiana dalla Direzione Investigativa Antimafia (Dia) nella relazione semestrale di gennaio-giugno 2019. La criminalità di questa provincia è la più preoccupante dell’intera Regione. Infatti, come riporta la Dia, sta tendendo al “superamento di quelle forme di instabilità e conflittualità tipiche della camorra campana, cui è legata per ragioni di criminogenesi, per protendere verso nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in un’ottica espansionistica, la ‘Ndrangheta”. La condizione sociale ed economica vissuta dai cittadini è di vero e proprio “assoggettamento”. Quest’ultimo, quando “non direttamente connesso agli atti intimidatori perpetrati dalle cosche, è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella”. Il clima che si respira è anche il frutto della “massiccia presenza di armi ed esplosivi” che favorisce “un contesto ambientale omertoso e violento”, tanto che il pm della DDA, Giuseppe Gatti, ha chiarito come “la mafia fagiana ha portato a sistema l’estorsione per educare la collettività ad accettare la propria presenza”. Una situazione critica, comprovata anche dai dieci attentati compiuti dall’inizio dell’anno nel Foggiano e dai molteplici danni all’attività di commercianti e imprenditori con estorsioni, rapine e furti di autovetture. Questi episodi hanno indotto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a comunicare l’invio “di un contingente straordinario di forze di polizia”. E inoltre, a partire dal 15 febbraio, sarà attiva nella Provincia una sezione operativa della Dia.

“Zona grigia”: infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche
La Dia riporta che le organizzazioni mafiose pugliesi sono molto inclini a “perseguire i consistenti interessi economici legati alla gestione della cosa pubblica”. Questo trova conferma nelle investigazioni svoltesi nel corso del periodo in esame, che rivelano l’esistenza di un’area grigia, ossia di “relazioni più o meno dirette tra esponenti della criminalità, imprenditori e amministratori locali o dipendenti di enti pubblici, finalizzate a favorire gli interessi delle cosche nell’aggiudicazione di appalti e commesse pubbliche o semplicemente nella gestione di esercizi commerciali spesso utilizzati quali strumenti per il riciclaggio”. In effetti “il livello di infiltrazione della criminalità nella Pubblica Amministrazione è alto e l’analisi delle dinamiche evolutive dei fenomeni criminali sembrerebbe confermare che nella Regione si sta assistendo ad una ‘crescita criminale’ ed al consolidamento di un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e rappresentanti infedeli della pubblica amministrazione”. I settori che sono soggetti a maggiore rischio di inquinamento e di infiltrazione concernono “la gestione del ciclo dei rifiuti, gli affidamenti di servizi pubblici, l’edilizia residenziale pubblica, gli appalti per la costruzione e manutenzione degli impianti sportivi” e altri ancora. Questa situazione, sicuramente pericolosa, ha condotto già a 4 provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali nel 2019. A questi nel corso dell’anno se ne sono aggiunti anche altri.

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La dinamicità dei clan pugliesi: alleanze con altre organizzazioni
Sistemi criminali dotati di estrema dinamicità”, afferma la Dia. “Nella Regione - continua - si configurano scenari in cui, a forme più strutturate di alleanze e confederazioni criminali, finalizzate soprattutto ad una gestione sinergica degli affari illeciti più remunerativi e con rilevanza anche extraregionale (traffici di stupefacenti ed armi, riciclaggio), si contrappongono storici antagonismi e repentine fratture”.
In effetti il territorio pugliese, caratterizzato sulla base delle zone di influenza dalla presenza della mafia foggiana, della criminalità barese e dalla sacra corona unita, è un territorio in fermento. La stabilizzazione degli assetti criminali, finalizzata a conquistare posizioni di supremazia nei rapporti tra consorterie o nell’ambito di comparente, “ha comportato, riporta la Dia nel periodo in esame, specie nel foggiano o nella contigua provincia di Barletta-Andria-Trani, un numero considerevole di fatti di sangue che in molti casi hanno colpito direttamente capi clan ed esponenti delle cosche. In generale - afferma la Dia - gli ambienti malavitosi della Regione, mafiosi e di delinquenza comune, continuano a manifestare accese forme di aggressività e violenza, nelle menzionate faide interne per ristabilire gli equilibri di forza, nella commissione di reati predatori con un disinvolto ricorso ad armi, anche da guerra, ed esplosivi, e infine nei confronti di appartenenti alle Forze di polizia o di funzionari pubblici”. In questo contesto infatti, va collocato l’omicidio del Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro, avvenuto il 13 aprile 2019 a Cagnano Varano (FG).

Il narcotraffico rimane l’attività più redditizia
Le attività criminali delle consorterie pugliesi si sviluppano su diversi fronti”, scrive la Dia. Prima di tutto il traffico di stupefacenti che, grazie alla posizione geografica favorevole data dall’affaccio delle coste sull’Adriatico, rappresenta un’importante fetta di mercato per la criminalità. Quest’ultima utilizza il narcotraffico come attività illecita maggiormente remunerativa e spesso questo mercato è il frutto di una collaborazione con altre organizzazioni. Così dimostra l’Operazione “Ossessione”, conclusa dalla Guardia di finanza il 28 gennaio 2019: si è fatto luce su “una rotta del narcotraffico gestita dalla ‘Ndrangheta attraverso il territorio iberico, disarticolando una organizzazione criminale, costituita da alcuni esponenti di spicco del clan Mancuso di Limbadi (VV) ed operante all’estero, che avrebbe importato direttamente dai luoghi di produzione e commercializzato sulle varie piazze di spaccio ingenti quantitativi di cocaina e hashish”, utilizzando come mediatori dei foggiani.

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Traffico di armi, immigrazione clandestina, riciclaggio e altro ancora
Per quanto riguarda le altre attività mafiose e l’interazione con la criminalità estera, nel traffico di armi, le organizzazioni criminali albanesi sicuramente rappresentano “uno dei principali canali di approvvigionamento per i clan pugliesi”. In effetti l’estrema disponibilità di armi al di là dell’Adriatico favorisce l’importazione clandestina verso l’Italia, con “sbarchi nei principali porti della Regione”. La posizione geografica della zona, facilita anche lo sviluppo di un altro fenomeno, quello “dell’immigrazione clandestina, generalmente finalizzato allo sfruttamento della prostituzione o del lavoro nero, cui si connette il fenomeno del “caporalato”. Gli analisti affermano che esiste “un ulteriore ambito in cui le cosche pugliesi continuano a dimostrare elevate competenze tecniche e capacità di interazione con le mafie tradizionali”: il settore del riciclaggio nel gioco d’azzardo e nelle scommesse on-line.

Accordi con le altre mafie
Come dimostrato da varie inchieste, l’attività di raccolta illecita delle puntate su giochi e scommesse, posta in essere sul territorio italiano attraverso società ubicate all’estero, è il risultato di una cooperazione tra tre consorterie criminali: la criminalità organizzata barese, la ‘Ndrangheta e la mafia siciliana. Questa collaborazione “ha consentito una capillare infiltrazione dell’intero settore della raccolta del gioco, assicurando di fatto una posizione di predominio alle famiglie mafiose rispetto agli operatori del circuito legale e contribuendo in maniera determinante a rendere difficoltosa l’attività di controllo da parte degli organi istituzionali preposti, favorendo così il reimpiego di capitali illeciti”. Come nella precedente relazione, la Dia individua “in questo lucroso affare una figura di rilievo nel cassiere del clan Capriati, esponente della famiglia Martiradonna e ideatore di questa multinazionale delle scommesse”.

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