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ombre neredi AMDuemila
L'ultimo capitolo di "Ombre nere" il libro di Lo Bianco e Rizza

In "Ombre nere - Il delitto Mattarella tra mafia, neofascisti e P2" (Rizzoli, 18 euro) i giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza spiegano come il filo nero dello stragismo italiano che arriva al delitto Mattarella parta dalle radici della Repubblica, dalla strage di Portella della Ginestra e dal ruolo del bandito Giuliano emerso dalle carte raccolte negli archivi americani e inglesi dal ricercatore friulano Mario J. Cereghino, autore, insieme allo storico Giuseppe Casarrubea, di numerosi studi, l’ultimo dei quali, ancora inedito, è raccontato nel capitolo finale del libro. Capitolo che riportiamo di seguito.

"I materiali analizzati da Casarrubea e da me negli ultimi vent’anni" rileva Cereghino "provano al di là di ogni ragionevole dubbio che lo squadrone della morte di Salvatore Giuliano nasce e si sviluppa sotto l’ala dell’intelligence nazifascista e dei corpi militari speciali di Salò, per poi confluire nel dopoguerra nelle organizzazioni terroristiche della galassia eversiva neofascista guidata occultamente dai servizi segreti alleati". La riconversione delle bande nere in chiave atlantica si compie a partire dall’estate del 1946. Nell’ottobre di quell’anno un documento top secret del Foreign Office britannico segnala: "Corre voce che a Roma sia attivo un centro neofascista al quale, secondo alcuni rapporti, aderiscono degli ufficiali americani.
Tra i nomi menzionati vi è quello del capitano Corso, dell’intelligence statunitense nella Capitale. Numerosi ufficiali americani di origine italiana (tra costoro, il capitano Corso sopra menzionato) sono attivamente legati a questo gruppo". Philip James Corso (che dirige l’ufficio romano del Counter Intelligence Corps, il Cic, il controspionaggio militare alleato) è il braccio destro di James Angleton, il capo del controspionaggio americano in Italia tra il 1944 e il 1947, prima nei ranghi dell’Oss e poi in quelli dello Strategic Services Unit (Ssu). Nel 1948 approderà alla Cia, a Washington, dove assurgerà a fama mondiale come il Cold Warriorper eccellenza durante la Guerra fredda contro l’Unione Sovietica e i suoi satelliti, fino agli anni Settanta: "All’indomani della disfatta nazifascista, a Milano, nel maggio del 1945" scrive Cereghino "è Angleton in persona a prendere in consegna Junio Valerio Borghese e a portarlo sano e salvo a Roma, poche ore prima che la brigata partigiana “Giacomo Matteottilo arrestasse nell’appartamento in cui si nascondeva". E nell’estate del 1945 è sempre Angleton a muoversi "ad alti livelli perché a una trentina di ex militi della Decima Mas detenuti nell’isola di Sant’Andrea, a Venezia, fosse concessa “l’immunità garantita” per i crimini commessi ai danni della popolazione civile e delle formazioni partigiane nei venti mesi di Salò". Ai suoi superiori, non a caso, l’ufficiale americano riferisce che Borghese e i suoi uomini erano elementi "di grande interesse per le nostre attività di lungo periodo".
Sono informazioni cruciali che emergono sostanzialmente anche dal quotidiano del Pci, "l’Unità". In sei articoli pubblicati dal febbraio del 1947 alla fine di aprile, il giornalista napoletano Riccardo Longone, infiltrato nei mesi precedenti negli ambienti neofascisti, racconta la marcia di avvicinamento al golpe bianco, "ossia un’azione militare a vasto raggio" scrive Cereghino "in grado di mettere fuori legge comunisti e socialisti e arrestarne i principali leader in tutto il territorio nazionale, lasciando formalmente intatte le istituzioni repubblicane nell’ambito di una “democrazia autoritaria”". Nel corso di una riunione clandestina avvenuta a Milano nelle settimane precedenti, i leader dei principali gruppi neofascisti hanno deciso di allestire delle "bande armate" per l’attuazione di un "colpo di Stato" in primavera.
Sono squadroni della morte composti da uomini delle Sam (le Squadre d’azione mussoliniana), delle Brigate nere e della Decima Mas, e mirano espressamente a "liberare l’Italia dal bolscevismo". Al loro interno sono già attive le "cellule" dei Vendicatori, dei Furiosi, dei Partigiani neri e di decine di altre sigle terroristiche. Alle spalle degli eversori si intravedono le sagome dei burattinai: "Ormai è tutto pronto" scrive Longone, perché dietro le quinte si stanno già muovendo le "organizzazioni spionistiche alleate" che operano a contatto "strettissimo" con i "gruppi neofascisti".
"L’eversione nera, in sostanza" afferma il reporter a chiare lettere "conta a pieno titolo sull’“intervento Alleato”" nel momento in cui scatterà il golpe "contro l’ordine democratico".
"Per arrivare al golpe tuttavia" conclude Cereghino "occorre allestire un “incidente” di tale gravità da costringere i due partiti della sinistra a reagire sull’onda dell’emozione e a scendere in piazza con armi e bastoni. Solo a quel punto i moti popolari della “canea rossa” potranno giustificare la “legittima” repressione per mano dei corpi dello Stato, con il sostegno occulto e violento delle “squadre d’azione” neofasciste. Una provocazione in grande stile, insomma, da elaborare sotto l’accorta regìa di Angleton e Corso. Manca solo l’accensione della “favilla” di cui scrive il giornalista Longone nei suoi articoli su “l’Unità”: la miccia che darà fuoco alle polveri per eliminare il “bolscevismo” in Italia".
L’ultimo "pezzo" di Longone esce in prima pagina il 30 aprile 1947, poche ore prima dell’eccidio di Portella della Ginestra. Il coraggioso giornalista scrive delle attività clandestine dell’Unione patriottica anticomunista (Upa) e dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far), definite senza mezzi termini "organizzazioni terroristiche", e dei loro collegamenti eversivi con Philip James Corso, "uno dei promotori" delle trame antidemocratiche in atto, nonché braccio destro di Angleton nella sede romana dei Sevizi alleati, a pochi passi da via Veneto. L’indomani è il 1° maggio, centinaia di contadini di tre paesi della provincia di Palermo con mogli, figli e muli, stringendo in pugno le bandiere rosse vanno a festeggiare sul pianoro di Portella della Ginestra, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Saranno undici i morti e decine i feriti, nella prima strage della Repubblica, fondata sul sangue dei servitori dello Stato e dei contadini.
Ecco perché tornare, oggi, a indagare su Mattarella significa rileggere la storia d’Italia: scavare nelpactum sceleristra Cosa nostra ed eversione nera, analizzare le saldature politico-criminali che da Portella in poi si nascondono dietro la costante tutta italiana della strategia della tensione, superare la lettura mafiocentrica delle stragi finora imperante nella Procura di Caltanissetta: il che - come disse Falcone nel 1988 all’Antimafia - potrebbe comportare "la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani", a meno che non si voglia tornare a "gestire burocraticamente questo processo".
Sarà in grado, la Procura di Palermo di affrontare un percorso che potrebbe portare gli inquirenti dentro il ventre molle di uno Stato deviato che ha immerso le mani nel sangue dei suoi servitori più fedeli?
Una cosa è certa: il fantasma del presidente della Regione siciliana, a quasi quarant’anni dal suo martirio, potrà riposare in pace solo quando la giustizia italiana riuscirà a consegnare ai suoi familiari e allo Stato - che per una curiosa combinazione oggi combaciano al vertice del Colle nell’autorevolezza della carica presidenziale - una risposta di verità. Perché oggi "la verità", come dice Giovanni Moro, il figlio dello statista ucciso dalle Br al quale Piersanti si ispirava, "è l’unica forma di giustizia possibile".

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