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Ormai la leggenda l’ha demolita Pif. Ma c’è stato un tempo in cui davvero si credeva che la mafia uccidesse solo d’estate. Diciamo da fine aprile a settembre, almeno per quanto riguardava i nemici nelle istituzioni. C’era un triste elenco di nomi e cognomi che si spalmava in quei mesi, e che includeva magistrati, ufficiali dei carabinieri, commissari di polizia, prefetti, politici E si erano cercate spiegazioni per quel fenomeno statisticamente così abbagliante. Forse l’opportunità di evitare il maltempo, che complica fughe e pedinamenti. O la possibilità di sfruttare, specie nei mesi più caldi, i vuoti di organico degli “sbirri” in ferie: meno sorveglianza, meno capacità di reagire tempestivamente. Oppure la possibilità di colpire e fuggire velocemente in strade libere dal traffico, e anche da troppi testimoni. Si era perfino pensato che si colpisse nei periodi di festa perché minore sarebbe stata la mobilitazione civile: scuole e università chiuse, le distrazioni della lunga estate siciliana. Ragione che fra l’altro consentiva anche di spiegare i pochi omicidi “natalizi”, tra cui spiccava quello di Piersanti Mattarella il giorno dell’Epifania del 1980.

Fatto sta che se vi fu un omicidio quasi perfetto sotto il profilo immortalato da Pif, fu quello del commissario Ninni Cassarà, capo della Mobile palermitana, uno dei migliori investigatori su cui potè contare allora lo Stato (quella parte di Stato) in lotta con la mafia. Avvenne il 5 agosto del 1985. Strade deserte, organici ridotti, lo choc per l’assassinio (il 28 luglio) del commissario Montana, l’uccisione accidentale ma oscura durante un interrogatorio in questura del presunto mafioso Salvatore Marino, che aveva disorientato e imbarazzato le istituzioni. La combinazione più indicata per colpire il simbolo della squadra Mobile, autentica e recente dannazione per mafiosi abituati a non essere ricercati. Cassarà fu tradito più volte. I mafiosi seppero che sarebbe tornato a casa non alla solita ora ma alle tre del pomeriggio. A quell’ora si fecero trovare con i kalashnikov a portata di mano sulle scale dell’edificio di fronte a casa sua (chissà come ci entrarono e rimasero appostati) e al suo rientro tempestarono di proiettili lui e i due agenti di scorta (Roberto Antiochia e Natale Mondo), più di duecento colpi, si disse. Fu massacrato davanti casa, in viale della Croce Rossa, sotto gli occhi della moglie che stava al balcone. Con lui Roberto Antiochia. Mentre con Natale Mondo Cosa Nostra avrebbe chiuso i conti tre anni dopo.

Non racconto questo senza motivo. Ma perché nei giorni scorsi la sorella del commissario, la signora Rosalba Cassarà, ha scritto sulla stampa palermitana una lettera aperta al capo della Polizia Vittorio Pisani per denunciare una circostanza che ignoravo e che mi ha molto colpito: ossia che un boss condannato all’ergastolo per quell’omicidio, di nome Giovanni Motisi, è a tutt’oggi latitante. La signora Rosalba chiede ovviamente le ragioni per cui il boss sia riuscito finora a sfuggire alla giustizia. Ricordo bene quel mese lontano. Era stato solennemente promesso che lo Stato avrebbe fatto l’impossibile per assicurare gli assassini alla giustizia. Domanda, quasi 40 anni dopo: davvero lo si è fatto? Ricordo Saveria Antiochia, la madre di Roberto, non darsi pace per il nido di vipere, così diceva, in cui era maturata quella strage. E’ morta senza sapere la “verità vera” che cercava. E certo sarebbe una beffa per la storia delle nostre istituzioni se proprio l’assassinio di Cassarà, l’uomo colpevole agli occhi di Cosa Nostra di fare cercare i latitanti con ogni mezzo, anche quando mancavano – chissà perché – le auto per sorvegliare le ville sulla costa, dovesse restare con un responsabile accertato e impunito.
Contro la mafia lo Stato ha ottenuto successi straordinari. Non può permettersi di lasciare latitante per decenni l’assassino di quel commissario coraggioso.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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