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di AMDuemila
Il fratello di Peppino intervenuto nella trasmissione di Rai Radio2, "I Lunatici"

"C'è un brutto clima che si è venuto a creare nei nostri confronti nell'ultimo mese. Vogliono screditare quarant'anni di lavoro e di impegno. Noi chiediamo soltanto di poter lavorare. Ho sette dipendenti, devo garantirli, aspettano di lavorare". A parlare è Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il giornalista ucciso della mafia il 9 maggio 1978, intervenuto questa mattina ai microfoni della trasmissione "I Lunatici", in onda su Rai Radio2.
Impastato, raccontando dell'incendio appiccato alla sua pizzeria di Cinisi, ha poi aggiunto: "Non è la prima volta che abbiamo a che fare con incendi dolosi. Siamo scomodi, la figura di Peppino è scomoda, il suo pensiero è scomodo. Viviamo un clima particolare, certe cose non succedono solo a Cinisi. C'è un clima di odio, violenza e paura che si sta instaurando nel nostro Paese. Noi non siamo eroi, siamo gente che lavora, si impegna, porta avanti un'attività anche culturale, antimafia, di studio e ricerca".
Nel corso della trasmissione, ovviamente, si è anche parlato della storia di Peppino.
"Era giovane, in lui c'è ancora la freschezza, l'attualità - ha ricordato Giovanni - Il suo pensiero è attualissimo. Le battaglie ecologiche, le lotte antimafia, il suo impegno culturale. Sembra tutto figlio dei giorni nostri. Il pensiero di Peppino è un pensiero innovatore". E ancora: "Un ricordo di noi due da piccoli? Quando giocavano nella tenuta dello zio Cesare Mansella e salivamo sulle gambe di uno dei più grandi criminali mafiosi del secolo precedente. Salivamo sulle gambe di Luciano Liggio, che era latitante nella tenuta dello zio Cesare. Noi non sapevamo che fosse un mafioso, eravamo bambini".
Giovanni ha anche raccontato l'episodio che portò poi alla morte del padre: "Nostro padre è stato ucciso e la conferma l'abbiamo avuta durante il processo contro gli assassini di Peppino. Alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato cose che ce lo hanno fatto capire. Prima di uccidere Peppino dovevano uccidere mio padre. Lo hanno ammazzato sotto forma di incidente stradale perché non si poteva permettere di salvare il figlio. Mio padre cercava protezione per Peppino, non a caso andò a parlare con parenti e amici americani. Lui tornò davvero con una cravatta per Badalamenti: era un messaggio simbolico che gli americani mandavano a Tano. Il messaggio era che Badalamenti se non avesse obbedito agli ordini di salvare Peppino sarebbe morto strozzato dal nodo di quella cravatta. Lui rifiutando la cravatta fa capire che non avrebbe obbedito".

 

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