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narcos cariocaTraffico di droga, corruzione e riciclaggio: il libro-inchiesta che svela i misteri della prima mafia brasiliana

Si parla molto dei narcos. Spesso con riferimento alla Colombia o al Messico. Molto meno si parla del Brasile, un Paese conosciuto solo per le favelas e i meninos da rua. Ed è proprio il silenzio e il disinteresse delle autorità ad aver creato le condizioni per la nascita del Primeiro Comando da Capital (PCC), l’organizzazione criminale che oggi controlla la quasi totalità della droga che entra ed esce dal Paese verdeoro. Un impero del male costruito grazie ai rapporti organici con il cartello di Sinaloa del leggendario El Chapo, con i guerriglieri delle Farc e con i broker della ‘Ndrangheta.
Questa è l’inedita storia raccontata in ‘Narcos carioca’. Un’inchiesta ad ampio raggio nata da una semplice domanda: perché il Brasile è diventato uno dei principali esportatori mondiali di cocaina?

Per capirlo dobbiamo tornare indietro nel tempo. Nel 1992, le carceri di tutto il Brasile erano in subbuglio. Le televisioni trasmettevano senza sosta le immagini del penitenziario del Carandiru, dove i battaglioni della Policia Militar, nel tentativo di sedare una rivolta, avevano torturato e ucciso 111 detenuti. Un atto considerata la più grave violazione dei diritti umani mai avvenuta in Brasile dalla fine del regime militare. La violenza usata dalle forze dell’ordine compattò un gruppo di otto carcerati dell’ala Piranhão della prigione Taubaté di São Paulo, un reparto chiamato così perché solo dei piranhas potevano sopravvivere. Ed è così che venne fondato il Primeiro Comando da Capital (PCC). L’idea di base dei due leader del gruppo, Geleião e Cesinha, che avevano vissuto sulla propria pelle il massacro del Carandiru, era di creare una sorta di Sindacato del crimine in Brasile per proteggersi dai soprusi dei secondini. Proprio per questo, prima al Taubaté e poi a ruota in tante altre carceri dello Stato di São Paulo, partirono una serie di sanguinose rivolte per chiedere il rispetto dei diritti umani ed un miglioramento generale delle condizioni detentive.
Grazie ad un camorrista rinchiuso nella sua stessa cella, il braccio destro dei boss, Miza, creò persino lo Statuto del PCC. Una via di mezzo tra il libretto rosso di Mao e il piano di rinascita della P2, il cui slogan era: “Lotta per la pace, la giustizia e la libertà”.fossati mattiaPer tamponare le centinaia di rivolte, l’amministrazione carceraria trasferì i boss Geleião e Cesinha in decine di altre prigioni sparse in vari Stati del Brasile. Si credeva che in questo modo si sarebbe sfaldata la Cupola di comando dell’organizzazione. Il risultato però fu l’opposto: il virus del PCC si espanse contribuendo alla nascita di piccole cellule del gruppo in ogni carcere del Paese.
Il 2003 è l’anno della svolta. Marcola, uno degli uomini più influenti del PCC, aiutò il Deic (reparto speciale della Policia Civil) di São Paulo ad incastrare Geleião e Cesinha, i quali vennero così sottoposti al RDD (il regime detentivo più afflittivo in Brasile). Da quella data il Primeiro Comando da Capital cambia la propria ragione sociale e si trasforma in una vera e propria mafia. Come Cosa Nostra, Camorra o l’Ndrangheta. Marcola capisce che solo con il narcotraffico l’organizzazione può avere abbastanza denaro per finanziare la propria crociata contro lo Stato di São Paulo. In questo modo partirono i primi contatti con Fernandinho Beira - Mar, boss del Comando Vermelho e considerato dalle autorità ‘il Pablo Escobar brasiliano’. Così la droga delle favelas di Rio de Janeiro iniziò ad arrivare anche a São Paulo. Rifornirsi da un grande broker però non è mai conveniente quanto acquistare la cocaina direttamente dai produttori. Seguendo l’esempio del boss dell’eroina Frank Lucas, i piranhas del PCC si inoltrarono nella giungla colombiana per trattare con i guerriglieri delle Farc e con i mercenari del clan del Golfo la fornitura settimanale di polvere bianca. Uguale fecero in Perù, spingendosi a fare affari persino nell’altopiano del Vraem, il tempio delle piantagioni dei narcos. Il principale punto di entrata della cocaina in Brasile divenne così il Paraguay, una terra di nessuna a metà strada tra i produttori e i consumatori.
La droga targata PCC non era diretta solo al mercato interno ma, grazie ai broker della ‘Ndrangheta, si internazionalizzò. Il porto di Santos (sul litorale di São Paulo) si è così trasformato nel punto nevralgico dei traffici di coca, basti pensare che parte di quello stupefacente arriva sia nelle favelas di Lagos in Nigeria che nelle case popolari di Platì e Africo.
Se la droga è il grande business in uscita dal Brasile, quello delle armi è di sicuro il maggiore in entrata. Granate, pistole e fucili d’assalto che vengono acquistati in Venezuela o negli Stati Uniti e grazie ai broker del PCC arrivano nelle favelas delle principali città verdeoro, pronte per essere brandite da giovani tagliagole al soldo dei narcos. Alcune delle quali sono passate addirittura nelle mani dei presunti killer di Marielle Franco, l’attivista per i diritti civili crivellata a colpi di mitra il 14 marzo 2018 a Rio de Janeiro.
Narcotraffico, contrabbando di armi, rapporti con la politica e riciclaggio. Il PCC ha ormai occupato tutti i settori criminali in Brasile, diventando il più grande cartello dell’America Latina.
Un’organizzazione che, grazie alla propria forza militare e ai soldi della cocaina, continua a tenere sotto scacco lo Stato di São Paulo e la vita dei suoi abitanti.

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