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Fuori dal copione della maggior parte dei media la tv olandese, slegata dall'indirizzo mondialista, portò le sue telecamere e puntò i suoi microfoni verso Plaza de Mayo, un triste giorno del 1978. Donne con i fazzoletti bianchi sulla testa, umili, insistenti e angosciate avevano qualcosa di molto importante da dire.  Il mondo, molto presto, avrebbe scoperto ciò che la ultima dittatura civico militare aveva fatto ai suoi compatrioti. Un giornalista, arrivato da noi per parlare della Coppa del Mondo, trovandosi tra queste donne insistenti, diede voce a questa richiesta scioccante: "Vogliamo sapere dove sono i nostri figli. Vivi o morti. Sono la nostra ultima speranza. Per favore. Aiutateci! Aiutateci, per favore!".
Nonostante l'intervista non è del primo giugno del ‘78, la data esatta della cerimonia inaugurale dei mondiali, segna comunque un punto fondamentale nel cammino della lotta per i diritti umani in Argentina.
Al tempo era già un anno che le Madri erano in strada a manifestare. Azucena Villaflor, alla guida del movimento fino al suo sequestro e successivo assassinio nel dicembre del 77, cercava di motivare le altre donne dopo aver girato incessantemente per gli uffici statali: "Così non otteniamo nulla. Ci mentono da tutte le parti, ci chiudono tutte le porte. Dobbiamo andare dritto a Plaza de Mayo e rimanere lì finché non ci danno una risposta. Dobbiamo riuscire ad essere cento, duecento, mille madri, in modo che ci vedano, affinché tutti si interessino e lo stesso Videla si senta obbligato a riceverci e darci una risposta".
Così decisero di incontrarsi ogni giovedì. Per gridare in faccia allo Stato, incuranti del coprifuoco della dittatura. Camminavano a due a due, sottobraccio, girando intorno alla statua del generale Belgrano.
In uno di questi giorni di resistenza, mentre uscivano dal Ministero degli Interni, alcune di loro avevano sentito due guardie dire: "Guarda, ci sono di nuovo quelle pazze". E quel soprannome è poi rimasto. In seguito il giornalista francese Jean-Pierre Bouquet lo rese popolare, tanto che Enriqueta Marconi disse: "E già: bisogna essere pazze per fare ciò che facciamo".
Nella giornata di inaugurazione dei mondiali la piazza era deserta. C'era solo un centinaio di donne con la speranza di trovare i loro figli ancora vivi. Ma la televisione olandese prese una decisione che avrebbe cambiato tutto. Poiché la cerimonia nello stadio di River Plate era alla stessa ora dell'appuntamento delle Madri del giovedì decise di trasmettere i due eventi simultaneamente. Lo schermo diviso in due mostrava da una parte il frastuono incosciente della partita di calcio e dall'altra  il dolore delle Madri.
L'effetto che ebbe questa trasmissione fu inaspettato. Una settimana dopo i principali mezzi di comunicazione di tutta Europa parlavano di ciò che stava succedendo in Plaza de Mayo. In altri servizi dello stesso mese si osservava come i passanti che attraversavano la piazza gridavano a quelle madri di tutto, ricordando che "stavano insudiciando il paese". "Che se ne vadano, che se ne vadano", si sentiva urlare da dietro le telecamere.
Jean-Pierre Bouquet ne parlò nell'edizione del quotidiano Le Monde del giorno dopo, il 9 di giugno del ‘78: "Molti passanti chiedevano loro 'Cosa fate qui?. Vi rendete conto dell'immagine che state dando del paese? Non vedete che ci sono giornalisti stranieri che approfittano di ciò per attaccarci? Voi non siete argentine?. Non erano né poliziotti né provocatori professionisti. Era semplicemente gente che passava di lì”.
Mosso dai commenti dei suoi colleghi Italo Cucci, direttore del Guerin Sportivo, la principale testata sportiva italiana, decise di andare in piazza un giovedì. La conversazione del giornalista con le Madri fu registrata ed alcune di quelle parole sono sconvolgenti: "Noi vogliamo sapere dove sono i nostri figli. Vivi o morti", esclamò una delle Madri davanti alle telecamere.
Il giornalista olandese che condusse la trasmissione rimase poi in Argentina anche dopo i mondiali. E accompagnò le Madri nel loro appello. Il suo lavoro ebbe un riscontro inaspettato. Alcune donne olandesi, appartenenti ad un'associazione che aveva lottato contro il nazismo (la SAAM), rimasero colpite dalla situazione e organizzarono una raccolta fondi. Di seguito si misero in contatto con le Madri e dissero loro che dovevano avere una loro sede. Il denaro arrivato dall'Olanda servì alle Madri per comprare la loro prima sede, e da lì la lotta si è rafforzata.
Il risultato ottenuto dalle Madri di Plaza de Mayo la sera dei Mondiali fu tristemente  mortificante  ma il movimento fece un salto di qualità nella diffusione della loro richiesta. Si era generato un paradosso perché si erano sentite niente e nessuno come mai, viste come semplici passanti. Di contro videro riproposta la loro richiesta di aiuto in moltissime televisioni del mondo.
Le loro richieste hanno trasceso le frontiere e sono arrivate agli organismi di difesa dei diritti umani e ai cittadini comuni, che ascoltavano la loro voce per la prima volta. Si andava oltre alla mera ingiustiza subita. Oggi quei piedi stanchi di tanto camminare tornano a marciare, questa volta con i bastoni o sulle sedie a rotelle, ma con una convinzione incrollabile.
Oggi non si tratta più solo dei loro figli. È il giorno nazionale della Memoria per la Verità e la Giustizia in Argentina, e si marcia per i figli dei nostri figli. Quest'anno è l'anno dei Mondiali ed i festeggiamenti non ci devono far dimenticare il perché, ancora oggi, le coraggiose dal fazzoletto bianco non smettono di manifestare per strada.

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