Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

di AMDuemila
L’intervista al Fatto del consigliere togato: tra reformatio in peius in Appello e condanne più alte per chi ostacola la giustizia 

“Negli Stati Uniti, di cui si racconta che avremmo copiato il processo, la prescrizione durante il processo non esiste: si ferma col rinvio a giudizio. E in Europa una prescrizione come la nostra c’è solo in Grecia: tutti barbari tranne noi e i greci? Fra l’altro è già così nel nostro processo civile, pure lunghissimo: appena uno ti fa causa, la prescrizione si blocca. E lì ci sono in ballo questioni ben più delicate di pene pecuniarie o detentive, perlopiù finte: come l’affidamento dei figli minori o cause di enorme valore economico. Se ti vendono la casa all’asta, sarà una conseguenza ben più grave di 500 euro di multa, o no? Il fatto poi che molti processi si prescrivano in mano al pm non dipende dalla sua fannulloneria: i magistrati italiani sono, per le statistiche europee, i più produttivi della Ue”. E’ così che si è espresso il consigliere togato del Csm, Piercamillo Davigo in un’intervista al quotidiano “Il Fatto Quotidiano” riguardo il tema della prescrizione, al centro del dibattito politico.
Il magistrato ha spiegato che “molti fascicoli arrivano al pm quando manca poco alla prescrizione, perché il reato s’è scoperto anni dopo - ha detto - La legge fissa criteri di priorità e impone alle Procure di dare la precedenza a certi tipi di reati, così si lasciano in fondo i fascicoli che stanno per prescriversi. Ma, se qualcuno vuol fare la gara tra pm e giudice, al pm non costa nulla vincerla, trasmettendo al tribunale i fascicoli su fatti più remoti per farli prescrivere in mano altrui”.
Sempre riguardo alla legge blocca-prescrizione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il togato ha sottolineato che “è giusto dire che bloccare la prescrizione non basta. Ma allora bisogna mantenere la riforma Bonafede e usare gli anni che mancano alle prime sentenze con le nuove regole per fare il resto. Cioè per accorciare i tempi dei processi. Così vedremo se chi ora strilla perché durano troppo è sinceramente preoccupato o vuole solo tornare alla prescrizione che uccide 120 mila processi all’anno”.
Secondo Davigo, oggi i processi durano troppo perché “se ne fanno troppi”. “Il sistema accusatorio, adottato dall’Italia nel ’90 scimmiottando malamente quello anglosassone, regge solo se il grosso dei casi non va a dibattimento, ma imbocca uno dei due riti alternativi in cambio di sconti di pena: patteggiamento o rito abbreviato. - ha aggiunto il consigliere - Oggi li scelgono in pochi perché conviene tirare in lungo e puntare alla prescrizione: meglio niente pena che una pena con lo sconto. Il blocco della prescrizione dopo il primo grado riduce quest’aspettativa e avrà effetti benèfici. Ma c’è un altro motivo per cui si impugna sempre e comunque: rinviare l’esecuzione delle pene. Se uno non le appella, le sentenze diventano definitive ed esecutive già al primo grado. - ha continuato - Solo un fesso non impugna la prima condanna: se non lo fa, può finire in carcere; se invece è già in carcere e impugna, può uscire per decorrenza termini. Occorrono filtri alle impugnazioni per eliminare quelle dilatorie e pretestuose, fatte solo per perdere tempo”.



Il consigliere togato Piercamillo Davigo © Imagoeconomica


Per il magistrato di “Mani Pulite” bisogna fare "come fa la Francia, che non è un Paese barbaro: abolire il divieto di reformatio in peius in Appello. Se ti condannano e tu appelli, può toccarti una pena più alta. In Italia non si può. Il che incentiva tutti a provarci: mal che ti vada, non rischi niente, anzi non vai in carcere e magari ti prendi pure la prescrizione. Perché non dovrebbero tentare? Perciò qui patteggiano in pochissimi e negli Usa quasi tutti: lì, se l'imputato si dichiara innocente, sceglie il rito ordinario e poi si scopre che era colpevole, lo rovinano con pene così alte che agli altri passa la voglia di provarci. In Italia puoi patteggiare senza dirti colpevole e poi financo ricorrere in Cassazione contro il patteggiamento che hai concordato". Sempre riguardo la possibilità di non rendere i processi interminabili con l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, Davigo ha detto che “non c'è nessuna lesione delle garanzie. La reformatio in peius è già prevista per i decreti penali di condanna, emessi dal giudice quando la pena è solo pecuniaria. Se il condannato si oppone, si va a processo e alla fine, anziché la multa, può arrivare la reclusione. Se impugni, lo fai a tuo rischio e pericolo. Dov'è la lesione dei diritti dell'uomo? Li hanno inventati i francesi con la Rivoluzione e la reformatio in peius ce l'hanno eccome”. Per quanto riguarda i ricorsi, in cui “ci si perde un sacco di tempo”, “la pecuniaria, 2-6mila euro a imputato, non spaventa nessuno. Anzi, non la paga quasi nessuno: lo Stato incassa solo il 4%, perché gran parte degli imputati non dichiara redditi né ha beni al sole. Basterebbe rendere responsabile in solido l'avvocato. Così, quando il cliente gli chiede di ricorrere, gli fa depositare fino a 6 mila euro e poi, in caso di inammissibilità del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente”. Inoltre, il consigliere togato ha suggerito che ''nei Paesi di Common Law, c'è il reato di oltraggio alla Corte per chi fa perdere tempo inutile. Basterebbe consentire al giudice di valutare anche le impugnazioni meramente dilatorie per aumentare la pena". "Altra cosa - ha proseguito - per legge, può emettere la sentenza solo il giudice che ha acquisito personalmente tutte le prove. Se un membro del collegio va in maternità o in pensione o viene trasferito, a richiesta della difesa bisogna riacquisire tutte le prove, anche se ora le Sezioni Unite della Cassazione hanno tentato di arginare questa prassi insensata". "Io rivedrei il patrocinio gratuito a spese dello Stato per i non abbienti - ha concluso il magistrato - La non abbienza è una categoria fantasiosa, perché molti imputati risultano nullatenenti. Così lo Stato paga i loro avvocati a piè di lista per tutti gli atti compiuti, e quelli compiono più atti possibile per aumentare la parcella. Molto meglio fissare un forfait una tantum secondo i tipi di processo: così gli avvocati perdono interesse a compiere atti inutili. E lo Stato, con i risparmi, può difendere gratis le vittime, che invece la dichiarazione dei redditi la presentano e di rado accedono al gratuito patrocinio".

ARTICOLI CORRELATI

Via la prescrizione per fare giustizia

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy