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E nelle carte dei servizi Usa si parla del mafioso-bandito Salvatore Giuliano
di AMDuemila
Margherita Clesceri (37 anni), Giorgio Cusenza (42 anni), Giovanni Megna (18 anni), Francesco Vicari (22 anni), Vito Allotta (19 anni), Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo (48 anni), Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia (18 anni), Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8). Ecco i nomi degli undici caduti sotto i colpi di mitra provenienti dal monte Pelavet. Una raffica improvvisa che portò anche al ferimento grave di 27 persone e alcune di queste morirono successivamente a causa delle ferite riportate quel giorno.
Settantuno anni dopo quella che è stata giustamente definita come la prima strage di Stato non si può dire che su quanto avvenne il primo maggio del 1947 sia stata resa nota tutta la verità.
Quel giorno circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in prevalenza contadini, si riunirono in località Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana.
Una festa finché non intervenne la banda criminale di Salvatore Giuliano. Ma era da solo? Diversi elementi fanno credere di no. Inoltre ancora non sappiamo chi furono i mandanti di quel delitto, chi furono i fiancheggiatori ed i complici fra i politici e le forze dell’ordine, oppure il ruolo che giocò l’Alleato nordamericano nella preparazione di quel tragico evento.
“Non è facile ricordare quel che accadde quel giorno - ha raccontato uno dei superstiti - è stata la più grande vergogna non solo d'Italia ma dell'Europa intera. Stavamo festeggiando il primo maggio, nessuno poteva immaginare che avrebbero sparato e fatto una strage”.
Per ricordare e chiedere giustizia anche quest’anno in migliaia si sono recati a Portella della Ginestra. Un pellegrinaggio laico che porta al rinnovamento della memoria. Come da tradizione il corteo è partito dalla Casa del popolo di Piana degli Albanesi raggiungerà la Casa del Partigiano dove si è tenuto il comizio ed il minuto di silenzio. Tema di questa manifestazione, promossa dalla Cgil di Palermo assieme alla Cgil Sicilia e a Nidil, era “Lavoro di oggi, diritti di sempre".
E di questo ha parlato Enzo Campi, segretario Cgil Palermo: “Noi oggi siamo a Piana insieme ai lavoratori atipici, che non hanno certezza di un lavoro. Assieme a loro vogliamo lottare nel ricordare i martiri perché siano un monito. Rivendichiamo verità e giustizia per tutti i nostri caduti, i tanti sindacalisti uccisi che non hanno avuto giustizia. E questo uno Stato democratico non può permetterselo”.
In un libro dello storico Francesco Petrotta (Salvatore Giuliano, uomo d’onore. Nuove ipotesi sulla strage di Portella della Ginestra” - Edizioni La Zisa) si fa riferimento a dei documenti dei servizi segreti americani in cui si evidenzia come Salvatore Giuliano fosse già allora individuato come mafioso.
Giuliano era indicato dall’intelligence statunitense nella lista dei “most dangerous leaders” i più temibili delle cosche, assieme a tale “Remigi, ai fratelli Di Maria, a Badalamenti. Ricercati per vari crimini commessi contro la proprietà e le persone - scriveva l’agente Z - i ribelli vivono nei boschi e agiscono con la complicità di almeno venti elementi della città”. Di questo ieri ne parlava il quotidiano La Repubblica.
Secondo Petrotta, Giuliano avrebbe “eseguito delle direttive dell’organizzazione criminale di cui faceva parte” e la strage “doveva servire a salvaguardare il potere di Cosa nostra, messo in discussione nelle campagne dalle occupazioni delle terre da parte del movimento contadino, che all’epoca era il primo movimento di massa contro la mafia. E con quella strage Giuliano si schierò a tutela degli interessi della casta degli agrari di cui la mafia era parte integrante”. Secondo lo storico la verità non sarebbe da ricercare nei rapporti che Giuliano intratteneva con alcuni uomini politici indipendentisti e del centrodestra.
Ma ci sono documenti, frammenti di memoria, ed altre carte dei servizi segreti americani, inglesi, italiani che dimostrano che Salvatore Giuliano era non solo un mafioso ma anche fascista e strumento degli apparati e dei servizi americani. E, forse, una pista non esclude affatto l’altra. Non è la prima volta che la storia mostra una convergenze di interessi tra più forze. Lo ricorda spesso il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato: “Tutta la storia repubblicana è segnata dal ‘gioco grande’ celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Portella della Ginestra, ad esempio, coinvolse la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella”.

Foto © Dina Provenzano

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