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salvatore buzzi rai1di Emiliano Federico Caruso
In vista dell’imminente maxi processo per Mafia Capitale, che si svolgerà dal 5 novembre con rito abbreviato per 59 imputati, il ras della «29 giugno» Salvatore Buzzi ha provato per la seconda volta a chiedere un patteggiamento di pena, e per la seconda volta la Procura di Roma si è rifiutata di concederlo. Salvatore Buzzi, ora detenuto nel carcere sardo di Badu ‘e Carros, è tra i maggiori imputati nell’indagine di Mafia Capitale insieme al suo compare Massimo Carminati, già ex Nar, affiliato alla storica Banda della Magliana e attualmente detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Parma, lo stesso in cui si trova detenuto Totò Riina.

Dopo una carriera criminale iniziata rubando assegni nella banca dove era impiegato, Buzzi trovò anche il modo di laurearsi con il massimo dei voti in Lettere e Filosofia mentre era in carcere per l’omicidio di Giovanni Gargano, suo ex complice durante gli anni dei furti bancari. Dopo anni di carcere, semilibertà e libertà condizionata, venne infine graziato nel 1994 da Oscar Luigi Scalfaro, dopo aver già da tempo fondato la cooperativa «29 giugno». Considerata un paradiso di solidarietà nei confronti di disoccupati, immigrati ed ex detenuti, la «29 giugno» si sarebbe poi rivelata una sorta di enorme carrozzone dove Buzzi, tra le altre cose, faceva caricare milioni di euro di denaro pubblico destinato all’emergenza immigrati, riservandosi poi la facoltà di gestirlo in maniera alquanto personale.
Arrestato a dicembre del 2014 nell’ambito della prima inchiesta di Mafia Capitale, Buzzi ha poi tentato di dare di sé l’immagine del pentito disposto a collaborare, rilasciando tra giugno e luglio cinque interrogatori davanti ai magistrati Paolo Ielo e Michele Prestipino. Cinque confessioni in cui Buzzi infilò una serie di circa trenta nomi, tra assessori (dei quali un paio della giunta Alemanno), consiglieri comunali e presidenti di municipio in un tentativo inutile di collaborazione, dal momento che le sue sconclusionate dichiarazioni non hanno mai convinto gli inquirenti.
Nello stesso periodo, a giugno, il boss delle cooperative ha provato a chiedere anche un patteggiamento di pena a 3 anni e mezzo, con l’aggiunta di una multa di 900 euro, subito rifiutato dalla Procura di Roma. Ma quello era solo il primo tentativo: ai primi di settembre Buzzi, forse spinto da eccessivo ottimismo, ha tentato di nuovo a chiedere il patteggiamento, stavolta di tre anni e nove mesi più mille euro di multa, forse sperando che l’aggiunta di tre mesi e di un centinaio di euro avrebbe convinto i magistrati.
Inutile anche stavolta: i pm Giuseppe Cascini, Luca Tescaroli e Paolo Ielo, responsabili dell’indagine ora coordinata da Michele Prestipino, hanno di nuovo respinto le richieste di Buzzi. Un rifiuto sin da subito prevedibile, dal momento che la Procura di Roma non ha mai smesso di confermare le accuse rivolte al braccio destro di Carminati. Trascinato dall’ottimismo di Buzzi, il suo legale Alessandro Diddi provò anche a far togliere dalle accuse l’aggravante dell’associazione mafiosa, riducendo i reati del suo cliente a «semplice» corruzione, turbativa d’asta, intestazione fittizia di beni e associazione a delinquere semplice. Ma anche qui i magistrati non si sono mai lasciati convincere, considerando Buzzi e Carminati i pilastri di un’associazione a delinquere che sfruttava la condizione di omertà, l’intimidazione e il vincolo associativo per commettere reati. Insomma siamo in pieno 416 bis, riconosciuto dalla Cassazione nell’aprile scorso. Ormai notificata ai 59 indagati la chiusura dell’indagine, un’azione di solito seguita dal rinvio a giudizio, a Buzzi non rimane che aspettare in carcere l’inizio del maxi processo di novembre, dove gli inquirenti potrebbero tornare a considerare la richiesta di patteggiamento solo nel caso in cui non venga confermata definitivamente l’aggravante dell’associazione mafiosa.

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