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manif-caltaniss-2010-big0di Giovanbattista Tona - 21 giugno 2012
Il 23 maggio scorso, alle 17,58, alla stessa ora in cui venti anni fa esplose la bomba a Capaci, all'interno del Palazzo di Giustizia di Caltanissetta il Presidente della Corte di Appello Salvatore Cardinale tagliava il nastro inaugurale della mostra fotografica “Da Capaci alla nuova resistenza. Un progetto culturale per la giustizia”.

Si dava inizio così alle commemorazioni operose per il ventennale delle stragi del 1992 con la mente e il cuore a tutte le vittime della mafia.
auto-abband-bigL’iniziativa era stata promossa dall’ANM di Caltanissetta con una lettera indirizzata ai “cittadini che non intendono solo commemorare” che ha ricevuto nel giro di pochissimo tempo l’adesione cittadini, associazioni, enti e istituzioni anche al di fuori del territorio nisseno.
La mostra fotografica, curata da Santo Eduardo Di Miceli con la collaborazione di Silvio Zaami, è un ideale percorso dalle immagini di degrado della Sicilia a quelle della speranza fatta dall’opera di uomini impegnati affinché qualcosa cambi.
Di seguito si riporta il testo che illustra lo spirito e gli scopi della mostra, la prima mai svolta all'interno degli spazi del Palazzo di Giustizia nisseno.

LA PROVA MUTA
Gli avvocati di antica tradizione la chiamavano “prova muta”; quando gli investigatori si recavano laddove era avvenuto un delitto e non sapevano ancora nulla sull'accaduto, descrivevano minutamente i luoghi, raccoglievano i reperti, fotografavano il contesto e i particolari.
Venivano fuori tracce, oggetti e immagini che non parlavano, ma dicevano tante cose.
Nei processi relativi a quegli stessi delitti sarebbero stati poi chiamati in tanti a parlare, testimoni, imputati, periti, inquirenti e difensori; alcuni lo avrebbero fatto, altri non lo avrebbero fatto. Ma le cose che che dicevano le “prove mute” sarebbero sempre state le più utili per capire se valeva la pena fidarsi di chi aveva parlato e di chi non aveva parlato.
mercato-palermo-bigE non è un caso che le sorti dei processi siano state segnate anche dalla mancanza di alcune di queste “prove mute” o dalla loro inopinata sottrazione dalla scena del delitto.
Anche la nostra storia e le nostre vite sono accompagnate da “prove mute”: panorami, luoghi, immagini di oggetti o di persone che vediamo o che ricordiamo, che di per sé non parlano, non esprimono concetti, non danno indicazioni precise e univoche, ma che comunque ci dicono tante cose.
Immagini che nel tempo ce ne dicono di più o di meno oppure ce ne dicono di diverse, ma che ci servono per ricordare, capire, darci una spiegazione.
Il percorso che, dentro il Palazzo di Giustizia, offrono le fotografie di Santo Di Miceli e di Silvio Zaami è un insieme di tappe di riflessione e di ricordo attorno ad una serie di “prove mute”, dalle quali non si possono trarre conclusioni definitive ma sulle quali si possono alimentare nuovi sentimenti e nuovi ragionamenti su quello che è accaduto in Sicilia, a Capaci, a Palermo, a Corleone e a Caltanissetta dal 1992 fino ad oggi.
terra-confiscata-corleone-bigMuovendosi “da Capaci alla nuova resistenza” si batte una strada difficile che ci coinvolge tutti e che ci impone di guardarci attorno: per vedere nei nostri ambienti come la bellezza è capace di convivere indomita con il degrado, lasciandosi deturpare ma senza mai farsi sopraffare; per capire che, nonostante tutto, c'è sempre margine per la rinascita, anche se sembra impossibile in una Sicilia troppo spesso avvertita come “irredimibile”.
In queste immagini vanno compresi i segni del male che ha segnato la nostra terra, ma vanno cercate le tracce della speranza che può farci arrivare lontano.
Queste “prove mute” non servono solo per guardarci alle spalle e ricostruire i fatti del passato.
Sono lo strumento di una nuova, insolita, ma essenziale indagine “civile”, proiettata in avanti, per capire come in questa terra e con le nostre risorse possiamo costruirci un futuro.

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