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falcone-giovanni-webdi Rino Giacalone - 25 maggio 2012
Non succedeva niente. Questo era l’adagio che si è sentito ripetere per anni parlando degli anni '70 e 80' a Trapani ma anche a proposito degli anni successi in un certo modo. Oggi si sente spesso dire, qui è tutto a posto, «non si dice niente», che sono poi alcune delle più classiche frasi del lessico dei trapanesi, che suona come dire, «guai a chi dice qualcosa». Era il 1966, e Giovanni Falcone, a 26 anni, da Lentini, ci ricordano le cronache e le ricostruzioni storiche, come il libro scritto dal giornalista Francesco La Licata, arrivava a Trapani: erano tempi in cui il solo pensare alla mafia poteva rappresentare un ardire.

In un certo senso sono le reazioni della odierna cittadinanza rispetto al fenomeno mafioso e alle sue connessioni: la gente adesso rispetto ad allora non volta più le spalle, non nega il fenomeno, a viso aperto, insiste nel ritenere che la mafia esiste ma si trova altrove e la maggiorparte poi si dice incredula quando sente dire di politici e funzionari pubblici arrestati, anche condannati, di tangenti pagate ai boss, della mafia che si fa imprenditoria. È la conseguenza della mafia che ha scelto di inabissarsi per strategia, ma non solo dicono i magistrati di oggi: «Esistono – spiegano – pesanti esempi di connivenze».

Falcone anni dopo riassumendo l’esperienza trapanese svelò di avere colto una particolarità: erano gli anni in cui la mafia originariamente più presente nella campagna stava per diventare più cittadina, a infiltrarsi nel tessuto urbano, scoprendo nuove attività, come l’imprenditoria e le banche. Cominciò allora il cammino della mafia diventata oggi impresa, che si occupa di politica e di finanza, al comando di quell'assassino che si chiama Matteo Messina Denaro e che nei suoi pizzini vuole spacciarsi magari per uno che si intende di filosofia. Quando Falcone arrivò a Palazzo di Giustizia a Trapani, c’era una mafia che non appariva nel suo insieme, Cosa Nostra invece c’era, bene organizzata. Il processo al boss Mariano Licari, uno dei vecchi patriarca della mafia marsalese, non riusciva per esempio ad essere celebrato. «I giudici popolari della Corte di Assise di solito ricevevano “congratulazioni” di questo genere: “Prego, si accomodi, venga in Corte d'Assise”, ed allora i più rinunciavano, non c’era bisogno di intimidire i giudici togati per non far fare i processi».

Il passaggio di Falcone per Trapani finisce spesso con l’essere ricordato per la vicenda del terrorista detenuto nel super carcere di Favignana, convinto dal giudice Falcone, lui stesso sequestrato, a lasciare liberi degli ostaggi. Ma è al processo Licari che bisogna guardare, per fare raffronti con quanto succede oggi attorno a certe indagini. L’unica differenza è quella che il processo Licari, dove dentro c’erano faccende come controllo di latifondi, vendita di beni ecclesiastici, complicità di vario genere di personaggi che oggi verrebbero identificati come “colletti bianchi”, venne trasferito a Salerno perchè a Trapani non c’erano giudici popolari disponibili, cosa che non accade ai dibattimenti di odierni che invece soffrono di altro: spesso si ritrovano circondati da esasperati garantismi, da campagne di disinformazione che crescono d’intensità quanto più vengono sviscerati connessioni con la politica.

Falcone dal 1966 al 1977 fu testimone a Trapani di una mafia che come quella di oggi non sparava e puntava a riorganizzarsi, che mostrava grandi capacità di vicinanza con gli apparati statali. Sembrano gli stessi scenari di oggi.

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