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mori-mario-big0In un libro i 40 anni di carriera del generale tra encomi e processi
di Giorgio Bongiovanni - 6 dicembre 2011
E’ approdato in libreria da qualche giorno “Ad alto rischio”  il nuovo volume scritto a quattro mani dal generale  Mario Mori e dal giornalista di Panorama Giovanni Fasanella (Ed. Mondadori) presentato dall’alto ufficiale in diverse interviste nelle quali ha potuto raccontare i suoi primi 40 anni di carriera, ma soprattutto contrastare le tesi accusatorie dei magistrati che lo stanno processando a Palermo.
“L’arma è nata per difendere le Istituzioni dello Stato” ha spiegato il generale a Corradino Mineo la scorsa settimana su RaiNews24. Pronta la replica del giornalista: “Significa che pur di difendere le Istituzioni l’Arma qualche volta si è sporcata le mani?”, risposta “Può capitare, non direttamente, non volontariamente, c’è magari il rischio che qualcuno esorbiti e vada oltre la deontologia classica”.

Non sarebbe di per sé difficile comprendere che pur di restare fedeli al proprio giuramento di obbedienza alcuni uomini delle forze dell’ordine chiamati ad incarichi delicati come la guerra alle mafie o ai terrorismi abbiano dovuto oltrepassare i confini del lecito.
Lo si potrebbe perfino accettare se non fosse per due motivi: che sono morti innocenti e che non sempre le finalità coincidono con il bene collettivo che le istituzioni dovrebbero garantire sopra ogni cosa e la lunga storia del patto tra mafia e stato dagli albori della Repubblica fino ad oggi ce lo ha insegnato molto bene.
Il tema spinoso è, nel caso specifico, quello della trattativa tra mafia e Stato avvenuta a cavallo del biennio stragista del ’92 e del ’93 che vede ora imputati con l’accusa di attentato a corpo politico dello stato lo stesso generale Mori e il colonnello Mauro Obinu nel procedimento noto come “la mancata cattura di Provenzano”.
L’ipotesi della Procura è che la latitanza del padrino di Corleone sia durata 13 anni in più di quella del suo gemello criminale Riina e di tutta la fronda oltranzista dei vari Brusca, Bagarella e Graviano perché tutelato da un tacito accordo di non belligeranza che si sarebbe stretto proprio negli anni della trattativa.
Il generale Mori, questa volta nell’intervista rilasciata a Panorama alle domande del giornalista Fasanella, suo coautore, risponde facendo intendere di essere sostanzialmente una vittima di un accanimento insensato dei magistrati della procura di Palermo e che l’intero processo sia un castello di carta.
Peccato che nell’articolo non si faccia menzione del fatto che l’ormai famigerata “trattativa” non è un’invenzione della procura di Palermo, ma è stata considerata tale, nella sua accezione colpevolista, dalla sentenza di Firenze (1998) che ha duramente criticato l’operato del Ros in quel frangente con parole che non lasciano dubbi di interpretazione:
“…Sotto questi aspetti vanno dette senz’altro alcune parole non equivoche: l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una “trattativa”; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di “trattativa”, “dialogo”, ha espressamente parlato il ca. De Donno (il gen. Mori più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita alcuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare i vertici di “cosa nostra” per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi).
Qui la logica si impone con tanta violenza che non ha bisogno di essere spiegata.”
Oggetto di scambio di questa negoziazione sarebbe stata dunque la cattura dei latitanti. Mori ha più volte spiegato che la sola finalità degli incontri con Vito Ciancimino sarebbe stata di mettere le mani sui boss, ma in corso d’opera la possibilità si sarebbe ristretta al solo Riina.  
Ciancimino avrebbe poi chiesto ai carabinieri alcune mappe sulle quali avrebbe evidenziato delle zone in cui si sarebbe potuto nascondere il capo di Cosa Nostra. Sul punto divergono totalmente le ricostruzioni dei carabinieri e di Massimo Ciancimino che ha preso parte attiva all’intero negoziato: in ogni caso l’inaspettato arresto di Ciancimino, secondo il generale, avrebbe bloccato l’operazione.
Ora, a parte il fatto che le mappe indicavano proprio la zona in cui poi è stato catturato il boss, come ha ben spiegato Mori a Mineo, poniamo pure che l’ufficiale dichiari il vero quando afferma che a Riina sono arrivati per altra via. Sostiene infatti che grazie ad “una soffiata” i suoi uomini, comandati dal capitano “Ultimo” seguirono i familiari di Raffaele Ganci, si insospettirono quando videro uno dei figli, Domenico, entrare nel caseggiato di via Bernini ed ebbero la certezza di essere nel posto giusto quando ne uscì Ninetta Bagarella. Tempo di appostarsi nel camioncino con Balduccio di Maggio ad effettuare il riconoscimento e Riina è stato assicurato alle patrie galere.
La teoria quindi secondo la quale a consegnare Riina allo Stato nel giro di sei mesi dalle stragi sarebbe stato Provenzano è falsa.
Potrebbe pure essere plausibile se il buon Mori non si fosse scordato di aggiungere un dettaglio: la “soffiata” di seguire i Ganci veniva da Terrasini dove a suggerire questo prezioso dettaglio al maresciallo Lombardo (suicidatosi misteriosamente nel marzo del 1994) era stato un certo Francesco Brugnano già confidente dei carabinieri.
Giovanni Brusca racconta che dopo la cattura di Riina volle svolgere un’indagine interna per capire se e chi poteva aver tradito il suo capo e aveva scoperto che Brugnano aveva riferito quelle notizie a Lombardo per conto di Provenzano, e allo stesso modo il famigerato Di Maggio da autista di Riina si era poi schierato dalla parte dell’altro boss corleonese.
Se così è, che la via sia stata per tramite di Ciancimino o per tramite di Brugnano, a tirare le fila è stato sempre Provenzano che comunque, stando strettamente ai fatti, con la consegna di Riina ha guadagnato altri anni di latitanza e una Cosa Nostra nuova di zecca con nuovi referenti politici e un nuovo patto.
A questo va aggiunto un altro tassello, quello della mancata perquisizione del covo di Riina.
Sappiamo che il processo in questione si è concluso con l’assoluzione di Mori e De Caprio. I due ufficiali hanno sempre sostenuto che la casa di Riina è rimasta senza sorveglianza a causa di un equivoco. La loro strategia era quella di lasciare sotto osservazione la casa per poter catturare altri uomini d’onore. Non fa una piega, ma altro dettaglio.
A causa di una controversa e altrettanto misteriosa fuga di notizie il capitano De Caprio si era accorto già il giorno stesso dell’arresto che le riprese video dei tg avevano bruciato l’appostamento dei suoi uomini, mettendone così a rischio l’incolumità. Perciò, a partire dal pomeriggio del medesimo 15 gennaio1993, fece smontare tutto e sospese il servizio di sorveglianza. Perché allora gli ufficiali dell’arma non hanno dato immediato ordine ai loro uomini di entrare nel covo e di perquisirlo? Perché non è stata avvertita la Procura?
Un equivoco, ha sentenziato il giudice che li ha assolti. Un equivoco da nulla, che ha concesso ai corleonesi ben 18 giorni di tempo per ripulire la casa, svuotarla della cassaforte nella quale, sempre secondo Brusca, il capo nascondeva i suoi documenti più riservati (anche il papello?), portare in salvo la famiglia Riina e imbiancarla di fresco.
De Caprio ha sempre sostenuto che un boss mafioso non tiene i suoi documenti in casa e che non ci sarebbe stata nessuna cassaforte, ma i fatti lo hanno smentito categoricamente.
Di equivoco in equivoco, in questo paese delle meraviglie, Provenzano è riuscito a sfuggire anche quando è diventato il ricercato numero uno, almeno in teoria.
Una prima volta nel luglio del 1993. La mattina del 23, all’alba, Salvatore Cancemi, uomo della cupola, latitante, si consegna ai carabinieri. Tra le sue prime dichiarazioni confessa di conoscere un piano di morte ai danni del capitano Ultimo ordito da Provenzano e di avere un appuntamento con lui quella stessa mattina per tramite di Carlo Greco.
Scattano allora i preparativi per microfonare il testimone. Mi ha raccontato personalmente Cancemi, durante la stesura del nostro libro (Riina mi fece i nomi di…), che gli avevano bucato i pantaloni per far passare il filo del microfono, ma quando tutto sembrava pronto avevano avuto ordine di non procedere e l’orario dell’appuntamento era ormai saltato.
Potrebbe anche sembrare una difficoltà di servizio dovuta alla fonte improvvisa se la cosa non si fosse ripetuta anche due anni dopo a Mezzojuso dove il confidente del colonnello Michele Riccio, Luigi Ilardo, ha incontrato Bernardo Provenzano per tutto il giorno in una masseria. Anche in questo caso però il comando del Ros ha deciso di non intervenire perché non disponeva di mezzi sufficienti e perché riteneva il luogo troppo scoperto per fare un’irruzione. Sta di fatto che Provenzano si è salvato anche quella volta e nei mesi successivi non venne svolta la dovuta attività di indagine in quel territorio dove invece Provenzano ha continuato a nascondersi per altri anni fino a quando venne catturato il suo fedelissimo Benedetto Spera e lui la scampò ancora per il solito provvidenziale soffio.
Da questo ultimo concreto fatto e da questa inquietante sequenza di fallimenti nasce il processo in corso di svolgimento a Palermo, quel “castello di carte” come lo chiama il generale Mori.
Ora i casi sono due. O c’è una ragione per cui il latitante più cercato di Italia riesce a nascondersi in un triangolino di terra tra Bagheria, Palermo e Corleone  facendosi beffe dei nostri migliori investigatori, oppure siamo di fronte alla più ridicola armata brancaleone che il nostro Paese abbia avuto.
Siccome noi riteniamo il generale Mori un ufficiale di grande professionalità così come i suoi uomini e molti insistono nel ritenerlo un valoroso servitore dello Stato noi vorremmo innanzitutto sapere di quale Stato stiamo parlando.
E quindi associarci a quanto disse il compianto pm di Firenze Gabriele Chelazzi al collega Sabella dopo aver iscritto il generale nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all'Olimpico. La questione era capire se Mori aveva agito per favorire la mafia o per favorire la pacificazione nello Stato.
 “Mi venga a dire – si chiedeva - perché l'avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.

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