Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Domenico e Giuseppe sono nipote e figlio di Francesco Giampà, capo dell’omonima cosca

Dopo Antonino Fiume è stato il turno di Domenico Giampà, altro pentito di spessore di ‘Ndrangheta, a deporre in aula a Lamezia Terme dove si sta celebrando il maxi processo Rinascita-Scott. Già esponente di spicco dell'omonima cosca di 'Ndrangheta di Lamezia, Giampà ha saltato il fosso nel luglio del 2016. La notizia della sua collaborazione con la giustizia fece scalpore all'epoca essendo il pentito nipote del capo storico della cosca, Francesco Giampà, detto "il professore", oggi detenuto al 41 bis. Il pentito ha quindi riferito in aula quello che è stato il suo curriculum criminale, dalle prime mansioni, gli affari, i traffici di armi e droga, la commissione di omicidi di cui si è macchiato (l’ultimo dei quali ai danni di Mario Franzoni), l’investitura a reggente della famiglia nel 2013, fino al raggiungimento della dote di “Patto” (due gradi inferiore a quella di “Crimine”). Domenico Giampà ha raccontato anche che la famiglia Giampà aveva rapporti con numerosi elementi della criminalità vibonese, ma anche con i Bellocco di Rosarno, i Mancuso di Limbadi e, nel Crotonese, con i Grande Aracri, i Megna, i Nicoscia. Rapporti così stretti da portare i Giampà ad aderire al progetto del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, di staccarsi dall'egida di Reggio Calabria e passare alla nuova "provincia criminale di Cutro". Insieme a lui in aula è stato sentito anche Giuseppe Giampà. figlio di Francesco, anche lui collaboratore di giustizia ma dal 2012. Un percorso che ha intrapreso dopo essersi “macchiato di numerosi omicidi sempre per conto della cosca Giampà”. Giuseppe Giampà ha parlato della sua vita partendo dalla sanguinosa guerra contro la cosca Torcasio-Gualieri nel 2003-2004.
Siamo entrati in guerra con i Gualtieri e i Torcasio e nel 2004 sono divenuto il capo del clan”, ha raccontato in aula. “E’ solo nel 2011, però - ha ricordato Giampà - che ho ricevuto in carcere la dote di ‘Ndrangheta di Padrino. Non c’era in quegli anni un locale di ‘Ndrangheta riconosciuto a tutti gli effetti, ma quello che veniva denominato come Buon ordine mafioso. I Giampà avevano rapporti con Domenico (alias “U Longu”), Carmelo, Umberto e Gregorio Bellocco di Rosarno. Nella mia copiata del grado dello sgarro portavo i nomi di Luigi Mancuso di Limbadi, Carmelo Bellocco di Rosarno e Franco Muto di Cetraro. Tale copiata mi venne data dopo la guerra di mafia con i Torcasio”. Quindi le alleanze con i clan crotonesi come i Megna di Papanice, i Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e i Grande Aracri e il tentativo di creazione di una provincia mafiosa staccata dal crimine di Reggio Calabria. “Era un progetto che stava portando avanti Nicolino Grande Aracri di Cutro e doveva ricomprendere anche il territorio di Lamezia Terme e parte del Cosentino. Del Vibonese - ha spiegato Giampà - doveva aderire a tale progetto mafioso il clan Bonavota di Sant’Onofrio guidato dai fratelli Pasquale e Domenico Bonavota”.
Nell’ultima parte della sua deposizione, rispondendo alle domande del pm, Giuseppe Giampà ha parlato del ruolo dei Mancuso e dei La Rosa. Secondo il collaboratore di giustizia il clan Mancuso vantava una forte alleanza con il clan Pesce di Rosarno ed i Piromalli di Gioia Tauro, ma al tempo stesso era diviso al suo interno in due articolazioni: una facente capo al boss Luigi Mancuso e ricomprendente anche “il fratello Cosmo Michele, il nipote Pantaleone Mancuso, detto 'Scarpuni', Agostino Papaianni che comandava nella zona di Ricadi e riforniva di generi alimentari tutti i villaggi turistici, Antonio Prenesti”. Del gruppo di Giuseppe Mancuso (nipote di Luigi), ad avviso del pentito, avrebbero invece fatto parte il fratello Diego Mancuso, Salvatore Ascone ed i Cuturello. “I La Rosa comandavano invece a Tropea - ha concluso Giampà - e ricordo che il capo era Tonino La Rosa. Dai La Rosa a Tropea ha villeggiato anche mio cugino Pasquale Giampà e lì ha conosciuto Mimmo Polito. Sempre in quel periodo ricordo di aver partecipato ad una cena-summit nella zona di Ricadi e in tale occasione, oltre ai Mancuso ed ai La Rosa, erano presenti pure i Bellocco di Rosarno e venne affrontata la questione riguardante lo strapotere su Vibo Valentia, primi anni 2000, da parte di Andrea Mantella”.

Foto © Imagoeconomica

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy