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femia antonio sequestro drogadi Karim El Sadi
Nel bilancio della ‘ndrangheta il traffico di cocaina rappresenta la voce più consistente, pari al 66% delle entrate annue, stimate nell’ordine di 44 miliardi di euro”. Scriveva così nel suo libro “Oro bianco” il procuratore Nicola Gratteri, citando una stima del 2008. Un giro d’affari, quello della mafia calabrese, che coinvolge America Latina, Africa ed Europa, grazie a legami con le istituzioni, broker, contatti e sistemi per aggirare i controlli sempre più efficienti. Lo sa bene Antonio Femia, 37 anni, originario di Locri, oggi collaboratore di giustizia, considerato dalla dda di Catanzaro come un “broker di primissimo livello del narcotraffico, in contatto con numerosi soggetti, anche stranieri, implicati nel traffico internazionale di stupefacenti”. Femia ha indicato da tempo alla procura di Reggio Calabria e Catanzaro “i soggetti intranei all'organizzazione sudamericana che forniva la cocaina”. Uno di questi era un certo “Ferdinando” considerato il “capo dei colombiani” al quale il collaboratore di giustizia avrebbe consegnato decine di migliaia di euro da investire nel narcotraffico, affare che però non andò in porto come immaginava. Di grande aiuto è stato il suo contributo per portare a compimento l’operazioneOssessione” che la settimana scorsa ha stroncato una complessa organizzazione con 25 fermi, tra cui uomini della cosca Mancuso di Limbadi, con la quale Femia ha avuto a che fare più volte, come ha ricordato la Gazzetta del Sud. Fin da subito gli investigatori hanno potuto constatare affidabilità nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, il quale, dopo il suo arresto avvenuto nel corso del blitzSanta Fe” nel gennaio 2015 dopo 6 mesi di latitanza, ha iniziato a raccontare di ciò che era a sua conoscenza: “Faceva riferimento a soggetti dell'hinterland vibonese fin dall’inizio della sua collaborazione”, scrive la Dda di Catanzaro. L’uomo forniva un’alta caratura criminale all’interno dell’organizzazione, grazie alle sue attività tecniche poteva vantare “disponibilità di importanti ‘agganci’ presso il porto di Gioia Tauro rappresentati da soggetti in grado di recuperare grossi carichi di cocaina in arrivo e garantirne la fuoriuscita in totale sicurezza”. Secondo gli inquirenti Femia “nel porre la lente investigativa su alcuni soggetti dell'hinterland vibonese, assai attivi nel traffico internazionale di stupefacenti, oltre che in grado di interfacciarsi direttamente con i più potenti cartelli sudamericani, in particolare puntava l'indice contro Salvatore Antonino Costantino e il fratello Giuseppe, che si avvalevano della collaborazione di soggetti "terzi"', al fine di importare, da Santo Domingo, ingenti quantitativi di cocaina presso lo scalo aeroportuale di Milano Malpensa”. Da qui ha avuto inizio l’iter investigativo nell’operazione "Ossessione”. “Quelli di Gioiosa si rivolsero a loro - ha rammentato Femia - per i contatti che i Costantino avevano con un soggetto in Venezuela... Forse era il 2010. Poi con Pino i rapporti sono continuati… Successivamente conobbi anche Tonino, nel periodo in cui era latitante a Milano”. Il collaboratore di giustizia ha raccontato agli inquirenti anche di un piano, poi non realizzatosi, per fare arrivare senza problemi la cocaina in Italia: “Pino aveva interesse al nostro scarico a Gioia Tauro perchè avevamo un ottimo contatto... Ma era interessato anche ad altre modalità di spedizione dal Sudamerica; mi parlò, ad esempio, di un macchinario che doveva essere spedito dall'Italia per presentazione ed esposizione in una Fiera a Santo Domingo, ed al momento del rientro doveva essere imbottito con la droga. Si trattava di un ingegnere che predisponeva questo macchinario che portava in esposizione a Santo Domingo e che poi lo stesso ingegnere sapeva come smontare per farlo imbottire di droga e poi farlo rientrare in Italia. Questa mi sembrava una buona soluzione; solo che poi mi tirai indietro visto che se ne stava parlando un po' troppo… ”. La ‘ndrangheta è conosciuta per gli stretti legami di sangue che caratterizzano i suoi affiliati, a causa di ciò i magistrati possono contare nell’aiuto di ben pochi ‘ndranghetisti che scelgono la via della collaborazione. In questo contesto la collaborazione e le dichiarazioni di Antonio "Titta" Femia, oltre a poter rappresentare “un’anomalia” all’interno della mafia calabrese, hanno fatto tremare il mondo politico e sociale di Gioiosa Ionica. Inoltre, il 25 settembre 2016, una lussuosa villa di due piani confiscata è stata data alle fiamme presumibilmente da uomini legati alla ‘ndrangheta, l’abitazione era di proprietà dello stesso Antonio Femia.

Fonte: La Gazzetta del Sud

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